Viva Bolivia

"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006
venerdì, 26 giugno 2009

E adesso anche l'Ecuador entra nell'Alba

di Geraldina Colotti, il manifesto.
Nel giorno dell'indipendenza, vertice dell'Alternativa bolivariana delle Americhe, che da ora in avanti si chiamerà Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America.
 
Anche l'Ecuador entra ufficialmente a far parte dell'Alba, l'Alternativa bolivariana delle Americhe che comprende Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Dominica. Da oggi, in occasione del vertice straordinario (la VI Cumbre), convocato a Carabobo - non lontano dalla capitale venezuelana, Caracas -, oltre a Quito entrano a far parte dell'alleanza anche San Vincente e Grenadine e Antigua e Barbuda. Sale così a 9 il numero dei paesi dell'Alba, l'alleanza fondata da Chavez e Fidel Castro nel 2004 in opposizione al progetto neoliberista dell'Alca - l'Area di libero commercio per le Americhe, ideata dall'ex-amministrazione Usa -, poi fallito.
Obiettivo dell'Alba è quello di promuovere una politica commerciale «giusta, equa, solidale e complementare» su una base di cooperazione regionale. Un progetto che si aggiunge a quello di Petrocaribe, in cui il Venezuela vende petrolio a prezzi di favore a 18 paesi dell'America latina. L'intento, infatti, è quello di affrancare l'ex cortile di casa degli Usa dalle tutele e dai ricatti esterni, affermando «i principi di sovranità e autodeterminazione dei popoli» . Non a caso, la Cumbre è stata promossa in coincidenza con i festeggiamenti per la vittoria del Libertador Simon Bolivar sull'esercito spagnolo durante la battaglia di Carabobo del 24 giugno 1821, che sancì l'indipendenza del Venezuela.
In Ecuador, l'opposizione - che teme l'intesa anche politica di Correa con Chavez - contesta l'adesione all'Alba e chiede al presidente quali vantaggi porterà al paese dato che il volume del commercio con gli altri componenti dell'Alba rappresenta «appena il 3% del totale di quello ecuadoregno». Ma dal rapporto privilegiato con il Venezuela (il quinto esportatore di greggio al mondo), Correa ha già portato a casa un risparmio di circa 252 milioni di dollari, grazie a un accordo commerciale per la vendita di petrolio grezzo in cambio dell'acquisto di derivati privo di intermediari. E attualmente, l'85% dei progetti relativi al settore energetico in Ecuador ha come partner privilegiato il Venezuela. Un cambio di registro - ha più volte ribadito Correa - rispetto agli accordi precedenti che, proprio a causa dell'enorme potere degli intermediari, facevano sprecare grandi risorse al paese, la cui principale fonte di reddito si basa sul petrolio.
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martedì, 23 giugno 2009

Chomsky califica de "verdadera" democracia boliviana y de "espectacular" proceso de cambios


Noam Chomsky

    Boston (EEUU), 22 jun (ABI) - El filósofo estadounidense Noam Chomsky dijo que en Bolivia se vive actualmente una democracia "verdadera" y destacó, por "espectacular", el proceso de cambios que impulsa el presidente indígena Evo Morales.

    "En Bolivia los temas principales estaban en primer plano y venían del movimiento popular. Eran temas importantes como el control de los recursos, los derechos culturales en una sociedad multiétnica y multilingüe. Eso es democracia verdadera, que puede conducir a algo", afirmó en una entrevista interactiva verificada en Boston, EEUU, donde fue fechada el lunes por la agencia BBC Mundo británica.

    Al subrayar que "por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa", destacó que el sistema democrático boliviano ha incluido a los más oprimidos.

    "Se trata de la población más oprimida del Hemisferio, la población indígena, que ha estado luchando por años sobre asuntos muy importantes", destacó.

    Dijo que la iniciativa del proceso boliviano, que demoró casi una década en cuajar, la tomaron las mayorías indígenas bajo el liderazgo de su primus inter paris.

    "Hace una década lograron correr de Bolivia a la Corporación Bechtel cuando se trató de privatizar el agua (en la ciudad central de Cochabamba, al este de la capital La Paz) lo que significó que mucha gente no podía tener acceso a la misma. Fue una victoria sangrienta y grande. Siguieron adelante y finalmente en el 2005 entraron al campo político y eligieron a alguien de sus mismas filas, un campesino pobre, en una elección en la que se habló de temas muy serios sobre los que la gente estaba informada", ponderó el intelectual, uno de los más reputados de su país.

     Crítico agudo de la política exterior de su país, significó que Washington se alió con la oposición regional al gobierno de Morales, en un intento por socavar su base.

    "Las élites de la zona este de Bolivia están tratando de minar el proceso y, naturalmente, EE.UU. los está apoyando", afirmó al tiempo de identificar a la oposición boliviana.

    Chomsky se deshizo en elogios para el proceso popular boliviano, al que otorgó el calificativo de "bastante espectacular" al enmarcarlo en los tiempos de cambio que soplan en la desperezada Sudamérica.

    "Tomemos, por ejemplo, el caso de Bolivia, el país más pobre de Sudamérica, donde hay un movimiento popular que ha sido bastante espectacular, si lo comparamos con otros", afirmó.

    Al analizar el proceso de integración sin procedntes que se registra en Latinoamérica, después de ocho años de la administración estadounidense del republicano George W Bush (2000-2008), Chomsky valoró de "inspiradores" los cambios que fraguan en la región.

    "En Sudamérica se han dado cambios muy interesantes. Por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa, tras haber estado separados a lo largo de su historia", relievó.

    Agregó, en la misma corriente de análisis, que "también están comenzando a encarar algunos de sus grandes problemas internos y en este sentido pienso que algunos de los cambios que se están dando son inspiradores" en la región.

    En momentos en que analistas internacionales hablan de una América Latina antiestadounidense, especialmente después de la administración Bush, dijo que el presidente brasileño Inacio Lula da Silva es, pese a su tendencia progresista, el último enclave para reproducir en Sudamérica la influencia política en picada de Washington.

    "El presidente Lula en Brasil es ahora, de alguna manera, el favorito de Washington, pero esto es así porque casi toda la región se ha movido tanto a la izquierda que Lula es su única esperanza. Y el de Lula es el tipo de gobierno que EE.UU. habría derrocado hace 40 años", expuso.

    Chomsky respondió desde Boston, donde enseña desde hace más de medio siglo en el prestigioso Instituto de Tecnología de Massachussetts, en una entrevista en la que destacó que lo mejor que le pudo pasar a América Latina fue que la administración Bush no le prestara demasiada atención.
ABI

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venerdì, 19 giugno 2009

Buen vivir

L’associazione A Sud, che ringraziamo, ha fatto un ottimo lavoro traducendo in italiano i testi delle due nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia, da poco vigenti in seguito all’approvazione dei referendum. La nuova Costituzione boliviana in italiano e la nuova Costituzione dell’Ecuador sono due documenti preziosi, decisamente si collocano tra le costituzioni più avanzate del mondo e andrebbero letti da tutti attentamente.
 
Settimane fa, alla Conferenza mondiale sugli oceani (Woc), convocata in Indonesia in prossimità della Giornata Mondiale dedicata alle maggiori distese d'acqua presenti sul nostro pianeta, rappresentanti di 76 paesi si sono riuniti per discutere gli impatti dei cambiamenti climatici sui bacini oceanici.
Gli scienziati hanno avvertito che le temperature in aumento, contribuendo allo scioglimento dei ghiacci artici e antartici, provocheranno l'aumento del livello degli oceani e la conseguente scomparsa di molte isole, iniziando da quelle del sud del Pacifico.
Gli oceani inoltre stanno diventando sempre più acidi, erodendo rocce, coralli e gusci calcarei di svariate specie animali, spegnendo i colori accesi dei fondali e minacciando la biodiversità marina. L'utilizzo dei mari come deposito di scarti industriali, rifiuti di piccola e media taglia e scarichi delle navi, ha reso inoltre gli oceani una enorme pattumiera a cielo aperto. Secondo i dati presentati durante la conferenza più di un milione di uccelli marini e oltre 100 mila tartarughe muoiono ogni anno a causa dei rifiuti non biodegradabili lasciati in mare.
Infine, le correnti oceaniche hanno favorito la formazione di due immense isole interamente costituite da rifiuti alla deriva - definite «sesto continente» - che si trovano rispettivamente nei pressi di Giappone e Hawai e che assieme sommerebbero 2500 chilometri di diametro, vale a dire pressappoco il territorio del Canada. Un emblematico continente di immondizia.
I disastri provocati dal modello di sviluppo onnivoro che tutto consuma e danneggia e il problema della mala gestione di territori e risorse naturali spingono sempre più comunità, gruppi organizzati, associazioni e collettivi a interrogarsi su come dare un contributo dal basso all'elaborazione di alternative in grado di preservare il pianeta. E' quello che ha tentato di fare nei giorni scorsi l'appuntamento annuale con «Pueblo A Sud» svoltosi a Rocca di Papa, uno spazio di dibattito promosso dall'associazione A Sud e aperto alla partecipazione di attivisti, realtà associative, comitati locali e cittadini.
Il punto di partenza sono state le proposte avanzate dalle comunità indigene del sud del mondo, in particolare latinoamericane. Esse sono da anni portatrici di un'idea dello sviluppo talmente altro da essere fondato sull'armonia con il pianeta, sulla solidarietà e sulla sobrietà: il modello chiamato «buen vivir» (da tre giorni è uscito un documento dal titolo «Buen vivir per un altro paradigma di civiltà» e si veda questo testo riportato anche di seguito). Frutto dei processi di organizzazione dal basso, nei nuovi testi costituzionali approvati in Ecuador e Bolivia i beni comuni sono divenuti diritti costituzionali riconosciuti e sono tutelate e previste per la prima volta, accanto alle forme di proprietà e di economia classiche, anche la proprietà collettiva e le economie solidali e comunitarie, fondate un principio di reciprocità, solidarietà e scambio piuttosto che di profitto.
Sono numerosi gli esempi di comunità, movimenti sociali e collettivi latinoamericani, africani, indiani ma anche europei e italiani, che stanno sperimentando nella pratica quotidiana metodi di partecipazione dal basso e di gestione comunitaria delle risorse e dell'economia. Basti pensare alle migliaia di focolai di conflitti socio-ambientali nati in tutti i continenti per contrastare l'imposizione di megaprogetti o politiche economiche lesive dei diritti della popolazione, con le comunità locali che esigono di avere voce in capitolo sulla gestione dei territori nei quali vivono.
 
