Viva Bolivia

"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006
lunedì, 12 maggio 2008

Ieri c’è stata la FESTA DI PRIMAVERA dell’Istituto La Casa. Eravamo in tanti (200 piatti di pasta asciutta!). Molte le foto che abbiamo fatto. Appena posso ne metto una qui.
Molte anche le informazioni imprecise che circolavano, come quella per cui si sapeva che ad aprile il governo boliviano avrebbe deciso per il blocco delle adozioni internazionali (!)
Oppure che "hanno già tolto le adozioni agli americani" (e per forza gli USA non ratificano la Convenzione dell'Aja, ci mancherebbe!).
Oppure ancora che il governo vuole favorire le adozioni nazionali e chiudere quelle internazionali.
Questa è la più incredibile. Diciamo innanzitutto che già da tempo due stati come il Brasile e il Cile (non mi sembra in mano a cattivi comunisti pro-Chavez come Evo) hanno da tempo deciso di incentivare le adozioni nazionali e non mi sembra che la cosa abbia suscitato scandalo, anzi. Detto questo credo che sia sacrosanto per uno stato porsi come obiettivo di incrementare le adozioni nazionali (cosa che ad esempio condivide Suor Domitilla). Però da qui a dire che siccome questo è l'obiettivo da domani le adozioni internazionali saranno chiuse ne passa..
Nel frattempo vi dico che il famoso incontro al viceministero con i 4 enti che si devono riaccreditare (ricordo che sono La Casa, Spai, Il Conventino e AIBI) dovrebbe essere lunedì 19 maggio.
postato da anticap alle ore 14:09 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, informazioni, adozione

venerdì, 09 maggio 2008

Abbiamo scoperto chi sarà il nuovo Sottosegretario con delega alla famiglia che si occuperà di adozioni internazionali. Grazie a Danibi.
Rimpiango già Rosi Bindi.
postato da anticap alle ore 12:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, informazioni, adozione

giovedì, 08 maggio 2008

«I miei versi in aymara, per ridare onore alla Madre Terra»

0068«I miei versi in aymara, per ridare onore alla Madre Terra»
Cristina Taglietti, il Corriere della Sera del 3 maggio 2008
 
Il peruviano José Luis Ayala è l' alfiere della resurrezione di una lingua perduta
Da oltre trent' anni combatte con l' arma della poesia una lotta di riscatto. José Luis Ayala, nato 68 anni fa a Huancané, nella provincia di Puno, estremo sud del Perù, culla della civiltà inca, è l' alfiere letterario della rinascita dell' aymara, antica lingua ormai riconosciuta come ufficiale (insieme allo spagnolo) in Perù e Bolivia. Sabato 10 maggio Ayala sarà alla Fiera del libro (ore 11, Arena Piemonte), con Riccardo Badini che ha curato per Gorée la raccolta di poesie (in italiano con testo aymara a fronte) “Muyu Pacha”.
Tempo circolare. Versi in cui, come scrive Badini, «la relazione con la natura emerge costantemente a conforto della disperata condizione umana», dove «il profondo rispetto verso la Madre Terra, che non può nemmeno essere arata senza chiederle il permesso» conduce a un' equivalenza tra la considerazione verso l' ambiente, verso gli altri e verso se stessi. Figlio di un maestro elementare, giornalista al quotidiano «La primera» («l' unico giornale decente che non sia caduto nelle trappole mediatiche», dice) Ayala ha avuto un' infanzia difficile («Mi ascolto / ho paura di incontrare / il bimbo triste che non volevo essere», sono gli ultimi versi di Casa di pietra): «È stata un' infanzia dolorosa, come quella di tutti i bambini aymara. Sono stato trattato con estrema crudeltà e questo ha lasciato tracce indelebili nella mia anima. Per due volte sono morto e uno sciamano mi ha salvato, ha richiamato il mio spirito di nuovo nel mio cuore». Ayala ama autori peruviani come Gamaliel Churata, César Vallejo, José María Arguedas, ma il suo orizzonte letterario comprende anche Gabriel García Márquez, Alejo Carpentier, Julio Cortazar, Justo Jorge Padrón («Ho appena finito di leggerlo. Sarà uno dei prossimi Nobel» prevede), fino a Dante, Eugenio Montale, Cesare Pavese («Chi non conosce a memoria "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"»?). Ayala ha una visione militante della poesia. «La mia - dice - è una risposta alla globalizzazione che pretende di cancellare le culture ancestrali, le identità culturali. Allo stesso tempo è la dimostrazione che si può fare poesia anche alla periferia dell' universo, raccogliendo le parole disperse di coloro che, per molti secoli, non hanno avuto voce». Ayala scrive in aymara e poi traduce in spagnolo. Un' operazione non facile perché, dice, «la differenza tra le due lingue è sostanziale. Cerco di tradurre con la maggiore fedeltà ontologica possibile». L' uso dell' aymara, però, aldilà dell' universo semantico, ha anche un innegabile valore politico: «Significa prendere una posizione ideologica precisa, portare avanti una visione del mondo. La poesia è impegno. I miei versi cercano di raccontare la realtà, dura, ma allo stesso tempo magica, del mio popolo».
Sul piano politico, secondo Ayala, un passo avanti è stato fatto con l' elezione dell' aymara Evo Morales alla presidenza della Bolivia. «Adesso anche il Perù deve eleggere un presidente che si identifichi con la maggioranza della popolazione quechua e aymara. Il nazionalismo da noi è allo stato embrionale, ma è destinato a crescere con l' acutizzarsi delle contraddizioni del regime attuale che ha abdicato alle sue promesse politiche».
 