 
Ecuador e Bolivia: Buen Vivir, Identità e Alternative al modello
www.censat.org, traduzione di Francesca Casafina da sito di A Sud.
 
Le nuove costituzioni di Ecuador (2008) e Bolivia (2007) considerano il concetto di buen vivir o sumak kawsay come uno dei principali assi tematici dei rispettivi testi costituzionali. Il sumak kawsay rappresenta un modello di vita improntato su un nuovo tipo di relazione tra gli esseri umani e la natura e propone un nuovo orizzonte di vita e un'alternativa di fronte alla visione monoculturale della civiltà occidentale.
 
Nel dicembre 2007 è stata approvata la Nuova Costituzione Politica boliviana. Per la prima volta nella storia costituzionale del paese, la carta magna riconosce il carattere plurinazionale dello stato e garantisce i diritti dei popoli originari. Circa due terzi della popolazione boliviana è di etnia indigena e dichiara di appartenere a una delle tante nazioni originarie, comunità o popoli che abitano da tempi immemorabili sulle terre di quello che adesso è lo stato boliviano. La Bolivia si autodefinisce, oggi, come una società plurale e pluralista che promuove come principi etico-morali e valoriali lo “ama qhilla”, lo “ama llulla”, lo “ama suwa” (non essere pigro, non essere bugiardo, non rubare), il “suma qamaña” (vivir bien), il “ñandereko” (vivere una vita armoniosa), il “teko kavi” (vivere una vita buona)lo “ ivi Maradi” (terra senza male) e il “qhapaj ñan” (cammino o vita nobile)”.
 
Seguendo questo stesso cammino, il 25 luglio 2008 l'Assemblea Nazionale Costituente dell'Ecuador ha approvato il progetto della nuova costituzione dell'Ecuador. Nel settembre dello stesso anno, la maggioranza del popolo ecuadoregno ha espresso la propria approvazione al nuovo testo costituzionale, attraverso un referendum. Anche l'Ecuador ha così potuto avviare un processo di rifondazione dello stato attraverso il riconoscimento della sua natura plurinazionale e sovrana così come dell'eredità storica e culturale dei popoli andini, accordando piena legittimazione al concetto quechua del buen vivir, il sumak kawsay.
 
L'inclusione del sumak kawsay o del suma qamaña nelle nuove costituzioni dell'Ecuador e della Bolivia ha significato il riconoscimento di un modello alternativo di società proposto dai popoli indigeni, tradizionalmente emarginati o ignorati dalle élites al potere e che adesso reclamano un maggiore protagonismo nella vita pubblica e il rispetto della loro diversità culturale. La loro lotta per il diritto alla terra, per mantenere i loro sistemi di credenze, le loro forme di amministrare la giustizia e, in generale, altri modi di concepire e interpretare il mondo, dura ormai da decenni.
 
E' innegabile che si sia compiuto un grande passo in avanti, verso una sempre maggiore decolonizzazione e deoccidentalizzazione del pensiero, da parte di settori storicamente tenuti ai margini della vita pubblica e dei processi decisionali. Senza dubbio, le linee guida dei nuovi testi costituzionali – il sumak kawsay, il buen vivir, la costruzione di stati plurinazionali – devono servire da fondamento per la costruzione di alternative attraverso un processo collettivo che rifugga da derive unidirezionali o del pensiero unico. Non esiste un solo cammino, una sola direzione o un solo attore: è necessario intraprendere una strada che includa la maggioranza degli attori presenti nella scena politica e sociale. Non si può, quindi, prescindere dalle seguenti questioni: come coivolgere i settori meticci, urbani che non si sentono rappresentati dalla filosofia indigena del buen vivir? Come promuovere un dialogo aperto, sincero e autenticamente interculturale per dare sostanza al concetto di buen vivir, così da favorire il rispetto dei diritti collettivi, il riconoscimento della pratica della plurinazionalità, la diversità culturale e l'importanza di vivere in armonia con la natura? E' possibile, attraverso la pratica del buen vivir, rompere con l'omogeneizzazione culturale che impone un modello unico di stato, un unico modello di pensiero e di progettualità politica? 
 
La “vita buona” dell'Occidente. Il “vivir bonito” amerindio E' importante individuare e evidenziare le differenze che intercorrono tra il concetto occidentale di “vita buona” o benessere o “vivere bene” e il “sumak kawsay” o “suma qamaña” dei popoli indigeni del continente latinoamericano. “La tradizione occidentale della “vita buona” ha due fonti: la prima è quella del mito biblico del giardino dell'Eden e la seconda è quella che si riallaccia alla visione aristotelica” (Medina, Javier. Suma Qamaña. Por una convivialidad posindustrial, La Paz, Bolivia, Garza Azul Editores, 2006. Pág. 105). Risulta, quindi, evidente che esistono profonde differenze tra le due concezioni, quella andina e quella occidentale. La prima di queste è la divisione che la cultura occidentale promuove tra l'uomo e la natura. La visione aristotelica di “vita buona” risulta come slegata dal mondo naturale, viene concepita in un contesto urbano, nella polis: tutto ciò che si trova fuori viene considerato “incivile”, in relazione alla vita nei campi o nelle foreste. E' per colpa di questa divisione tra uomo e ambiente, connaturata alla cultura occidentale, che adesso ci ritroviamo a dover affronatare una crisi ambientale senza precedenti. La natura non solo è stata addomesticata ma anche trasformata, manipolata, urbanizzata, mercantilizzata. Niente è riuscito a fuggire dai circuiti letali del capitale: l'acqua, le foreste, i boschi, il cibo, la vita, i semi, l'atmosfera. Sono talmente aggressivi i meccanismi di distruzione delle risorse naturali che la stessa sopravvivenza dell'umanità è messa in pericolo. Ugualmente, nella concezione cristiana, Dio separa la natura dagli uomini: questi dovranno dominare la terra e metterla al loro servizio (Medina, 2006: 105). Nel mito biblico, “la natura era concepita unicamente come un hortus clausus, un orto chiuso, addomesticato, separato dal resto della natura, considerata selvaggia e idomita, dai pericoli e dalle insidie della foresta: un luogo dove gli esseri umani potessero vivere in ozio perpetuo, senza lavorare. Il lavoro diventava quindi un castigo anzi il castigo per eccellenza: mangeranno pane con il sudore della fronte” (Medina, 2006: 105).
 
Secondo la visione greca, la “vita buona” era vincolata alla “vita contemplativa, al lavoro dell'intelletto e del corpo, alle arti, alla politica e alla possibilità di disporre di tempo libero per fare tutto ciò che venisse richiesto dallo spirito” (Medina, 2006: 106); niente che riguardasse il lavoro e, meno che mai, le attività manuali, che offendevano la natura umana. Questa concezione dicotomica avrà un immenso costo sociale, soprattutto in termini di separazione tra la natura e l'uomo, tra la campagna e la città, tra la mente e il corpo: a causa di questo, verrà negata la possibilità a milioni di persone, nel corso della storia, di vivere una vita degna e “buona”. Il lavoro manuale, nella società greca, sarà destinato agli esseri umani considerati barbari o incivili: le donne e gli schiavi. Dissociando il concetto di “vita buona” da quello del lavoro, si otterà come risultato solo una grande ingiustizia storica e sociale: l'immensa maggioranza della popolazione che lavora per assicurare il benessere della minoranza. (Medina, 2006: 106-107).
 
Al contario, il “suma qamaña” dei popoli andini della Bolivia o il “sumak kawsay” degli indigeni quecha dell'Ecuador presuppone una stretta relazione con la terra, con i “chacras” dove fiorisce la vita e che forniscono agli uomini sostentamento, con gli animali, con il lavoro collettivo nella “minga”. Il sumak kawsay andino è associato alla vita di comunità, in equilibrio con la natura e con il mondo spirituale. I popoli indigeni americani, le società contadine e, in generale, tutte le comunità legate alla terra non cercano di cambiare il mondo quanto piuttosto di comprenderlo, credono nell'equilibrio e nell'armonia fra tutte le forme viventi. (Medina, 2006: 108). Per questa ragione il buen vivir non esclude nessuno anzi incorpora una pluralità di elementi che appartengono alla cosmovisione dei diversi popoli indigeni: visione del futuro, conoscenze e saperi, etica e spiritualità, relazione con la madre terra. I popoli indigeni conducono il loro cammino di apprendimento e socializzazione nella “chacra”, in relazione con l'elemento terra. E' attraverso di essa che viene insegnato ad amare e ad amarla.
 
Ecco perché il sumak kawsay come principio ispiratore delle nuove costituzioni rappresenta un'alternativa: considera le relazioni tra uomo e natura sotto una diversa prospettiva, pone l'esigenza di stipulare un nuovo contratto sociale, che recuperi la dimensione etica e spirituale dei rapporti fra tutte le creature del pianeta. Il buen vivir ci propone un nuovo modello di vita, che rifiuta tutte le derive monoculturali. Senza dubbio la realtà è complessa. A partire dal XIX secolo, in Europa molte persone sono state costrette a lasciare la campagna per trasferirsi in città , a causa della cosiddetta “rivoluzione industriale” e a tutte le trasformazioni che questa ha comportato. Il risultato è stato una crescita senza precedenti degli agglomerati urbani. Le città andavano popolandosi di lavoratori, operai, immigrati, mendicanti, prostitute, gente che viveva ai margini, dando vita a quella che numerosi studiosi chiamano “massa”: concetto utilizzato per designare le classi sociali considerate “pericolose”, quelle che non beneficiarono dei vantaggi derivanti dal progresso industriale (Ortiz, 1996: 71). L'America Latina non rimase immune da questo fenomeno. A partire dalla metà del secolo scorso, i governi latinoamericani, con l'appoggio di organismi internazionali e programmi di aiuto allo sviluppo si impeganrono nella promozione di politiche “desalloristas” per favorire processi di industrializzazione e modernizzazione, ottenendo come risultato lo spostamento di enormi fette di popolazione dalla campagna verso i centri urbani industrializzati e il conseguente impoverimento di massa dei migranti e degli ex-lavoratori della terra. L'avvento della società moderna portò a una serie di cambiamenti importanti: urbanizzazione, industrializzazione, meccanizzazione, migrazione, conflitti ambientali, emergere di nuovi attori sociali, ingresso delle donne nel mondo del lavoro, formazione di un mercato interno, omogeneizzazione. Questo nuovo paradigma di civilizzazione ha prodotto – e continua a produrre – una molteplicità di crisi, tra cui una delle più gravi è sicuramente quella ambientale. L'aspetto paradossale è questo: più cibo produciamo più aumenta la crisi alimentare, più si genera ricchezza e più crescono la povertà e le disuguaglianze, maggiori sono i progressi nel campo della tecnologia e maggiori le fette di popolazione, a livello mondiale, che non possono beneficiarvi. La modernità implica la disintegrazione della società tradizionale e delle culture ancestarli e, con essa, il tentativo da parte delle élite al potere di creare stati nazionali basati sull'omogeneizzazione e sul “modello unico di società”. Come ci ricorda Renato Ortiz: “la modernità non è solo industria ma anche nazione”. (Ortiz, 1996: 85). Il benessere occidentale significa preminenza dell'individuo sulla collettività, proprietà privata della terra e libertà di commercio.
 
Di fronte a questa realtà, il sumak kawsay ci esorta a ripensare le nostre relazioni con il mondo naturale, a recuperare il dialogo con la terra che i popoli indigeni non hanno mai perduto, ci invita a riconoscere le diversità culturali senza pregiudizi o intenti discriminatori e a superare il concetto di stato-nazione come ci viene presentato dalla civiltà occidentale.
 
L'America Latina è un mosaico di storie, culture e territori diversi, una complessità di visioni. Non esiste una sola America, pura e originaria, anche se non per questo bisogna dimenticare l'importanza delle radici, dei saperi e delle tradizioni dei popoli ancestrali. Anzi dobbiamo recuperare questo immenso e ricco patrimonio, per procedere nel nostro cammino.
 
Che il concetto di sumak kawsay sia diventato il centro dei dibattiti costituzionali dei paesi andini è un passo estremamente importante perché, fra le altre cose, ci ha permesso di credere ancora una volta che un altro mondo sia possibile. A partire da questo, è possibile elaborare e promuovere un nuovo paradigma di civilizzazione che ci aiuti a superare la crisi ambientale e sociale che l'umanità sta vivendo. Nel caso dell'Ecuador, l'incorporazione del concetto di buen vivir nel nuovo testo costituzionale ha significato il riconoscimento di tutta una serie di diritti e garanzie, molti dei quali già ampiamente riconosciuti dal diritto internazionale: accesso all'acqua, al cibo, al lavoro, alla salute, a un ambiente sano, a un'informazione libera e trasparente.
 
Il momento storico che stiamo vivendo ci invita al cambiamento. E' necessario promuovere alternative contro il potere del capitale mondiale. E' tempo di trasformazioni. E' tempo di buen vivir!
 
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lunedì, 15 giugno 2009

Relación Bolivia-Perú “en mal momento”

David Choquehuanca, canciller de Bolivia (foto cortesía Agencia Boliviana de Informaciones).

Pese a que las relaciones son tensas, el canciller descartó que exista riesgo de "ruptura".

Los últimos choques verbales entre las altas autoridades de Bolivia y Perú configuran "un mal momento" para las relaciones diplomáticas de ambos países, según lo admitió el canciller boliviano David Choquehuanca.

El titular del Ministerio de Relaciones Exteriores formuló declaraciones periodísticas este domingo en un contexto cargado de acusaciones cruzadas, producto del conflicto entre indígenas peruanos y el gobierno del presidente Alan García.

Desde Lima habían responsabilizado al jefe de Estado boliviano, Evo Morales, de instigar las protestas en el vecino país, mientras que desde La Paz acusaron al gobierno del Perú por la muerte de nativos en los incidentes del 5 y 6 de junio pasado.

Choquehuanca, sin embargo, descartó que exista riesgo de "ruptura" entre ambos países.

El diplomático recordó que el presidente Morales denunció en reiteradas ocasiones la existencia de "intereses externos que buscan llevar a la confrontación", pero aclaró que "nuestros pueblos no quieren" esa opción.

Tensión entre vecinos

Protestas indígenas en Perú.

El conflicto indígena en Perú derivó en acusaciones cruzadas entre Lima y La Paz.

Las tensiones tienen su origen en las diferencias ideológicas entre ambos gobiernos, señalaba la corresponsal de BBC Mundo en La Paz, Mery Vaca, después de que los incidentes en la Amazonía peruana dieran paso a las acusaciones cruzadas.

La corresponsal de BBC Mundo identifica como uno de los hitos en la conflictiva relación el diferendo por límites marítimos entre Perú y Chile que afectaría la posibilidad de Bolivia de obtener una salida al Pacífico.

En la misma línea se inscriben los asilos y refugios concedidos por Lima a ex funcionarios bolivianos acusados de genocidio y la supuesta instigación a los indígenas peruanos del distrito amazónico de Bagua.

Sobre este último hecho, en Perú invocan una carta enviada por Morales a organizaciones indígenas reunidas en Puno en la que sostenía que "este es el momento para que todos sepan que nuestra lucha no termina, que de la resistencia pasamos a la rebelión y de la rebelión a la revolución".

Choquehuanca explicó que la misiva estaba dirigida a los "indígenas del continente" y no a los peruanos en particular y dijo que las acusaciones al presidente de Bolivia se debieron a "la mala intención" de algunos políticos del vecino país.

Fonte: BBC MUNDO

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giovedì, 11 giugno 2009

Un prete italiano contro la "legge della foresta"

Da trent'anni padre Mario Bartolini vive in Amazzonia dove dirige un'emittente che dà voce agli indigeni. Il governo peruviano ha bloccato il provvedimento che prevede lo sfruttamento delle risorse naturali. Il missionario viene accusato di istigazione alla rivolta, una multinazionale l'ha denunciato.
 
Tutto comincia da La voz de Caynarachi, una piccola radio di Barranquita nella regione amazzonica di Yurimaguas, in Perù. Da quando l'ha fondata, ormai tanti anni fa, e la dirige, padre Mario Bartolini Palombi, ha avuto un sacco di guai. Ogni giorno la sue parole raggiungono le comunità indigene più sperdute, le uniscono e le difendono, ma quella sua voce, così amichevole e rassicurante per alcuni, lo ha fatto anche diventare una persona molto scomoda. Non solo per il governo di Lima ma anche per il potere locale. Quelli del municipio non lo sopportano. Sindaco, consiglieri, capo della polizia si sono messi insieme già tre anni fa per cacciarlo dalla sua parrocchia. "È un agitatore - dissero - che invece di appoggiare gli obiettivi di sviluppo sociale ed economico di questa provincia, ci denigra". Così il Comune lo dichiarò "persona non grata", e chiese al vescovo, monsignor Astigarra, di sostituirlo. Mentre una impresa multinazionale, il Grupo Romero, lo denunciò. Mosse fallite, perché Astigarra difese il suo parroco e, un anno dopo, al processo, Bartolini venne assolto.
 
"Gli obiettivi di sviluppo" erano gli stessi che hanno fatto 100, forse 150 morti, a Bagua nella rivolta della settimana scorsa delle comunità indigene contro il decreto governativo che ha assegnato nuove terre al Grupo Romero, l'impresa locale che deforesta l'Amazzonia per produrre biodisel, il carburante verde. Quando la polizia è intervenuta per sgomberare la strada che porta alla zona data in concessione, gli indios hanno reagito e i poliziotti hanno sparato. Come sempre in queste regioni del mondo la maledizione è la proprietà della terra. Gli indios la abitano ma raramente la possiedono legalmente e i governi pretendono che sia dello Stato. Così accade che la vendano o la affittino "per lo sviluppo", che in questo caso vuol dire piantagioni di soia e deportazione delle piccole comunità indigene.
 
Da trent'anni, padre Bartolini, un sacerdote passionista, nato ad Ascoli e parroco di Barranquita, si batte contro questa prospettiva e organizza gli indios per impedire che gli venga sottratta la terra sulla quale vivono. Dietro alla rivolta c'erano La voz de Caynarachi e questo settantenne asciutto e tenace che si rifiuta di abbandonare i più poveri e abbandonati tra i suoi fedeli. Ora subirà un altro processo e rischia l'espulsione dal paese. Cacciare Bartolini per municipio e multinazionale equivale a disinnescare le proteste, tagliarne la testa e la connessione con l'opinione pubblica internazionale. L'accusa contro il parrocco è "istigazione alla rivolta" ma padre Mario non si scompone: "Vivo qui da trent'anni e nessuno mi impedirà di difendere gli indios", ha detto prima di chiedere 5mila euro alla sua Congregazione per pagare un buon avvocato che lo difenda davanti ai giudici nel nuovo processo.
 
Rispetto ad altri paesi, come il Brasile dove negli ultimi anni, non senza polemiche, sono state attribuite terre agli indios dell'Amazzonia e create ampie riserve naturali di foresta, in Perù il riconoscimento dei diritti sulla proprietà della terra viene negato e il governo di Alan Garcia ha lanciato un vasto programma di sviluppo per attirare investimenti nelle aree più povere. Un obiettivo che si scontra con gli interessi e con i diritti delle comunità indigene che vengono deportate dalle aziende che ottengono le concessioni.
 
Nella regione del conflitto la situazione si è normalizzata anche se organizzazioni non governative denunciano nuove aggressioni alle piccole comunità della foresta e l'invio di nuovi contingenti di esercito e polizia. Uno dei leader della rivolta, Alberto Pizango, accusato di sedizione, si è rifugiato nell'ambasciata del Nicaragua e ha ottenuto asilo politico da Managua mentre il governo peruviano accusa quello boliviano, guidato da Evo Morales, di aver incitato e protetto i rivoltosi. A Lima si è dimesso un ministro, Carmen Villoso, e mentre la crisi assume - con le accuse alla Bolivia - una preoccupante dimensione extra nazionale, Alan Garcia spera di risolverla coinvolgendo le gerarchie della Chiesa cattolica. Yehude Simon, il primo ministro, ha incontrato l'arcivescovo di Lima, Cipriani, per chiedere la mediazione della Chiesa. Ieri, intanto, il parlamento peruviano ha sospeso per 90 giorni uno dei dieci decreti che favoriscono lo sfruttamento delle risorse naturali dell'Amazzonia.
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venerdì, 29 maggio 2009

Si parla di adozione nazionale sui quotidiani boliviani.