JUPANACA / JIWASANACA
LORO / NOI
Noi no, mai
loro sì
sui resti dei nostri cadaveri
e dei nostri ricordi
Loro prima di tutto
al di sopra
dei nostri diritti
Ciò che abbiamo costruito / il regime stabilito
la coscienza collettiva / la cultura ufficiale
noi che sopravviviamo / loro sì
la loro vita per amore di ricchezza
postato da anticap alle ore 12:06 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: america latina

mercoledì, 07 maggio 2008

Non toccare il latifondo: c'è la terra dietro l'«autonomia» dei più ricchi

A costo di ripetersi, ecco un articolo che propone la questione fondamentale che c’è dietro le rivendicazioni autonomiste.
 
Non toccare il latifondo: c'è la terra dietro l'«autonomia» dei più ricchi
Riforma agraria Le leggi di Morales ridisegnano le zone fertili ma l'oligarchia non cede. A partire dal capo Marinkovic. Serena Corsi, il manifesto di ieri.
 
L'anomala distribuzione della terra in Bolivia è la causa profonda della condizione di privilegio di Santa Cruz. Che nessuno metta mano a questa anomalia è stato l'obiettivo vero del referendum autonomista di domenica.
La riforma agraria del governo nazionalista di Paz Estenssoro nel 1953 si occupò di parcellizzare e distribuire solo la terra delle province dell'altipiano, densamente popolate da indigeni quechua e aymara, mentre l'oriente era abitato quasi solo da tribù dell'etnia tupi-guaranì e da qualche colonia mennonita.
Così il problema delle terre nell'oriente boliviano è stato sottovalutato finché sono rimaste deserte e il loro valore trascurabile. I primi certificati di proprietà furono assegnati - in modo clientelare - solo durante i governi militari, in particolare quello del generale Hugo Banzer (1971-1978) che era di Santa Cruz e in questo modo si sdebitò con i clan e le logge che avevano appoggiato il suo golpe.
Oltre a concedere migliaia di ettari di terra coltivabile, lo Stato contribuì a impiantare nella «mezzaluna» orientale del paese un capitalismo agricolo - opposto alla frazionata conduzione familiare dell'altipiano - erogando crediti (fra il e il 1960 e il 1983 la provincia di Santa Cruz, che oggi reclama autonomia dalla zavorra del «centralismo andinista», assorbiva da sola il 45% del totale dei contributi statali all'agricoltura) e costruendo le strade e le ferrovie necessarie al trasporto e all'esportazione in Brasile e Argentina.
Con la scoperta, alla fine degli anni '70, dei giacimenti gassiferi nel dipartimento contiguo di Tarija, di cui Santa Cruz divenne il centro di lavorazione industriale e di servizi, e più tardi col boom della soia, Santa Cruz (spinta anche dal lucroso business del narco-traffico) si trasformò rapidamente da una cittadina di 50mila anime alla metropoli con più di un milione di abitanti dei giorni nostri.
Ma ormai i giochi fondiari erano fatti, configurando due Bolivie: quella delle centinaia di migliaia di indigeni che insieme possiedono il 56% delle terre (nell'altipiano) e quella delle poche centinaia di latifondisti privilegiati dalla dittatura, un 2% della popolazione che però detiene il 30% del totale della terra coltivabile.
E i cui baroni si sono succeduti fino al 2005 alla presidenza dell'Incra (l'Istituto nazionale per la riforma agraria, che ha avuto sempre e solo presidenti cruceños fino al 2004) scongiurando il pericolo che qualche funzionario zelante trovasse da ridire sull'improduttività delle loro terre e sul modo in cui le avevano ottenute. La situazione è cambiata, almeno sulla carta, nel giugno 2006, con la nuova Ley de tierras promulgata da Morales. La «Riconduzione comunitaria della riforma agraria», criticata da alcuni settori indigeni perché non disconosce il diritto alla proprietà privata della terra e al suo uso per fini di lucro, se non altro decreta che le terre confiscate siano ridistribuite a comunità indigene perché le lavorino collettivamente, e rende più efficiente il lavoro dell'Incra di confiscare terre improduttive o ottenute illecitamente.
Ma la caparbia e prevedibile resistenza degli oligarchi terrieri è riuscita finora a vanificare ogni sforzo: ad oggi, nemmeno un ettaro di terra è stato sottratto al latifondo. Un tentativo si è fatto, e col pesce più grosso di tutti: Branko Marinkovic, il magnate agro-pecuario che è anche il leader del Comité Civico Pro Santa cruz, il perno dell'offensivo autonomista. Marinkovic, accusato di essere venuto illegalmente in possesso di 27mila ettari in piena riserva indigena, ha fatto ricorso alla giustizia dipartimentale (tutt'altro che filo-governativa, visto che ha dato veste «legale» a un referendum illegale) ed è riuscito a deviare il caso in qualche vicolo cieco della burocrazia.
Al di là della retorica sulla libertà e democrazia che ha conquistato tutta la classe media cruceña, il caso Marinkovic è l'emblema di quello che il federalismo giuridico e amministrativo invocato dagli «civici» nasconde: la salvaguardia della ricchezza e la copertura delle frodi dell'oligarchia cruceña. I baroni dell'oriente sognano una divisione di competenze fra stato e province per cui loro uomini tornerebbero a occupare i posti chiave dell'Incra locale, mentre al governatore spetterebbe il compito di dirimere i conflitti agrari («il lupo che bada alle pecore»), con buona pace della riforma agraria resuscitata da Morales.
Con buona pace soprattutto delle migliaia di colonizadores - quelli che la terra, invece, ce l'hanno a malapena sotto le unghie: i braccianti venuti dall'altipiano in cerca di qualche ettaro. E che il più delle volte finiscono nelle periferie marginali di Santa Cruz: non a caso gli scontri più gravi di domenica sono stati nel Plan 3000, il quartiere popolare della città abitato per metà da colla (gli originari dell'altipiano), e per metà da camba (boliviani dell'oriente), lontani anni luce dalle fortuna ammassata dai vari Marinkovic e che però - deja vu - accusano i colla di venire a rubargli lavoro. Al di là delle trattative di palazzo, la cruenta battaglia del Plan 3000 ha mostrato le braci ardenti di un conflitto etnico mai spento.I «civici» hanno soffiato spregiudicatamente sul fuoco per allargare l'appoggio al referendum e farlo sembrare una domanda di «tutta Santa Cruz», compresi i poveri e gli indigeni, e non dell'oligarchia. Ma raccogliere la tempesta che può venirne fuori sarebbe tutta la Bolivia.
postato da anticap alle ore 14:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: bolivia