Il quotidiano di La Paz “La Razon” torna a parlare di adozione nazionale. Lo fa con questo articolo in cui si parla di infertilità di coppia e si propone come soluzione anche l’adozione nazionale. Da notare la foto della coppia usata a corredo dell’articolo: non sembra proprio una classica coppia boliviana, sarà un caso?
 
¿La cigüeña aún no llega?
 
No lograr tener hijos provoca frustración, lo que genera una crisis de pareja. Sin embargo, hay soluciones al problema.
“Decimos que una pareja tiene problemas de fertilidad cuando, pasados los dos años de relaciones sexuales sin contracepción, no consigue el embarazo”, comenta el ginecólogo Jorge La Fuente. En este caso, la pareja debe acudir al médico para que éste determine las causas por las cuales no se produce el embarazo.
Si se llega a aplicar un tratamiento, es decir alguno de los métodos de fertilidad, se crea una ilusión en los cónyuges, esperanza que generalmente se transforma en estrés cuando el resultado no sale positivo.
“Siempre hacía los test caseros de embarazo y me moría de nervios al esperar el resultado; era frustrante ver que salía negativo”, dice Lili (37).
Esta situación es frecuente. “Desde el comienzo del tratamiento aparecen síntomas de ansiedad por el temor a no lograr el embarazo y que la pareja pierda el interés por la relación sexual”, indica La Fuente.
En otros casos, los esposos que se encuentran ante la noticia de que no pueden tener hijos y, a pesar de llevar tiempo intentándolo, generalmente reaccionan con incredulidad y sorpresa. “Pasan de la ansiedad por lograr el embarazo a un sentimiento de tristeza y frustración”. Sin embargo, es importante saber que si tienen problemas para embarazarse, deben planear su futuro de manera diferente”, explica la sicóloga Mónica Quitón.
 
¿CÓMO AFECTA AL PAR?
Casi todas las uniones estables, tarde o temprano, organizan su vida con la idea de tener hijos. Cuando llevan tiempo intentando agrandar la familia y no lo consiguen, crece la ansiedad, pero el desconcierto y el dolor llegan cuando las pruebas médicas confirman las sospechas de que uno de los dos es infértil.
Para la terapeuta familiar Mariel Luza, “a partir de ese momento el sufrimiento es común en la pareja. El impacto emocional que esto causa afecta tanto a la persona como al par y, aunque lo deseable es que se mantengan unidos ante la noticia, con frecuencia lo que ocurre es que pierden el equilibrio como pareja y hasta se distancian”, dice la especialista.
 
DIFERENTES REACCIONES
La forma de reaccionar de cada persona ante la imposibilidad de tener hijos suele variar, según la personalidad, el ambiente social, familiar y cultural, la edad, el sexo, etc.
Los hombres, por lo general, tienden a no hablar del tema, prefieren evitar las conversaciones acerca de su esterilidad, incluso tratan de evadirlas con su pareja, “produciéndose un distanciamiento y una falta de comunicación”, dice Luza.
Sin embargo, en las mujeres no existe esa vergüenza, pero sí hay un mayor sufrimiento, “ya que los conceptos de mujer y maternidad están culturalmente unidos. Por tanto, para ellas es un objetivo; incluso pueden sentir que su vida está incompleta sin hijos”, concluye.
 
La Fecundación In Vitro (FIV)
¿Qué es la FIV? Es una técnica de reproducción asistida en la que los ovocitos se fecundan con los espermatozoides en laboratorio y los embriones así obtenidos se depositan en el útero de la paciente. El objetivo es conseguir que el tratamiento genere un embarazo. Para mejores resultados, es importante que la pareja viva el proceso como algo sencillo, con ilusión y confianza en el equipo médico que la asiste.
 
Adopción
• Concepto. Según el Código de Familia, la adopción es un acto de autoridad judicial que atribuye la calidad de hijo del adoptante al que lo es originalmente de otras personas.
• Diferencias de adopción. Según el Código Niña, Niño y Adolescente, se entiende por adopción nacional, cuando los adoptantes tienen nacionalidad boliviana y residen en el país o, siendo extranjeros, tienen residencia permanente en el territorio nacional por más de dos años y los adoptados son bolivianos de origen. En el artículo 80 dice que las personas solteras y las parejas que mantienen una unión conyugal libre o de hecho de manera estable, podrán ser adoptantes. En cambio, se entiende por adopción internacional los casos en los cuales los solicitantes son de nacionalidad extranjera y residen en el exterior o, siendo de nacionalidad boliviana, tienen domicilio o residencia habitual fuera del país y el sujeto de la adopción es de nacionalidad boliviana, radicado en el país.
• Requisitos. Para las personas nacionales, se necesita tener un mínimo de 25 años de edad y ser por lo menos 15 años mayor que el adoptado. Tener un máximo de 50 años de edad, salvo en los casos de convivencia preadoptiva por tres años; certificado de matrimonio y, cuando se trate de uniones libres o de hecho, esta relación debe ser establecida mediante resolución judicial; gozar de buena salud física y mental, acreditada mediante certificado médico y evaluación psicológica; un informe social; acreditar el no tener antecedentes penales ni policiales; y certificado de haber recibido preparación para ser padres adoptivos.
 
Texto: Iván Paredes Tamayo. Foto: Dreamstime. Expertos consultados: Mónica Quitón, sicóloga;Mariel Luza, terapeuta familiar; y Jorge La Fuente, ginecólogo.
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venerdì, 29 maggio 2009

Uranio all'Iran? Non ne abbiamo!

La Bolivia contrattacca dopo la pubblicazione di un rapporto del ministero israeliano degli Esteri sulla presunta esportazione di uranio in Iran. Il governo di Evo Morales ha risposto che La Paz non produce e non vende uranio. Per negare la denuncia israeliana sono scesi in campo anche i minatori. Il segretario della Federazione sindacale lavoratori delle mine della Bolivia, Guido Mitma, ha assicurato di non conoscere alcun giacimento di uranio nel paese. Anche il Corriere della Sera ne aveva parlato, ma, ovviamente, non ha dato lo stesso risalto alla smentita del governo boliviano, come mai?
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mercoledì, 27 maggio 2009

Plan 3000. Resistencia y cambio social en el corazón del racismo

En plena ciudad blanca y racista, centro de la oligarquía agroexportadora, el Plan 3000 es una inmensa y pobre barriada de casi 300 mil habitantes, en su mayoría aymaras, quechuas y guaraníes; un micro-mundo integrado por las 36 etnias bolivianas. Una ciudad multicultural que resiste—en nombre de la igualdad—la cultura machista, prepotente y violenta de las elites locales.
 
"A las 12 en la rotonda, donde está el mojón con la bandera boliviana", dijo Junior. "A la rotonda del Plan", digo al taxista. Luego de atravesar los ocho anillos de la ciudad, desde el casco viejo presidido por la elegante plaza 24 de Setiembre, la catedral y los edificios públicos de neta factura colonial, nos internamos en una zona casi descampada, de calles de tierra perforadas por máquinas que abren zanjas y remodelan caminos. Un sol de plomo castiga la rotonda, un círculo de quince metros de diámetro, suelo de tierra espolvoreada por el viento y media docena de palmeras enanas.
 
Alrededor giran micros, autobuses y coches haciendo sonar sus bocinas mientras las vendedoras del mercado vocean sus productos. Gruesas gotas de sudor resbalan por todo el cuerpo haciendo la espera interminable y asfixiante. Junior se acerca con una sonrisa, estira la mano con cortesía y decide caminar por el mercado para buscar una sombra donde conversar. Cruzamos la avenida Che Guevara y nos internamos en el laberinto de puestos saltando sobre enormes charcos.
 
Sobre un piso de tierra enlodada por aguas hediondas, encima de taburetes de madera y bajo techos de chapa y lona, se aglomeran puestos de verduras y frutas, pollos y carnes rojas, las infinitas variedades de cereales y papas andinas y un sinfín de alimentos manipulados por mujeres de polleras largas y gestos frugales. Se intercalan con puestos de ropa, equipos de audio, DVD, cuadernos y bolígrafos, adornos y jabones, y las músicas nacidas de los más increíbles mestizajes.
 
Es imposible no recordar la Ceja de El Alto, sobre La Paz, el centro de la ciudad más india y combativa de América Latina. Muchos dicen que el Plan 3000 es El Alto de Santa Cruz, pero desde dentro se aprecian tantas diferencias como similitudes. En todo caso, el Plan 3000 fue un bastión que los paramilitares cruceñistas no pudieron doblegar. En setiembre de 2008, se convirtió en nuevo símbolo de la resistencia popular latinoamericana.
 
Una Miami sin mar
Una calamidad de la naturaleza está en el origen del barrio más poblado y extenso de Santa Cruz. La riada del año 1983 del rio Piraí hizo que tres mil familias fueran trasladadas a una zona semiurbana lejana del centro de la ciudad, que de inmediato recibió el nombre de Plan 3000. Construyeron sus viviendas y sus calles, pero debían comprar el agua una o dos veces por semana a vendedores particulares. "Era un lugar abandonado, sembradíos, estancias de ganado, cañaverales", dice Junior Pérez, un joven ingeniero agrónomo activista en grupos juveniles del Plan.
 
Después empezaron a llegar migrantres de todo el país cuando, en 1985, el primer gobierno neoliberal del continente cerró las minas, la principal riqueza del país. Pero también llegaron afectados por las sequías, cambas pobres y collas nacidos en los más remotos rincones del país1. También fueron arribando al nuevo barrio gauraníes, chiquitanos y ayoreos, entre muchas otras etnias, del interior del departamento de Santa Cruz. "Esta es una zona multicultural", asegura Junior. "Pasamos de los 10 mil habitantes iniciales a unos 250 mil, sin servicios, sin alcantarillado ni pavimentación, mucha inundación. Ahora sufrimos la epidemia del dengue"2.
 
Sin embargo, los nuevos pobladores se insertaban en una sociedad "urbana feudal, estratificada, señorial y dominada por una economía de trueque"3. Santa Cruz es diferente. Fundada en 1561 por soldados españoles, tuvo dos características que labraron su identidad: un fuerte aislamiento geográfico y la ausencia de riquezas naturales. Eso la mantuvo como un enclave colonial con un orden social estratificado en el que las diferencias sociales –nacidas del color de la piel y no del tamaño del bolsillo- se concentraran en el nivel simbólico.
 
"La zona de residencia en relación con la cercanía a la plaza, la vestimenta y el estar eximido de trabajo o de tener que trabajar representaban en una ciudad, en la cual las diferencias económicas eran limitadas, puntos de vista determinantes para marcar la posición de cada uno dentro del orden social"4. En suma, una isla colonial y "civilizada" rodeada de "salvajes", tan lejos del Altiplano, que era el centro económico y político, como de Buenos Aires, capital del Virreinato del Rio de la Plata del que dependió desde 1776 . En la década de 1870, el movimiento político encabezado por Andrés Ibáñez, inspirado en la Revolución Francesa, funda el partido "Igualitarios" contra las estructuras estamentales de la ciudad.
 
Ibáñez proponía la abolición de la servidumbre de los indios y la distribución de las tierras no explotadas por los latifundistas. Aunque tuvo muchos seguidores fue atacado por la oligarquía local y perseguido por las autoridades centrales que lo ejecutaron en 1877. Hasta la Guerra del Chaco (1932-35) entre Bolivia y Paraguay, Santa Cruz permanece aislada del resto del país. Con la revolución de 1952 se reemplaza el orden estamental-feudal por el sistema electoral y se moderniza la región que registra un rápido crecimiento económico.
 
En 1950 Santa Cruz contaba con 41 mil habitantes; en 1998 supera el millón. Un 40% son collas que provienen del Altiplano y los valles; otro 40% son migrantes del interior del departamento; el resto son cambas, menonitas y japoneses. En 1952 Santa Cruz representaba el 3% del PBI de Bolivia; en 2004 supera ya el 30%, gracias a la exportación de gas a Brasil y Argentina y a la producción agropecuaria, con destaque de la ganadería y la soya. Aunque los rasgos materiales se han actualizado, las mentalidades evolucionan mucho más lentamente: una sociedad moderna coexiste con una mentalidad feudal.
 
Un buen ejemplo de esa mentalidad son los concursos de Miss Bolivia, uno de los orgullos de Santa Cruz. Las últimas doce ganadoras provienen de esa ciudad. Gabriela Oviedo, Miss Bolivia 2003, dijo que representa a "la otra Bolivia", la "no indígena", ya que en oriente son "blancos, altos y hablan inglés". Una estudiante de derecho de 23 años, dijo algo muy similar: "Los bolivianos vienen a Santa Cruz porque es una Miami para ellos"5.
 
La conclusión del sociólogo Andrés Waldmann, un alemán que vive hace más de diez años en Santa Cruz y escribió una tesis notable sobre la cultura de las elites, suena lapidaria: "Una sociedad pueblerina, estamental y homogénea, ha sido reemplazada por otra urbana, estructuralmente heterogénea, en la cual los contrastes entre el lujo y la miseria, entre el buen mantenimiento de instalaciones privadas y el ruinoso estado de las públicas, entre organización y caos, entre estructuras de vida premodernas y modernas coexisten de manera desarticulada"6.
 
A grandes rasgos puede afirmarse que en Santa Cruz se ha creado un polo de crecimiento capitalista moderno que se siente diferente y superior al occidente indio boliviano, al que considera un lastre para el país. Pero hay algo más: los cambas de Santa Cruz son hoy minoría en su propia ciudad, algo que puede deducirse del diseño urbano. La ciudad fue delineada a partir de una plaza central, a la que no podían ingresar los indios hasta hace apenas unos años, y un conjunto de anillos concéntricos. Los tres primeros anillos son la ciudad consolidada. El cuarto es una zona de transición; pero ya existen ocho anillos.
 
Además de ser menos, se sienten rodeados por indios, por collas a los que desprecian…y temen. La elite cruceña se apoderó ilegalmente de tierras destinadas a la reforma agraria de 1953; se estima que serían entre 30 y 50 millones de hectáreas. Esa es la base de su riqueza. Desde el golpe de Estado del general Hugo Bánzer en 1971, los golpistas partieron siempre de Santa Cruz, de donde surgieron también todos los ministros de Agricultura, hasta el día de hoy.
 
La demanda de autonomía tiene dos vertientes: por un lado, es un intento por controlar las riquezas hidrocarburíferas a través del Impuesto Directo a los Hidrocarburos (IDH), motivo de enfrentamiento con el gobierno de Evo Morales. En segundo lugar, la autonomía es un intento por poner distancias con La Paz y el Altiplano, foco de las principales rebeliones desde la de Tupaj Katari en 1781. De alguna forma, es el modo de establecer un "cerco sanitario" que proteja los intereses de las elites locales.
 
Sobre este escenario contradictorio, se dibuja uno de los principales conflictos del continente: entre una elite rica, racista y excluyente, y una sociedad multicultural que está democratizando las relaciones sociales y culturales, e intenta revertir las desigualdades económicas.
 
Enfrentar el golpe cívico
Eduardo Loayza, director de Radio Integración, vive en el Plan 3000 desde hace 14 años. La emisora fue una donación del gobierno ante el monopolio mediático de la derecha y es administrada por once organizaciones sociales que gastan sólo mil dólares mensuales en mantenerla en el aire. "Hay cambios, hay más movimiento, más circulación, pero sobre todo la gente ha crecido en lo político. Esto era una bomba de tiempo que había que amortiguar para que no estallara. Pero al final llegó lo que tenía que llegar. La propia oligarquía lo hizo"7.
 
La discriminación hacia los collas fue creciendo de modo geométrico desde que Evo Morales llegó a la presidencia en enero de 2006. "Desde hace tres años hay agresiones contra manifestaciones y dirigentes, agresiones cobardes para intimidarnos, grupos de 20 con bates de beisbol", dice Junior. Sostiene que los jóvenes y los habitantes del barrio empezaron a defenderse, a partir de 2005, de los ataques de la Unión Juvenil Cruceñista (UJC), grupo civil de carácter paramilitar.
 
Con el tiempo, 2008 será considerado como un año de rupturas. Remmy González, ingeniero y ex viceministro de Desarrollo Rural y Agropecuario, nacido en La Paz pero emigrado a Santa Cruz hace décadas, cree que la ofensiva de la derecha cruceñista fue integral y abarcó todos los planos. "El año pasado decidieron afectar económicamente al gobierno de Evo aumentando la inflación en enero y febrero. La soya es el alimento principal para el ganado, fija los precios de las carnes, del aceite comestible y la leche, y con la especulación todo empezó a subir. Paralelamente reclamaban la autonomía"8.
 
González fue nombrado para bajar la inflación, lo que consiguió apoyándose en los pequeños y medianos productores que proveen la mayor parte de la canasta alimenticia. "Se creó EMAPA (Empresa de Apoyo a la Producción de Alimentos) que ha procesado su aceite, vendido su arroz, tiene ahora una fábrica de harina de trigo y decide sus precios en base a los costos de producción, y así y todo tiene ganancias. Pero no da para comprar toda la producción y sólo incide en el 20% de los alimentos. Pero si el 80% restante se pone de acuerdo, no hay forma de bajar los precios", dice Remmy.
 
EMAPA tendría que construir sus silos y plantas de procesamiento de aceite, una inversión que el Estado está ahora en condiciones de realizar. Pero no cuenta con personal especializado a nivel de gerencia. "En la empresa Aceite Fino el gerente gana 50 mil bolivianos; yo fui gerente de producción de EMAPA y mi sueldo era de 7.000 bolivianos. Si uno quiere profesionales de buen nivel es muy difícil. Y políticamente, la gente que ha llegado a ese nivel de conocimientos no quiere trabajar con este gobierno"9. Remmy sufre aún el acoso de sus vecinos por haber estado en un ministerio.
 
En el Plan 3000 los verdaderos enfrentamientos comenzaron el 4 de mayo de ese año decisivo. Ese día el Comité Pro Santa Cruz y la prefectura cruceña convocaron un referendo ilegal para la aprobación de un Estatuto Autonómico Departamental10. El Comité suele convocar "paros cívicos" en los que la Unión Juvenil Cruceñista asume funciones policiales, obliga a los comercios a cerrar, golpea a los que se niegan e impide con violencia que manifestantes populares lleguen hasta la plaza central. Suelen hacer pintadas con el lema "collas de mierda".
 
Ese día en el Plan se organizó una vigilia desde las cinco de la madrugada ante las amenazas de invasión que había hecho la UJC. Animados con música de protesta, una multitud estimada en 10 mil personas se concentró en la rotonda para impedir la devastación de los cruceñistas. Hasta ese momento los grupos de choque sólo se habían enfrentado a pequeños grupos o personas aisladas a las que invariablemente golpeaban y humillaban. Con la multitud aún no se habían atrevido.
 
La derecha separatista iba ganando terreno. El 15 de agosto, mientras dos tercios de los bolivianos confirmaban en referendo a Evo Morales en la presidencia, los miembros de la UJC golpearon brutalmente en el suelo al mismo comandante de la policía de Santa Cruiz mientras era filmado por la televisión. "En ese momento se supo la verdadaera dimensión de la 'crisis estatal' en esos departamentos"11. A fines de agosto y principios de septiembre arreciaban los paros regionales en Santa Cruz, Beni, Pando y Tarija, exigiendo la devolución del IDH ya que el gobierno había decidido financiar con ese dinero un bono para los jubilados.
 
Evo no pudo llegar a cinco de los nueve departamentos porque turbas de opositores bloquearon los aeropuertos. Entre el 9 y el 11 de setiembre parecía que la derecha estaba en condiciones de voltear al gobierno desde las calles: se tomaron instituciones, destruyeron oficinas estatales, ocuparon aeropuertos, persiguieron y dispararon contra opositores. En Santa Cruz fueron destruidas las oficinas de Canal 7 y de la radio estatal, oficinas públicas, locales sindicales y de partidos oficialistas, de movimientos campesinos y de ONGs fueron rodeadas, incendiadas y dinamitadas.
 