lunedì, 05 maggio 2008

Evo habla de fracaso y llama a negociar en base a su CPE

NOIeri, nel referendum sull’autonomia di Santa Cruz il SI ha ottenuto l’86% di voti, contro il 14 % di NO, la percentuale di votanti è stata del 61%, superiore alla maggioranza del 50% necessaria affinché gli stessi proponenti lo considerassero valido. Del resto la Legge boliviana sul referendum dice chiaramente che i referendum dipartimentali si possono tenere esclusivamente “Para temas que hacen exclusivamente al ámbito y competencias de un determinado departamento”. Ora, bisogna spiegare agli autonomisti di tutto il mondo, compresi i nostri leghisti, che attribuirsi le competenze esclusive, come si evince dallo Statuto autonomico all’articolo 6, non è propriamente materia di esclusiva competenza dipartimentale, anzi, come qualsiasi buon manuale di diritto pubblico insegna, è solo lo Stato che può dire quali sono le competenze proprio e quelle delle autonomie locali. E’ evidente quindi che fare un referendum in cui si auto-proclama la propria autonomia non è materia dipartimentale ma materia statale, pertanto il referendum è chiaramente illegale. Detto questo ieri è stata un’altra giornata drammatica, ci sono stati un morto (a causa dei gas lacrimogeni lanciati dalla Polizia) e diversi feriti, negli scontri tra gli oppositori e i favorevoli al referendum. C’è poco da gioire, se fossi nei leader locali, considerando che sono state le consultazioni più violente e meno partecipate nei 25 anni di democrazia boliviana. Come gli stessi leader autonomisti hanno affermato, ora dovranno negoziare con il governo centrale, cosa che si sono sempre rifiutati di fare. Da osservare che questa volta i mass media italiani (valga come esempio Repubblica con il suo pseudo-corrispondente Omero Ciai) non hanno, come al solito, descritto Morales come il presidente indio filo Chavez, ma hanno parlato di referendum secessionista delle regioni ricche dell’oriente, con evidenti pericoli destabilizzanti. E se lo dicono loro ci sarà un motivo.
 
Evo habla de fracaso y llama a negociar en base a su CPE
El Jefe de Estado dijo que promoverá una autonomía para los pueblos, pero no una que sea inconstitucional y que beneficie sólo a grupos. 
 