Aún puede verse el esqueleto de la Confederación de Pueblos Etnicos de Santa Cruz y los destrozos realizados en la Confederación Indígena del Oriente Boliviano, aunque están lejos del centro. Durante esos días calientes, miembros de movimientos, funcionarios estatales y de ONGs se refugieron en el Plan 3000, ya que era el único lugar en el que sentían a salvo.
 
Pero el 11 de setiembre la derecha fue demasiado lejos al masacrar una marcha campesina en Pando con el resulado de por lo menos 17 muertos, campesinos indefensos asesinados con ráfagas de ametralladoras. Los testimonios aseguran que ese día la gente pobre de Bolivia sintió que era hora de actuar, de frenar lo que Evo denunció como un "golpe cívico" contra las instituciones. El gobierno expulsó al embajador Philip Goldberg, denunciado por el Premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel como el gran articulador de la oposición, decretó el estado de sitio en Pando y movilizó al ejército. Los presidentes sudamericanos lo respaldaron a través de UNASUR.
 
En el Plan 3000 había una enorme tensión. El día 10, los separatistas rodearon y tomaron la terminal de autobuses "expulsando a los que hacían resistencia adentro, sin que el grupo de policías que se hallaba allí pudieran hacer nada"12. Los vecinos tuvieron claro que si ellos mismos no se defendían, nadie lo haría por ellos. El mismo día varios camiones llenos de "unionistas" llegaron por las varias entradas del Plan, golpeando sus escudos con palos para amedrentar a la gente.
 
Junior estaba en la rotonda y recuerda cómo fue el día 10. Comenzó muy temprano con la vigilia, pero el enfrentamiento más fuerte fue al mediodía: "Llegaron con escudos antimotines y cohetes de doce tiros de alto poder que pueden romper ladrillos y latas, y tienen un alcance de 50 metros y así nos empiezan a atacar. Nos hacen retroceder como dos cuadras. En esa acción caen algunos compañeros mayores que los golpean. Ahí hay una reacción. Gritamos, salimos todos y avanzamos. Logramos entablar un enfrentamiento cuerpo a cuerpo y liberamos nuestros prisioneros, y les tomamos prisioneros. Recuperamos nuestro territorio y los hacemos retirar como tres cuadras. Ahí tiene que interceder la policía que los resguarda y hace un pequeño cerco para protegerlos".
 
"La radio transmitió todos los combates", dice Eduardo Loayza. "Ya habían quemado Patria Nueva y Canal 7, y querían quemarnos la radio, nos quedaba sólo organizarnos y llamar a la gente a defender esto. La gente respondió. Nos llamaban de todas partes, nos decían qué sucedía: 'que pasa un coche oscuro con unionistas, que están llevando cohetes, tal camión traslada handies'. Nos multiplicábamos porque la radio eran los ojos del pueblo, las manos, todo. Miles de personas, las mujeres, los jóvenes, niños con sus escuditos de lata de la calle, para pelear…cosas muy bonitas que van a quedar en la historia".
 
Lugo se supo que el objetivo era tomar la rotonda para preparar la llegada de Branko Marinkovic, presidente del Comité Pro Santa Cruz, que ya tenía preparado su discurso. "Aquí no hay nada, aquí todos somos nosotros", cuenta la leyenda que iba a decir. Pero el Plan resistió y ahora es un símbolo; y un bastión de la Bolivia multicultural.
 
Fragmentos del mundo Nuevo
La crisis de setiembre se resolvió a favor del gobierno y de los sectores populares. Durante los días más calientes, la Bolivia de abajo se movilizó con un impresionante cerco a Santa Cruz. "Por el norte, se dirigían desde el Chapare cochabambino. Por el este marchaban desde San Julián, Cuatro Cañadas y otros municipios. Por el suroeste desde las provincias de los valles mesotérmicos. Desde el sureste, merece subrayarse la participación de indígenas guraraníes" 13. Con machetes en la mano, discutieron entrar en la plaza central de Santa Cruz "para darles una lección".
 
Se calcula que en el cerco participaron unos 30 mil indígenas, campesinos, colonizadores, sin tierra, pequeños comerciantes, obreros de la ciudad y el campo, estudiantes. Una parte venían del interior del propio departamento de Santa Cruz, guarayos, chiquitanos, guaraníes, además de los 20 mil que se movilizaron en el Plan 3000. El cerco a Santa Cruz reproduce, de alguna manera, el mítico cerco de Tupaj Katari a la colonial La Paz hace dos siglos. Con ese temor deberán convivir en adelante las elites separatistas.
 
El movimiento social del Plan se asienta en una enorme red informal de relaciones sociales densas, sumergidas en la vida cotidiana. El movimiento más fuerte es el de los "gremiales", las trabajadoras del mercado que cuentan con unas tres mil personas organizadas. Las juntas vecinales están presentes en la mayor parte de los 107 barrios, intentan resolver los problemas de alumbrado, alcantarillado, el mantenimiento de las calles y ahora encaran la creación de la Quinta Sección Municipal, que le daría al Plan 3000 su autonomía legal. La propuesta es denominarla Ciudad Igualitaria Andrés Ibáñez.
 
"La mayoría trabajan para el día, trabajo informal, comercio, empleadas domésticas, lavanderas, construcción, albañiles, plomeros…. Si no sacan dinero un día, el siguiente no tienen para comer. Hay muchos cuartos de alquiler donde vive toda la familia pagando 250 bolivianos. El promedio es de cinco hijos por familia. Las calles las mantiene la gente. Abordan el tema de salud, agua, basura, y sobre todo la inseguridad ciudadana", asegura Junior.
 
Para comprender cómo los habitantes de un barrio pobre resisten y derrotan a una poderosa oligarquía, parece necesario dejar de lado las grandes acciones para enfocarse en los modos como transcurre la vida cotidiana. De la mano de Beti Zaire, maestra de 30 años nacida en La Paz que emigró al Plan 3000 cuando tenía diez, es posible conocer algo más de esa vida cotidiana14. Beti vive en Toro Toro, uno de los primeros barrios del Plan a pocas cuadras de la rotonda. Su barrio cuenta con unas mil familias pero su vida gira en torno a la cuadra donde está el comercio de su madre, Felicidad; o sea, su vida se relaciona densamente con la de otras cincuenta familias.
 
Felicidad tiene una tienda de abarrotes donde vende sobre todo alimentos a sus vecinos. Tiene una libreta donde anota las compras de los que no le pueden pagar al contado. Esas familias le pagan cuando cobran el salario de la semana o la quincena. Cuando alguien no paga, la visita en su casa particular todas las veces que sea necesario, hasta que la convence de saldar la deuda. En todo caso, la existencia de una deuda no implica que la relación se deteriore o se rompa.
 
Antes de tener su propia tienda Felicidad vendía golosinas en la puerta de colegios, fiestas y discotecas, dentro o fuera del Plan 3000. Tanto su papá, un albañil incapacitado para trabajar, como su mamá, hablan aymara aunque Beti ya no domina la lengua materna. Las demás familias de la cuadra provienen de los más diversos rincones del país: La Paz, Sucre y Cochabamba, aunque también hay cambas y familias del interior de Santa Cruz. Felicidad es una referente del barrio aunque no ocupa cargo en ninguna institución.
 
Las relaciones con las familias vecinas son muy estrechas. Cuando hay algún enfermo, algo muy común en barrios sin saneamiento ni agua potable, los demás vecinos de la cuadra le llevan comida, remedios y algo de dinero para afrontar los gastos más urgentes. Pero sobre todo "consejos y compañía, que es lo principal, porque somos muy unidos", dice Beti. Entre los valores parece tener tanta o más importancia la compañía, el diálogo o el simple "estar", que el apoyo estrictamente material. Las vecinas suelen apelar tanto a las pastillas como a las hierbas medicinales como forma de curar enfermedades, pero las hierbas no se "consumen" como medicamentos ya que a su alrededor existe una cosmovisión que se trasmite de forma oral, en largos e íntimos diálogos sobre las ventajas de tal o cuál hierba.
 
En el barrio donde vive Beti funciona una junta vecinal que se reune en la plaza sólo cuando hay que tomar decisiones importantes. La última asamblea en la que participó fue para debatir sobre los medidores del consumo de agua. El agua no la instaló la empresa estatal sino ellos mismos a través de su cooperativa, Coplan, pero con los medidores deben pagar mucho más que antes. Por eso exigen que si les van a instalar medidores les cambien las viejas cañerías por otras nuevas.
 
El presidente de la junta es un señor mayor, jubilado, que tiene tiempo suficiente para hacer trámites municipales para sus vecinos. El cargo es honorario, como en todas las juntas vecinales, y los vecinos lo renuevan porque le tienen confianza, un valor muy apreciado en este barrio. Beti insiste en que los dos principales problemas son la salud y el alcantarillado, dos temas que van de la mano y consumen buena parte de las energías y los escasos ahorros de las familias.
 
El relato de Beti muestra la enrome riqueza de las relaciones sociales en un barrio del Plan 3000. Por un lado, enseña la escasa mercantilización de la vida cotidiana. La confianza personal o familiar tienen más valor que el dinero, como aparece en el caso de la libreta de las compras. El tiempo no se mide como una mercancía sino por la intensidad del vínculo, lo que permite dedicar mucho tiempo a los vecinos aún descuidando el comercio o la propia familia. No se vive como una pérdida sino como un "don", parte de una relación de reciprocidad.
 
Por último, en un breve e incompleto examen, habría que destacar las diferencias de los liderazgos según géneros. Mientras Felicidad, la mamá de Beti, es una referente natural de su cuadra, sin ostentar ningún cargo, el presidente de la junta vecinal tiene un cargo formal aunque esté igualmente cimentado en la confianza personal. Podría decirse que mientras el cargo formal de la junta es "hacia afuera", el de Felicidad es "hacia adentro" de la propia comunidad. Una división no jerárquica que suele es muy común en las formas de ejercer el poder en las comunidades indias y de los sectores populares.
 