Tras calificar como un “rotundo fracaso” el referéndum cruceño de aprobación del Estatuto Autonómico, el presidente Evo Morales convocó anoche a todos los prefectos del país a negociar la aplicación de un sistema autonómico, pero en base al texto constitucional aprobado por su partido en noviembre del 2007.
La invitación pública la hizo durante un mensaje ofrecido en el Palacio de Gobierno para evaluar la jornada electoral cruceña, en la que volvió a calificar de “ilegal e inconstitucional” el referéndum y advirtió que este proceso sólo provocó división entre los habitantes de Santa Cruz.
“Quiero convocar a todos los prefectos, que desde mañana (hoy) trabajemos por una verdadera autonomía, una autonomía basada en la nueva Constitución Política del Estado boliviano. Espero que los prefectos me puedan escuchar, para que juntos garanticemos una autonomía para regiones, para sectores como los pueblos indígenas, pero también para los departamentos”, señaló el Jefe de Estado.
No obstante, advirtió que no dará curso a procesos inconstitucionales e ilegales, tal como minutos antes calificó a la consulta realizada en Santa Cruz.
“No se puede forzar, obligar, bajo intimidaciones tratar de llevar autonomías inconstitucionales, ilegales como pretendían; esperamos que mi llamado sea escuchado por los prefectos para garantizar una autonomía para los pueblos y no para grupos”.
Morales aseguró que los líderes cruceños fracasaron en su afán de aprobar un estatuto departamental inconstitucional, porque según sus cálculos la oposición al documento sumó más del 50%, tomando en cuenta la abstención del 39%, el voto por el No (14%) y los votos nulos (2,4%).
Contrariamente, dijo que en Santa Cruz nació un proceso de resistencia a los líderes locales, encabezado por la población que salió a las calles para rechazar un proceso reñido con la ley.
“Expreso mi gran respeto, mi admiración al pueblo cruceño por esta resistencia contra un Estatuto Autonómico separatista y divisionista. Hoy sólo hubo violencia y enfrentamiento entre las familias que viven en el departamento de Santa Cruz”, señaló.
En criterio del Presidente, la irregularidad del proceso de consulta de ayer no sólo estuvo marcada por el elevado nivel de abstencionismo, que según dijo “seguramente triplica” los niveles históricos, sino además por otras irregularidades como la circulación de papeletas previamente marcadas y la violencia ejercida por grupos civiles que respaldaron la consulta.
Morales, al final, insistió en trabajar sobre las autonomías.
postato da anticap alle ore 13:31 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: bolivia

mercoledì, 30 aprile 2008

0068La Bolivia sull'orlo dei Balcani
Il 4 maggio la ricca regione separatista roccaforte della destra risponde con un referendum alle misure del governo centrale di Evo Morales considerate una «offesa».
 
El gobierno de Evo baja el tono en los choques por el referendo. Pidió a sus partidarios que no marchen a Santa Cruz el 4 de mayo, día de la consulta. Por: Pablo Stefanoni
 
Cruceños a las armas, el tiempo se acaba", rezan amenazantes los graffiti falangistas en las paredes de Santa Cruz de la Sierra. Y por estos días, frente a cualquier medida considerada un "agravio" del gobierno central -como el saneamiento de tierras, la prohibición de exportar aceite o el congelamiento de las cuentas regionales- se escucha siempre la misma respuesta: "Aguantemos hasta el 4 de mayo, después será otra cosa". Y ese día D hace referencia al plebiscito que en una semana aprobará los estatutos que regirán la vida autónoma de esta provincia boliviana (que produce el 30% del PBI) y es desconocido por el Estado nacional. "Si tengo que ir a la cárcel por ésto iré feliz, porque esto ya es una revolución", declaró el gobernador cruceño Rubén Costas.
Con todo, el gobierno de Evo Morales decidió finalmente no intervenir en la consulta y convenció a los movimientos sociales afines de no marchar a protestar a esta región rebelde. "Hemos considerado el pedido de nuestro presidente Evo Morales de no ir a Santa cruz para evitar cualquier riesgo de confrontación con la oligarquía", manifestó el líder de los cocaleros, Julio Salazar. Sólo en algunas regiones, como los territorios guaraníes o barriadas populares como el Plan 3000, los dirigentes anticiparon que "no se permitirá la instalación de las urnas".
Además, el Poder Ejecutivo ratificó ayer que el día del referéndum -considerado por el vicepresidente Alvaro García Linera "una encuesta cara"- no se reforzará el número de efectivos policiales ni militares. Días atrás, el gobierno flexibilizó su prohibición de exportar aceite, permitiendo las ventas al exterior a las empresas que bajen los precios en el mercado interno.
"El referéndum es irreversible, hay que mostrar que el Estado nacional existe en Santa Cruz y no está en la clandestinidad, pero evitando la confrontación", resumió a Clarín la estrategia oficial un funcionario de la Vicepresidencia.
Políticos y analistas creen que después del 4 de mayo "no quedará otra que negociar". El riesgo, como lo señaló el senador Carlos Börth (derecha) es que el 5 de mayo sobrevenga un "caos institucional". Y el reciente congelamiento de las cuentas fiscales y la coparticipación de impuestos a Santa Cruz -por su desconexión del sistema centralizado de control- parece una amenaza para el día después: si la dirigencia regional decide aplicar la autonomía de facto la canilla se cierra. Ayer la gobernación volvió a conectarse al sistema Sigma y el Ministerio de Hacienda finalmente rehabilitó las cuentas del departamento y reiniciará entrega de fondos.
La apuesta del gobierno es poner un manto de duda en una elección que carecerá de fiscales por el No -porque el MAS de Evo llama a la abstención- y de veedores internacionales, porque la comunidad internacional desistió de reconocer la consulta.
Pero, por ahora, la "guerra" entre gobierno y oposición regionalista se desarrolla en los medios. "Cómo no vamos a votar por el sí, si nuestro futuro está aquí, no allá lejos en el centralismo (por la Paz)", dice una familia de migrantes "collas" en un spot autonomista, con la intención de combatir la acusación de que la autonomía es "para separarse de los indios". Incluso el gobierno local tomó como consigna el término guaraní Iyambae (sin patrones) usado contra el trabajo servil en las haciendas.
Pero ambos bandos saben que el ánimo popular se mueve al ritmo de sus necesidades insatisfechas. Ayer, la preocupación de los cruceños era el conflicto con el transporte por el precio del boleto. Y la televisión se ocupaba de la próxima elección de Miss Tradición este domingo, en una región "proveedora" de casi todas las misses bolivianas.
Por eso la batalla más importante que se desarrolla en Santa Cruz es la de las obras públicas: el gobernador Rubén Costas pasa casi todo su tiempo en el área rural, y el mandatario boliviano reparte en sus bastiones los ya famosos cheques venezolanos al ritmo de su consigna "Bolivia cambia, Evo cumple". Así, agua potable, computadoras, tierras o electricidad llevan el sello de la autonomía o de la "unidad nacional" según quien sea el promotor. Ayer, Morales llevó computadoras y declaró libre de analfabetismo a la localidad de Mairana, a 150 km. de la ciudad de Santa Cruz. "Evo, otra vez en Santa Cruz", tituló una de las cadenas de televisión.
Por las dudas, un video de "socialización" de los estatutos autonómicos aclara que "no existirá pasaporte para ingresar a Santa Cruz (¡desde el resto de Bolivia!)".
 