Son estas las relaciones que se pusieron en movimiento cuando la ultraderecha cruceñista atacó el Plan 3000. Son las relaciones densas de la cotidianeidad las que permiten a los débiles derrotar a los poderosos; las mismas que hacen posible la vida en medio de tanta pobreza. Y algo más: esas mismas relaciones son las que pueden permitir, expandidas, crear un mundo nuevo, o sea el "otro mundo" posible que proponen los altermundialistas.
 
La política desde abajo
Durante los combates, cuenta Junior, esa multitud de decenas de miles tenía formas muy precisas. Los más jóvenes, varones pero también mujeres, iban delante al enfrentamiento cuerpo a cuerpo con los cruceñistas. En una segunda fila estaban las mujeres del mercado y los padres de familia con sus hijos pequeños. Los comerciantes apoyaban con agua y coca, y las mujeres del mercado cocinaban los desayunos para todos.
 
"Los grupos son como células improvisadas en cada barrio y no tienen nombre, se toman decisiones en asambleas en la rotonda, como en cabildos para la defensa. Sin jerarquías, sin comandantes. Eso es bueno porque cuando hay liderazgos se siguen otros intereses. La UJC es un grupo bastante organizado, tienen asesoramiento de militares retirados, manejan armamento bélico, usan escudos antimotines y tienen instrucción de orden cerrado y artes marciales. Como es una oligarquía empresarial es eficiente. Nosotros lo hacemos alrededor de un sentimiento y de la dignidad", dice Junior con inocultable satisfacción.
 
Siente que ahora que predomina la distensión, es la hora de sacar lecciones de la experiencia vivida. "Se llegó a reflexionar que la dirección política del MAS no influyó en esta resistencia, no hubo una estructura de dirección sino que fue la propia gente. Tampoco hubo apoyo de logística del gobierno ni del MAS sino del mismo combatiente que traía sus cosas, agua, comida y palos, y el mismo pueblo que por solidaridad apoyaba con agua, cohetes y eso. La gente desbordó al propio MAS, lo rebasó y hubo muchos cuestionamientos de que solo se dedican a la política grande pero no a estar con su pueblo porque es la acción de masas la que va a determinar el cambio político".
 
Con matices apenas, Loayza enfatiza en la trascendencia de los combates de 2008. "Si el Plan no se hubiera levantado en septiembre otra sería la historia de Bolivia. Querían entrar a la rotonda y barrer con todo. Pero la gente no permitió. Hubo muchos caídos, heridos, mucho sacrificio de los hambrientos, de los que no tienen nada que perder. Todos se dan cuenta quién es el enemigo. Eso ha permitido madurar para evitar un golpe cívico".
 
Junior está convencido que si no los hubieran frenado, los cruceñistas hubieran impuesto una especie de dictadura, "hubieran hecho su genocidio como pasó en Yugoslavia, en Kosovo. Pero aquí el pueblo se hizo respetar y eso ha superado a los propios políticos".
 
Es muy probable que Bolivia esté viviendo una verdadera apertura democrática, pero sobre todo abajo, en las plazas, en los mercados, en las calles, en los espacios públicos. Remmy recuerda que hace apenas diez años, en 1997, visitó México y volvió sorpendido: "Cuando fui a un banco y vi un indígena atendiendo me pareció raro, y también había indios en los ministerios. Acá nunca había pasado algo así y cuando conté que allá los gerentes del banco eran indígenas me miraban raro, pero ahora aquí ya puede verse".
 
El ex viceministro recuerda que mientras fue estudiante universitario nunca pudo asistir al comedor universitario porque había nacido en La Paz y estaba reservado sólo para cambas. Recuerda también que el padre del ex vicepresidnete Vìctor Hugo Cárdenas (1993-1997) debió cambiar su apellido de Choquehuanca al de Cárdenas para poder ingresar a la Universidad Mayor de San Andrés, en La Paz, donde se graduó de topógrafo.
 
Ahora los indios llevan con orgullo sus ropas, sus nombres y sus apellidos, y se relacionan de igual a igual con los demás. Y han creado espacios donde las diferenicas se expresan todos los días sin establecer jerarquías. En el Plan, dice Loayza, "las identidades particulares se están mezclando porque de chicos se crían juntos todos los diferentes y conviven y apostamos a eso, a un nuevo boliviano sin taras mentales, que acepte todas las diferencias".
 
"Mi abuelo fue a la Guerra del Chaco, mi padre fue dirigente sindical textil y fue torturado por la dictadura de Bánzer", dice un Junior optimista pero prudente. La historia familiar lo empuja hacia delante, pero cuando hablamos del problema del poder, duda: "Ahí está nuestra debilidad. Puede volver a pasarnos lo mismo que en la independencia aunque ahora hay una multitud actuando... El problema es que los compañeros se drogan con el poder, ese es el problema cuando no hay norte político. Esto no es por tener poder, ya somos líderes pero no queremos ser dirigentes, acá hay un punto de inflexión para las nuevas generaciones…"
 
Notas
1. Camba es una palabra de origen guaraní que se utiliza para designar a las personas de tierras bajas (Santa Cruz, Beni y Pando). Collas se le dice a los emigrados de occidente, o sea a los indios. Ambos suelen usarse también como adjetivos con claro tono despectivo (Adrián Waldmann).
2. Entrevista a Junior Jazmani Pérez Vaca.
3. Adrián Waldmann, ob. cit. p. 19.
4. Idem pp. 20-21.
5. Martín Sivak, ob. cit. pp. 67-68.
6. Idem p. 29.
7. Entrevista a Eduardo Loayza.
8. Entrevista a Remmy González.
9. Un dólar se cotiza a siete bolivianos en marzo de 2009.
10. Fundado en 1950, el Comité Pro Santa Cruz es una instancia de las elites que opera en forma paralela a las instituciones del Estado. Aunque está integrado por 183 instituciones, incluyendo la central obrera, siempre estuvo controlado por las elites del poder económico y sus dirigentes siempre son varones. Para tener una idea de su poder, el alcalde informa antes al Comtié sobre sus decisiones que al Concejo Municipal (Waldmann, p. 118).
11. Marxa Chávez, ob cit.
12. Idem.
13. Marcelo Iván Paredes, ob. cit.
14. Entrevista-conversación con Beti Zaire.
 
Raúl Zibechi es analista internacional del semanario Brecha de Montevideo, docente e investigador sobre movimientos sociales en la Multiversidad Franciscana de América Latina, y asesor a varios grupos sociales. Escribe el "Informe Mensual de Zibechi" para el Programa de las Américas (www.ircamericas.org).
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mercoledì, 13 maggio 2009

A proposito del carcere di San Pedro…

Alla cortese attenzione della Direzione di "Repubblica.it"
e per conoscenza alle redazioni di "Repubblica.it" e "Repubblica"
Rimini, 12 maggio 2009
 
Gentile direttore,
mi chiamo Barbara Magalotti e le scrivo in merito all’articolo sul carcere San Pedro di La Paz, uscito il 24 aprile su Repubblica.it.
Ho impiegato alcuni giorni a “digerire” la lettura dell’articolo. Adesso finalmente vi scrivo le mie riflessioni.
Non mi voglio dilungare troppo (chissà se mai leggerete o pubblicherete la mia mail), ma sento forte dentro di me il desiderio di farvi arrivare il mio profondo disappunto: bazzico il San Pedro personalmente da circa 7 anni come volontaria e forse ho qualche nozione, informazione, consapevolezza in più sulla realtà di questo carcere, sui suoi paradossi, le sue contraddizioni, le sue “stranezze” (così appetibili per certa stampa scandalistica) e anche perché mi sento coinvolta in prima persona nelle vicende che lo riguardano.
In questi anni mi sono impegnata a sostenere e coordinare le attività del Centro Educativo per i bambini, figli dei detenuti, sorto nel 2002 all’interno delle mura del San Pedro, in stretta collaborazione con Padre Filippo Clementi, cappellano delle 4 carceri di La Paz, e collateralmente il mio impegno è stato rivolto anche al sostegno psicologico dei detenuti con i quali ho instaurato uno stupendo rapporto di stima e di fiducia, e dai quali ho ricevuto non solo affetto sincero, ma continui stimoli per la mia crescita interiore. Sulla mia esperienza di volontariato ho anche pubblicato un libro, una raccolta di lettere inviate durante un anno e mezzo di presenza a La Paz (“Di’ a qualcuno che io sono qui” edizioni Erickson - 2006), nel quale descrivo la condizione dei detenuti e dei bambini che vivono all’interno del San Pedro e cerco di rielaborare le esperienze vissute.
La situazione del carcere San Pedro è sicuramente particolare (polizia corrotta, alcol e droga che girano, bambini e intere famiglie che vivono con i detenuti, turisti e tanto altro ancora!), ma la corruzione della polizia, la situazione dei bambini che vivono all’interno del carcere con i loro padri, la relativa “anarchia” che vige all’interno di questa struttura, non possono essere letti senza una adeguata considerazione del contesto storico, culturale, politico, economico di un paese come la Bolivia. Ma non è chiaramente questa la sede per discuterne.
 