Di seguito il testo tradotto su “il manifesto” del 27-04-2008
«Cruceños alle armi che il tempo stringe», recitano minacciosi i graffiti falangisti dai muri di Santa Cruz de la Sierra. Di fronte alle misure prese dal governo centrale, considerate un' «offesa», - come la bonifica dei terreni, il divieto di esportare olio o il congelamento dei conti regionali- in questi giorni, dalla dirigenza di questa regione orientale della Bolivia, roccaforte della destra, si sente sempre la stessa risposta: «Teniamo duro fino al 4 maggio, poi le cose cambieranno». Quel «D Day» si riferisce al plebiscito che, sebbene non riconosciuto dallo Stato, approverà fra una settimana gli ordinamenti che regoleranno l'autonomia di Santa Cruz (regione che produce il 3o per cento del Pil boliviano).
Tuttavia, il governo di Evo Morales ha infine deciso di non intervenire nel referendum e ha convinto i movimenti sociali a non recarsi a protestare in questa regione ribelle per cercare di impedirlo, evento che avrebbe resuscitato il fantasma sempre presente della «invasión campesina». Negli anni 50,infatti, gruppi militari di contadini nazionalisti repressero i falangisti di Santa Cruz provocando numerosi morti.
«Abbiamo tenuto in considerazione la richiesta del presidente Evo Morales di non andare a Santa Cruz onde evitare qualsiasi rischio di scontro con l'oligarchia», ha dichiarato Julio Salazar, leader dei cocaleros. Soltanto in alcune regioni, ad esempio i territori guaranì o alcuni quartieri popolari come Plan 3000, i dirigenti hanno affermato che «non verrà permesso che si istituiscano i seggi».
Inoltre, ieri il governo ha aggiunto che il giorno del referendum - «consultazione dispendiosa" a detta del vicepresidente Alvaro García Linera - non si aumenteranno i contingenti militari e di polizia. Giorni fa il governo ha ammorbidito il divieto per l'esportazione di olio, permettendo la vendita a quelle imprese che ridurranno i prezzi sul mercato interno. «Il referendum è ormai irreversibile, bisogna dimostrare che lo Stato è presente e non latitante evitando però lo scontro», ha detto a Il manifesto un funzionario della vicepresidenza, riassumendo così la strategia ufficiale.
Politici e analisti credono che dopo il 4 maggio «non resterà altro che negoziare». Il rischio, come ha segnalato il senatore Carlos Börth ( destra), è che dal 5 maggio emerga un «caos istituzionale». A Santa Cruz il recente congelamento dei trasferimenti fiscali da parte del governo e il taglio alla redistribuzione delle imposte sul petrolio- per la sua sconnessione dal sistema di controllo centralizzato sembra una minaccia del governo centrale per il giorno dopo: se la direzione regionale decide di applicare di fatto l'autonomia i rubinetti si chiudono. Ieri il governo si è nuovamente connesso al sistema Sigma e il Ministero delle Finanze ha riattivato i conti e i flussi. La battaglia, però, non è finita.
La scommessa del governo consiste nello stendere un velo di dubbi su una consultazione che non raggiungerà la quota minima del No - visto che il Mas di Evo Morales proclama l'astensione- e nella quale mancheranno ispettori stranieri, visto il mancato riconoscimento da parte della comunità internazionale.
Per il momento, la «guerra» tra governo e opposizione regionale si combatte sui media. «Come non votare SI se il nostro futuro è qui e non là, lontano, nel centralismo (di La Paz)», dice una famiglia di immigrati «collas» in uno spot autonomista che cerca di contrastare l'accusa di volere l'autonomia «per separarsi dagli indios». Persino il governo locale ha adottato come parola d'ordine il termine «guaranì Iyambae» ( senza padroni), usato contro il lavoro servile nelle haciendas.
Entrambe i fronti sono però consapevoli che l'animo popolare si muove al ritmo dei suoi bisogni insoddisfatti. Ieri la preoccupazione degli abitanti di Santa Cruz era la polemica sui trasporti per il prezzo del biglietto e la televisione si dedicava alle vicine elezioni di domenica per Miss Tradición, in una regione «procacciatrice» di quasi tutte le miss boliviane.
Per questo la battaglia più importante a cui si assiste a Santa Cruz è quella per le opere pubbliche: il governatore Rubèn Costas trascorre quasi tutto il suo tempo nella zona rurale mentre il mandatario distribuisce i già famosi assegni venezuelani scandendo il motto «La Bolivia cambia, Evo mantiene le promesse». E così, acqua potabile, computer, terre o elettricità portano il marchio dell'autonomia o dell'unità nazionale a seconda di chi sia il promotore.
Ieri nella località di Mariana, 150 km da Santa Cruz, Morales è arrivato con alcuni computer dichiarando la città libera dall'analfabetismo. «Evo, un'altra volta a Santa Cruz», titolava una delle reti televisive, come se si trattasse di un'anomalia.
Per dissipare i dubbi e rispondere all'accusa che gli ordinamenti sarebbero separatisti un video di propaganda dichiara che «non ci sarà bisogno del passaporto per entrare a Santa Cruz ( dal resto della Bolivia, chiaramente!)». (trad. di Sarah Fogagnoli)
postato da anticap alle ore 07:39 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: bolivia

martedì, 29 aprile 2008

Comienzan las protestas y la OEA se queja de Costas
 
Si alzano i toni a pochi giorni dal referendum illegale proposto dai movimenti autonomisti delle regioni orientali.
E tornano le offese (“indio ignorante”) al Presidente Morales da parte dei giovani di estrema destra della Union Juvenil Cruceñista.
Tutti i tentativi di dialogo, compreso l’ultimo dell’Organizzazione degli Stati Americani, sono falliti. A questo punto, sperando che non succedano incidenti gravi il giorno della consultazione, entrambe le parti probabilmente aspettano di vedere l’esito del referendum.
 
Dante Caputo dice que el Prefecto de Santa Cruz no respondió a sus llamadas. Anunció que, de todas formas, llegará a Bolivia. Entretanto, la consulta se acerca y la tensión va en aumento. 
 
Los jóvenes autonomistas se movilizaron ayer en Santa Cruz. Hoy lo hará un grupo que rechaza la consulta. Los campesinos marchan hacia La Paz.
A seis días del referéndum para los estatutos autonómicos de Santa Cruz, la Unión Juvenil Cruceñista (UJC) y el Consejo Nacional de Markas y Ayllus del Qullasuyu (Conamaq) iniciaron ayer movilizaciones a favor y en contra de este proceso, con anuncios de llegar hasta las últimas consecuencias para defender sus posiciones.
 
Paralelamente, el esfuerzo que hace la Organización de Estados Americanos (OEA) para encaminar un proceso de diálogo entre las partes confrontadas chocó con la agenda autonómica del prefecto Rubén Costas, quien no contestó las llamadas del delegado designado por este organismo internacional, Dante Caputo.
 