La grande rabbia che ho provato leggendo l’articolo da voi pubblicato è aumentata a dismisura scoprendo il link su un video girato da alcuni “turisti” durante un “San Pedro tour”… Tante volte ho visto entrare turisti al San Pedro, con le loro macchine fotografiche, le loro videocamere, farsi immortalare vicino ai detenuti in cambio di qualche spicciolo (come fossero la scimmia o la tigre dello zoo… che tristezza, che schifo!) e vi posso assicurare che la rabbia era tanta: verso i poliziotti corrotti che per 35 dollari facevano entrare orde di turistelli alla ricerca di emozioni e di situazioni strane da raccontare agli amici e verso i turisti (“los gringos”, come li chiamano i latinoamericani) che, come spesso accade, quando viaggiano in paesi più poveri credono di poter comprare tutto e tutti con i loro soldi… dimostrando una sensibilità e una intelligenza vicina o sotto lo zero assoluto. I gringos lo sanno bene che entrare al San Pedro è fuori legge, sanno che pagano 35 dollari per un servizio illegale e non ricevono certo fattura, sanno che vanno ad alimentare il circolo vizioso della corruzione eppure… eppure fanno sempre quello che vogliono! E di fronte ai loro viziatissimi capricci “primo mondisti”, la polizia penitenziaria chiaramente abbozza (chiediamoci anche quanto può guadagnare un poliziotto prima di giudicarlo) perché sicuramente quei soldi fanno comodo alla fine del mese. Non sto difendendo la corruzione della polizia penitenziaria: per carità!!! Sto puntando il dito sui turisti che nonostante infrangano consapevolmente la legge per una loro malata curiosità, non solo non vengono puniti ma pubblicano “da eroi” i loro “reportages mediatici” su YouTube e su giornali web…
Credo che la stampa abbia un grande valore, una importantissima missione di informazione e di “coscientizzazione”, di stimolo alla riflessione. Mi urta quindi constatare che, come al solito, è la notizia che crea scandalo, che shocca la gente, che fa scalpore ad avere qualche chance di essere pubblicata. E mi indigno ancora di più quando a pubblicare articoli degni di giornaletti scandalistici sia una testata come la vostra, che ho sempre reputato intelligente ed obiettiva…
E mentre si parla di gringos, droga, e Brad Pitt che si scomoda a produrre un film sul San Pedro, ci si dimentica proprio di coloro che al San Pedro ci vivono e forse, dico forse, avrebbero qualcosa di un po’ più urgente e interessante da dire, riguardo alla loro situazione umana, al loro abbandono, alla loro condizione di emarginazione e stigmatizzazione…
Magari, anziché uno spot pubblicitario sulla cocaina a basso prezzo venduta ai gringos, sarebbe interessante pubblicare un bel servizio riguardante i detenuti del San Pedro, sulle loro attività lavorative, sull’auto-organizzazione interna del carcere, sulle attività svolte nel centro educativo con i bambini. Dare finalmente un’immagine a 360° di questa realtà, che, vista solo attraverso l’articolo che avete pubblicato, viene caricata di “fascino esotico” fomentando una curiosità malata nelle menti dei “turisti in cerca di emozioni forti”…
Forse scrivere un articolo un po’ più completo su questa realtà potrebbe far rinsavire quelle persone che trovando sulle guide il “San Pedro Tour”, si possano rendere finalmente conto della gravità di questa “opzione” e comincino a spezzare la catena della corruzione, facendo il primo passo rifiutandosi di alimentarla (o magari scrivendo a chi “pubblicizza” questi tour che non è esattamente una cosa “buona e giusta” farlo…).
L’articolo da voi pubblicato mi sembra non solo scadente e superficiale ma di una volgarità che rasenta la pornografia… con la differenza che mentre gli attori porno vengono pagati e anche profumatamente per mettere in mostra gli attributi, ai detenuti del San Pedro nemmeno viene chiesto il “consenso” alla pubblicazione di notizie che “forse” riguardano un po’ più loro che alcuni gringos affamati di adrenalina e cocaina a poco prezzo.
Caro direttore, le mezze verità alle volte nascondono ancor di più, anziché fare emergere, la realtà dei fatti… e lei che di mestiere fa il giornalista lo sa sicuramente meglio di me!
Sono una sciocca romantica, idealista, utopica forse. E il mondo va esattamente nella direzione opposta, lo so! Ma credo anche che l’opinione di un lettore, chissà, magari possa far riflettere e migliorare la qualità del lavoro del giornalista…. e gli faccia portare i suoi passi verso una informazione più sana, equa, giusta.
Buen trabajo a todos!
Barbara Magalotti
 
Preso da qui.
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venerdì, 08 maggio 2009

Scusate IL DISTURBO

di Eduardo Galeano, il manifesto del 7 maggio 2009

Chi è terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Perché non sono in carcere gli autori delle stragi più feroci? Queste e tante altre domande sulla giustizia ingiusta nel mondo che funziona alla rovescia
Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.
È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell'Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell'Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra? Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti. Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?
Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?
Walmart, l'impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald's pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?
Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?

Gli intoccabili delle cinque potenze

Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti? Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci. Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un'origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra? È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?
Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro. Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l'ingiustizia sociale? È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile? Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale? Contro la povertà o contro i poveri?

Il crimine della pubblicità

Perché mai i fervidi sostenitori della pena capitale non chiedono la pena di morte contro i valori della società dei consumi, che quotidianamente attenta contro la pubblica sicurezza? O non invita forse al crimine il bombardamento della pubblicità che stordisce milioni e milioni di giovani disoccupati, o mal pagati, ripetendogli giorno e notte che essere è avere, avere un'automobile, avere scarpe di marca, avere, avere, e che chi non ha non è?
E perché mai non si stabilisce la pena di morte contro la morte? Il mondo è organizzato al servizio della morte. O non fabbrica forse morte l'industria militare, che divora la maggior parte delle nostre risorse e buona parte delle nostre energie? I padroni del mondo condannano la violenza solo quando la esercitano altri. E questo monopolio della violenza si traduce in un fatto inspiegabile per gli extraterrestri, e anche insopportabile per noi terrestri che, contro ogni certezza, vogliamo ancora sopravvivere: noi uomini siamo gli unici animali specializzati nello sterminio reciproco, e abbiamo sviluppato una tecnologia della distruzione che, en passant, sta distruggendo il pianeta e tutti i suoi abitanti.

I dittatori della paura

Quella tecnologia si alimenta di paura. È la paura che fabbrica i nemici che giustificano lo spreco militare e poliziesco. E già che ci siamo con la pena di morte, perché mai non condanniamo a morte la paura? Non sarebbe forse sano farla finita con questa dittatura universale degli spaventatori professionali? Coloro che seminano il panico ci condannano alla solitudine, ci proibiscono la solidarietà: si salvi chi può, schiacciatevi reciprocamente, il prossimo è sempre un pericolo in agguato, occhio, fa' molta attenzione, questo ti ruberà, quello ti violenterà, quella carrozzina nasconde una bomba musulmana e se quella donna ti guarda, quella vicina dall'aspetto innocente, di sicuro ti attacca la peste suina.
Nel mondo alla rovescia, fanno paura anche i più elementari atti di giustizia e il buon senso.

L'ordine razzista tradizionale

Quando il presidente Evo Morales iniziò la rifondazione della Bolivia, perché questo paese di maggioranza indigena smettesse di avere vergogna di guardarsi allo specchio, provocò il panico. Questa sfida era catastrofica dal punto di vista dell'ordine razzista tradizionale, che diceva di essere l'unico ordine possibile: Evo portava con sé il caos e la violenza, e per colpa sua l'unità nazionale sarebbe esplosa in mille pezzi. E quando il presidente dell'Ecuador Rafael Correa annunciò che si rifiutava di pagare i debiti non pertinenti, la notizia diffuse il panico nel mondo finanziario e l'Ecuador venne minacciato di castighi terribili per aver dato un esempio così cattivo. Se le dittature militari e i politici ladri sono stati sempre coccolati dalla Banca Mondiale, non ci siamo forse ormai abituati ad accettare come fatalità del destino che il popolo paghi il bastone che lo colpisce e l'avidità che lo saccheggia?
Ma non sarà che il buon sen so e la giustizia hanno divorziato per sempre?
Ma non erano forse nati per camminare insieme, vicini vicini, il buon senso e la giustizia?
Non è forse giusta e di buon senso quella frase delle femministe per cui se noi maschi rimanessimo incinta, l'aborto sarebbe libero? Perché mai non si legalizza il diritto all'aborto? Sarà forse perché allora smetterebbe di essere il privilegio delle donne che possono pagarlo e dei medici che possono farlo pagare?

Perché non si legalizza la droga?

La stessa cosa accade con un altro scandaloso caso di negazione della giustizia e del buon senso: Perché mai non si legalizza la droga? Non è forse, come l'aborto, un tema di salute pubblica? E il paese con più drogati che razza di autorità morale possiede per condannare coloro che riforniscono la sua domanda? E perché i grandi mezzi di comunicazione, così consacrati alla guerra contro il flagello della droga, non dicono mai che proviene dall'Afghanistan quasi tutta l'eroina che si consuma al mondo? Chi governa in Afghanistan? Non è forse quello un paese militarmente occupato dal messianico paese che si attribuisce la missione di salvarci tutti?
Perché mai non si legalizzano le droghe una volta per tutte? Non sarà forse perché forniscono il pretesto migliore per le invasioni militari, oltre a fornire i guadagni più succulenti alle grandi banche che di notte lavorano come lavanderie?
Adesso il mondo è triste perché si vendono meno auto. Una delle conseguenze della crisi mondiale è la caduta della prospera industria dell'automobile. Se avessimo qualche briciola di buon senso, e un pochettino di senso della giustizia non dovremmo forse celebrare quella buona notizia? La diminuzione delle automobili non è forse una buona notizia, dal punto di vista della natura, che sarà un po' meno avvelenata, e da quello dei pedoni che moriranno un pochino meno?

Ma la Storia non finisce

Secondo Lewis Carroll, la Regina spiegò ad Alice come funziona la giustizia nel paese delle meraviglie:
È là - disse la Regina-. È rinchiuso in prigione, scontando la sua condanna; ma il processo non inizierà fino a mercoledì prossimo. E, naturalmente, il crimine sarà commesso alla fine.
Nel Salvador, l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero constatò che la giustizia, come il serpente, morde solo gli scalzi. Lui morì a colpi d'arma da fuoco, per aver denunciato che nel suo paese gli scalzi nascevano condannati in partenza, colpevoli di esser nati. Il risultato delle recenti elezioni nel Salvador non è forse in qualche modo un omaggio? Un omaggio all'arcivescovo Romero e alle migliaia che, come lui, morirono lottando per una giustizia giusta nel regno dell'ingiustizia?
A volte finiscono male le storie della Storia; ma lei, la Storia, non finisce.
Quando dice addio, dice arrivederci.

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traduzione Marcella Trambaioli
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"Yo como tú amo el amor, la vida, el dulce encanto de las cosas el paisaje celeste de los días de enero. También mi sangre bulle y río por los ojos que han conocido el brote de las lágrimas. Creo que el mundo es bello, que la poesía es como el pan, de todos. Y que mis venas no terminan en mí, sino en la sangre unánime de los que luchan por la vida, el amor, las cosas, el paisaje y el pan, la poesía de todos." Roque Dalton, 1975


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