“Intenté comunicarme con el Prefecto de Santa Cruz y para mi sorpresa me dicen que no vuelve hasta mañana (hoy) de noche de las provincias, que el miércoles hay una manifestación y que está ocupado, que el jueves es primero de mayo...”, señaló Caputo a la agencia AFP en Washington.
 
Dijo que intentó, sin éxito, comunicarse con Costas cada 20 minutos y agregó: “de todas maneras me voy a La Paz, en donde voy para recibir una propuesta oficial del Gobierno para la flexibilización”.
 
Según explicó Caputo, su objetivo “es llevarla a Santa Cruz y, si no recibo respuesta de Santa Cruz, vuelvo a Washington e informo al Consejo Permanente (de la OEA) de la negativa a recibirme”.
 
Anoche, desde el Palacio de Gobierno se había informado que el delegado se reuniría a las 7.00 de hoy con el presidente Evo Morales, pero el encuentro fue postergado a último momento “hasta nuevo aviso”. En el Palacio no dieron mayores explicaciones sobre la repentina suspensión de la cita.
 
En todo caso, el Consejo Permanente de la OEA volverá a reunirse para tratar el caso boliviano este jueves, que es donde se espera recibir el informe de Caputo.
 
Mientras tanto, el director de Autonomías de la Prefectura de Santa Cruz, Carlos Dabdoub, confirmó a La Razón que Costas volverá este martes en la noche de un viaje que hizo a varias poblaciones rurales, donde firmó convenios para provisión de desayuno y almuerzo escolar, en medio de mensajes a favor del referéndum.
 
En el caso del Gobierno, el senador Antonio Peredo (MAS) reveló que “el Poder Ejecutivo está preparando una propuesta al respecto, fijando tanto términos como fecha para la realización (del diálogo). No conozco los detalles”.
 
Entretanto, encabezados por la UJC, centenares de jóvenes se movilizaron ayer en la tarde en Santa Cruz, para rechazar los intentos de frenar la consulta y anunciar su participación en este proceso.
 
La manifestación estuvo llena de mensajes agresivos contra el gobierno del presidente Evo Morales. “Después de este 4 de mayo le vamos a enseñar (al Presidente) cómo se lleva adelante un departamento… cómo saliendo a las calles trabajando y no pisando coca para vender droga”, sostuvo por ejemplo el presidente de la Federación Juvenil de Juntas Vecinales, José Carlos Soruco.
 
“Evitemos que trasnochados centralistas y fracasados terroristas gobiernen este país”, complementó Alfredo Saucedo, de la Unión Juvenil Cruceñista.
 
Ese mismo fue el tono que en Cochabamba utilizaron los miembros de la Coordinadora Nacional por la Autodeterminación de los Pueblos, al anunciar para el mismo 4 de mayo una movilización contra el referéndum y en defensa de la unidad nacional.
 
El alcalde de Achacachi y líder de los Ponchos Rojos, Eugenio Rojas, anunció que el 4 de mayo será “el inicio de la gran revolución de los pobres, para tomar las tierras a la fuerza y devolverlas a los que están en las haciendas como esclavos”. Anunció un destino similar para las fábricas en Santa Cruz.
 
En medio de este clima de beligerancia, cientos de indígenas de Potosí, Cochabamba, Oruro y La Paz comenzaron a concentrarse en la población de Patacamaya para marchar a partir de hoy rumbo a la sede de gobierno, donde el domingo rechazarán la consulta cruceña. Lo mismo ocurrirá en el resto de las capitales de departamento, donde las bases del MAS preparan movilizaciones.
 
Hoy, a partir de las 10.00, un grupo de jóvenes que se oponen a la consulta cruceña convocó a una marcha en esa capital.
postato da anticap alle ore 12:03 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: bolivia

martedì, 29 aprile 2008

Tutti al DIA DE BOLIVIA!

Anche se noi non riusciremo ad andare, non posso fare a meno di ricordare che questo fine settimana è previsto il 5° appuntamento del DIA DE BOLIVIA, incontro di tutte le famiglie adottive boliviane, che quest’anno si terrà per la prima volta a Roma.
 
girasole1_ddb4
a
Dia De Bolivia 5
roma 3 maggio 2008

RISTORANTE
PICCOLO RANCH 
VIA BORGOSESIA, 315
TEL 06-61550906 - CELL 335-7019531
PER IL PERNOTTamento

CENTRO LITURGICO S.MARIA DI CASTEL DI GUIDO
VIA CORRADO BARBAGALLO, 20
CASTEL DI GUIDO - ROMA
TEL. 06-6689491/2
FAX. 06-6689467
E-MAIL smariacdg@libero.it
 
 
 
Sul sito della CAI, la Commissione per le adozioni, ho invece recuperato il testo completo dell’accordo bilaterale Italia-Bolivia sulle adozioni internazionali, scoprendo così che grazie a questo accordo è possibile anche che una coppia boliviana adotti un minore italiano.
Ed è probabilmente grazie a questo accordo, sottoscritto nel 2002, che le adozioni con la Bolivia dovrebbe riprendere a breve, con il riaccreditamento degli enti in scadenza.
postato da anticap alle ore 07:35 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, informazioni, adozione

lunedì, 28 aprile 2008

Consumo solidario responsable

El consumismo a que ha dado lugar la cultura del capital está en la base del hambre de miles de millones de personas y de la actual escasez de alimentos de la humanidad. Frente a tal situación, ¿cómo debería ser el consumo humano?
 
En primer lugar, el consumo debe ser adecuado a la naturaleza del ser humano. Ésta, por un lado, es material, enraizada en la naturaleza, y necesita de bienes materiales para subsistir. Por otro lado es espiritual, y se alimenta con bienes intangibles como la solidaridad, el amor, la acogida y la apertura al Infinito. Si estas dos dimensiones no son atendidas, nos ponemos anémicos en el cuerpo y en el espíritu.
 
En segundo lugar, el consumo necesita ser justo y equitativo. La Declaración de los Derechos Humanos afirma que la alimentación es una necesidad vital, y, por ello, un derecho fundamental de cada persona humana (justicia) y conforme a las singularidades de cada uno (equidad). Si no se atiende a este derecho, la persona se confronta directamente con la muerte.
 
En tercer lugar, el consumo debe ser solidario. Es solidario aquel consumo que supera el individualismo y se auto-limita por la causa del amor y de la compasión para con aquellos que no pueden consumir lo necesario. La solidaridad se expresa en el compartir, por la participación y por el apoyo a los movimientos que buscan los medios de vida, como tierra, vivienda y salud. Implica también la disposición a sufrir y a correr los riesgos que tal solidaridad comporta.
 
En cuarto lugar, el consumo ha de ser responsable. Es responsable el consumidor que se da cuenta de las consecuencias del patrón de consumo que practica, si es suficiente y decente, o sofisticado y suntuoso. Consume lo que necesita o desperdicia aquello que va a faltar en la mesa de los otros. La responsabilidad se traduce en un estilo de vida sobrio, capaz de renunciar, no por ascetismo, sino por amor y en solidaridad hacia los que sufren necesidad. Se trata de una opción por la sencillez voluntaria y por un patrón conscientemente contenido, que no se somete a los reclamos del deseo ni a las solicitaciones de la propaganda. Aunque no tenga consecuencias inmediatas y visibles, esta actitud vale por sí misma. Muestra una convicción que no se mide simplemente por los efectos resultantes, sino por el valor que esta actitud humana posee en sí misma.
 
Por fin, el consumo debe ser realizador de la integridad del ser humano. Éste tiene necesidad de conocimiento, de forma que consumimos muchos saberes con el discernimiento sobre cuál de ellos conviene y edifica. Tenemos necesidad de comunicación y de racionamientos, y satisfacemos esta necesidad alimentando relaciones personales y sociales que nos permiten dar y recibir, y en este intercambio nos complementamos y crecemos. A veces esta comunicación se realiza participando en manifestaciones en favor de la justicia, en favor de la reforma agraria, del cuidado del agua potable, de la conservación de la naturaleza... o también viendo un film, asistiendo a un concierto, yendo al teatro, visitando una exposición artística, participando en algún debate.
 
Tenemos necesidad de amar y de ser amados. Satisfacemos esta necesidad amando con gratuidad a las personas y a los diferentes a nosotros. Tenemos necesidad de trascendencia, de arriesgarnos y de estar más allá de cualquier límite impuesto, de sumergirnos en Dios con quien podemos comulgar. Todas estas formas de consumo realizan la existencia humana en sus múltiples dimensiones.
 
Estas formas de consumo no cuestan y no gastan energía; presuponen simplemente el empeño y a apertura a la solidaridad, a la compasión y a la belleza.
 
¿No traduce todo esto aquello que pensamos cuando hablamos de felicidad?
 
Leonardo Boff
 
postato da anticap alle ore 09:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: anticap

mercoledì, 23 aprile 2008

Medios y miedo

opiniones

Ancora grazie a Al-Azar.
postato da anticap alle ore 12:16 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: bolivia

Chi sono

Blogger: anticap
"Yo como tú amo el amor, la vida, el dulce encanto de las cosas el paisaje celeste de los días de enero. También mi sangre bulle y río por los ojos que han conocido el brote de las lágrimas. Creo que el mundo es bello, que la poesía es como el pan, de todos. Y que mis venas no terminan en mí, sino en la sangre unánime de los que luchan por la vida, el amor, las cosas, el paisaje y el pan, la poesía de todos." Roque Dalton, 1975


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami