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"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006

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"Yo como tú amo el amor, la vida, el dulce encanto de las cosas el paisaje celeste de los días de enero. También mi sangre bulle y río por los ojos que han conocido el brote de las lágrimas. Creo que el mundo es bello, que la poesía es como el pan, de todos. Y que mis venas no terminan en mí, sino en la sangre unánime de los que luchan por la vida, el amor, las cosas, el paisaje y el pan, la poesía de todos." Roque Dalton, 1975

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venerdì, 17 agosto 2007

Fortezza Europa

Un massacro
da Fortress Europeinmigrantes%20rescatados%20ap
Duecentodiciassette morti in un mese, luglio, che si conferma il peggiore del 2007: 79 annegati nel Canale di Sicilia e almeno 98 sulle rotte per le Canarie, in Spagna; 34 morti disidratati nel deserto del Sahara, tra Niger e Libia; 3 giovani trovati asfissiati su un camion diretto in Germania, a Mestre; 2 morti ammazzati sotto il fuoco della polizia di frontiera marocchina, durante un tentativo di imbarco, a El Ayun, e una ragazza investita a Calais, in Francia, mentre fuggiva dalla polizia. Un massacro, e una criminale ipocrisia. Quella dell’Unione europea, che con patetici cordogli per le vittime dei naufragi, chiude gli occhi sui crimini dei nuovi alleati nella partita contro l’immigrazione clandestina e anzi li invita a collaborare. Respingimenti in acque internazionali, espulsioni collettive in pieno deserto, retate notturne e arresti arbitrari, detenzioni senza processo, abusi, torture, omicidi. A sud del Mediterraneo non si guarda tanto per il sottile. Che fine hanno fatto i 22 dirottatori del peschereccio tunisino del 18 luglio una volta espulsi in Tunisia? E che fine faranno i 443 eritrei detenuti da oltre un anno a Misratah, in Libia e ormai prossimi all’espulsione? E i 400 arrestati nelle ultime retate alla frontiera tra Marocco e Algeria, e poi deportati? E che fine faranno i kurdi espulsi nella Turchia che bombarda l’Irak? L’Europa sembra non porsi il problema.
Continua a leggere… (anche in castigliano)
postato da: anticap alle ore 09:14 | link | commenti
categorie: mondo
giovedì, 16 agosto 2007

Il monte Chacaltaya

Rifugio Chacaltaya                              Il monte Chacaltaya da cui è stata fatta la foto sul titolo.

postato da: anticap alle ore 16:34 | link | commenti
categorie: bolivia
martedì, 14 agosto 2007

Ancora Bolivia con Google Maps

postato da: anticap alle ore 15:54 | link | commenti
categorie: bolivia

La Bolivia con Google Maps

Ecco qua, per ingannare il tempo di questo ferragosto, un piccolo tour virtuale su Google Maps per vedere La Paz e Tiahuanaco dal satellite.
  Carretera_de_la_muerte-4
L’inizio della strada della morte
 
 254
La Paz
 
  Iglesia San Francisco
La Iglesia San Francisco e Plaza Murillo
 
 
085
a
a
Tiahuanaco
Le rovine di Tiahuanaco
postato da: anticap alle ore 13:05 | link | commenti
categorie: bolivia

Quattro bambini di «scarto»

zingaridi Marco Revelli
Il manifesto, 12 agosto 2007
 
Le prime notizie d'agenzia non ne riportavano neppure i nomi. Come senza nome sono le decine di morti del Canale di Sicilia o del Canale d'Otranto: corpi di possibili intrusi. La statistica anonima degli ultimi, delle «vite di scarto». Poi qualche dato anagrafico è filtrato: quattro bambini Rom, tra i quattro e i dieci anni. Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi. Sono bruciati vivi nella baracca in cui vivevano sotto un cavalcavia: uno dei tanti luoghi degradati che caratterizzano la nostra «urbanistica del disprezzo», terre di nessuno vicino a una discarica, a uno scolo fognario, a uno scarico industriale, là dove la nostra ostilità li spinge e li ammucchia, lontano dalle nostre vite decorose, fuori dalla vista della «gente per bene». Sono le vittime, atrocemente innocenti, di quella che è apparsa fin da subito come una tragedia sconvolgente. E tuttavia il linguaggio giornalistico stenta a trovare i toni della costernazione genericamente umana che la circostanza dovrebbe suggerire. Resta irrimediabilmente sospettoso. Insinua allusioni a una presunta «fuga dei genitori». Enfatizza le parole del magistrato secondo cui «si configura in ogni caso una serie di reati di una certa gravità».
Si parla di «colpevole disattenzione». Di un «uso improprio dei materiali» (le candele usate per illuminare la baracca, priva di energia elettrica, come di acqua corrente, di servizi igienici, di tutto...). Perché quando si tratta di zingari, è difficile sottrarsi al pregiudizio, o anche solo all'abitudine di farne oggetto di cronaca esclusivamente nera, dove la carezza a un bambino diventa un tentativo di rapimento, e l'assenza di ogni più elementare genere di comfort il segno di una colpa.
Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi sono morti perché non hanno trovato in questo grande paese di 301.000 km² un solo posto civile in cui posarsi e abitare. Perché per quelli come loro, che possiedono solo la loro vita nuda, e se la portano dietro come una casa, non c'è spazio nel mondo recintato, segregato, privatizzato, appropriato che abbiamo costruito. Non un prato, la sponda di un fiume, la radura di un bosco, il piazzale di un paese, dopo questa lunga, sistematica «recinzione delle terre» che chiamiamo civiltà. Solo gli interstizi degradati e avvelenati delle periferie, dove anche farsi un po'di luce la sera diventa mortalmente pericoloso. O i «campi» a numero chiuso dove stoccare i corpi non omologati alla logica del buon cittadino consumatore (quelli che piacciono tanto ai nostri sindaci, da Roma a Torino a Milano).
«Fuori gli zingari», titolava qualche giorno fa il quotidiano della Lega - quelli che hanno quotato l'odio per l'altro alla borsa della politica. Ma «fuori» da dove? Dalle proprie città (come se quel «proprio» ne indicasse una sorta di proprietà privata)? E se sì, verso quali altre? O fuori dall'Italia? Ma se molti di questi anomali «migranti» sono già fuggiti dal proprio paese, dalla miseria, o dalle persecuzioni... O «fuori dal mondo», da questa Terra, da questa vita, la nostra, che non tollera più le vite degli altri. O gli «stili di vita» altri. C'è una verità terribile in questo atroce slogan, ed è che per gli ultimi non c'è più spazio d'esistenza nel mondo di chi crede di essere tra i primi. Che chi possiede solo la propria vita nuda «non è gente» per chi vive solo per possedere. La città di Livorno, il suo sindaco, il presidente della Regione Toscana, hanno risposto con civiltà, proclamando il lutto cittadino e mostrando un sincero cordoglio. Ma il rischio rimane. L'antropologia del disprezzo e il rischio di una disumanizzazione di massa nel mancato incontro con l'altro, sono veleni in agguato. E il rapporto con gli «zingari» ne è un sensibilissimo indicatore. Da questo misureremo il livello della nostra degradazione o della nostra residua umanità.
postato da: anticap alle ore 08:00 | link | commenti
categorie: mondo
lunedì, 13 agosto 2007

In soccorso degli speculatori

In soccorso degli speculatori
Marco d'Eramo
Il manifesto, 11-08-2007
 
La crisi delle borse, da tempo annunciata, si è puntualmente verificata. La fragilità del sistema finanziario internazionale, fondata sul castello di sabbia del prestito facile da un lato e della bolla immobiliare dall'altro (due facce della stessa medaglia) è stata descritta tanto bene da economisti così autorevoli come Marcello De Cecco e Joseph Stiglitz che sarebbe presuntuoso e ridondante tornarvi sopra.
È utile invece soffermarsi sulla reazione a questa crisi della Banca centrale europea (Bce). La Bce è mastino inflessibile del debito, quando sono enti pubblici - stati, regioni o comuni - a chiedere soldi in prestito ai mercati. Ogni sforamento provoca latrati ringhiosi del governatore (ora Jean-Claude Trichet) per ricondurre gli improvvidi trasgressori a più miti consigli (a meno che a sforare non siano Francia e Germania: allora l'ululato si trasforma in uggiolio). Ma, miracolo, all'improvviso le vestali dell'ortodossia monetarista pura e rigida si lanciano nella finanza creativa e flessibile.
La stessa Bce che bacchetta sulle mani chiunque osi rivalutare le pensioni più esigue della spaventosa, astronomica cifra di 40 euro al mese, tra ieri e l'altro ieri ha sborsato con commovente sollecitudine la misera somma di 156 miliardi di euro! E perché? Per impedire di fallire a una serie di banche europee che per anni hanno speculato su mutui facili e bolla immobiliare, che su questi due pilastri hanno complessivamente accumulato centinaia di miliardi di plusvalenze, e che ora vanno salvate «a tutti i costi» per «non far crollare tutto il sistema». Ma a chi appartengono questi 156 miliardi di euro sborsati allegramente dalla Bce in due soli giorni? Se il buon senso non inganna, sono soldi pubblici, cioè versati dai contribuenti. Siamo tutti noi, con le nostre tasse, a correre in aiuto agli speculatori troppo speculanti, ora speculati.
In questo caso, quando sono i capitalisti (privati) a bruciare risorse immani, nessuno grida allo scandalo, alla «casta», allo spreco. 156 miliardi di euro passano dalle tasche dei contribuenti europei a un fondo salvezza giocatori d'azzardo (in questo consiste l'attività di borsa) e nessuno protesta, tutti lo trovano naturale. È straordinario come il disservizio, la corruzione, l'inefficienza abbiano solo un bersaglio, quello pubblico. Quando Luca Cordero tuonava contro la casta, nessuno gli ha ricordato che un certo Montezemolo era stato direttore del comitato organizzatore dei campionati di Italia '90, il capolavoro mondiale di spreco e inefficienza, ragion per cui lo stesso Montezemolo aveva solo di poco schivato addebiti (forse era a questo che si riferiva Susanna Agnelli quando lo definì «un uomo fortunato»).
Prendiamo un altro caso, recentissimo: è chiaro a tutti che una parte dei disservizi del recapito bagagli di Fiumicino dipende dall'obsolescenza dei macchinari e dei nastri trasportatori, cioè in ultima istanza da un mancato investimento da parte della società che gestisce l'aeroporto, Aeroporti di Roma (Adr) controllata dalla famiglia Benetton che sembra essersi specializzata nella gestione privata di servizi pubblici di natura monopolistica (come le autostrade). Ma nessuno, tanto meno il sindaco Walter Veltroni, ha protestato contro i Benetton per Fiumicino. Forse i Benetton dovrebbero chiedere aiuto alla Bce, per farsi recapitare (in tempo) una valigia di sussidi.
postato da: anticap alle ore 09:02 | link | commenti
categorie: mondo
giovedì, 09 agosto 2007

Il testo del nuovo regolamento della Commissione adozione internazionali

Per chi fosse interessato il nuovo Regolamento della CAI lo si trova qui.
postato da: anticap alle ore 15:58 | link | commenti
categorie: informazioni, adozione
mercoledì, 08 agosto 2007

El pecado original boliviano es la negación del indígena

evomanoQuesto articolo è utile per capire quali sono le origini delle attuali divisioni in Bolivia, che, in estrema sintesi, si possono riassumere nel termine la questione indigena, ovvero il modo in cui le regioni dell’est (a cominciare da Santa Cruz), zone in cui vi è un tenore di vita più alto, maggiori redditi, ma anche grandi risorse naturali, e dove abitano in gran parte i discendenti dagli spagnoli, il modo, dicevo, in cui queste regioni hanno sempre considerato le popolazioni indigene.
Ora che, finalmente, al governo sono stati eletti rappresentanti indigeni, si vuole ribaltare la questione e accusarli di un razzismo all’incontrario, quando il punto centrale è quello evidenziato in questo articolo, e cioè la necessità di andare oltre e riconoscere a tutti uguali diritti e dignità.
Qualcuno addirittura, si diverte, provocatoriamente, ad accostare il Mas e Morales al nazismo e a Hitler, sfiorando il ridicolo (quali mai paure potrà incutere un presidente che si fa fotografare con dei palloncini sopra la testa…e il pugno alzato certo, ci mancherebbe!).
 
 
El pecado original boliviano es la negación del indígena
www.rebelion.org, 06-08-2007
 
Jubenal Quispe
www.ecoportal.net
Hoy, un buen porcentaje de los bolivianos/as todavía pone en cuestión la humanidad del indígena. Al indígena se le sigue expulsando de sus tierras, se le sigue robando su trabajo y succionando su sangre hasta matarlo. El indígena es “aceptado” (fuera de la mesa) en la medida en que cumpla labores aborrecidas por los refinados patrones sin exigir beneficios laborales.
 
Cuando los conquistadores europeos invadieron Abya Yala, se encontraron con la “ingrata” sorpresa con que este continente ya tenía sus guardianes: comunidades humanas organizadas en base a una filosofía propia. Pero, como para el misionero de la cristiandad europea lo diverso era una amenaza letal para su existencia, entonces, procedió a aniquilar a los guardianes de Abya Yala, se adueñó de lo que hoy llamamos América y emprendió su fracasado proyecto de la “civilización” universal.
 
Para justificar este macabro proyecto se imaginó una pregunta esencial: ¿Los indígenas del “nuevo mundo” son seres humanos? De la respuesta a esta pregunta dependía la vida de los originarios y la identidad de los invasores, porque la “civilización” europea para autoafirmarse necesita negar al otro diferente. Cerca de un siglo debatieron filósofos y teólogos esta falsa pregunta, hasta que supuestamente una bula papal “resolvió” la cuestión.
 
Ginés Sepúlveda y los conquistadores sostenían que los originarios no eran seres humanos, por tanto, se les podía robar sus bienes, esclavizarlos y matarlos. Bartolomé de las Casas, Montesinos y otros cristianos auténticos sostenían que los originarios eran seres humanos con plenos derechos, y los conquistadores no debían someterlos, ni matarlos, mucho menos en nombre de la farsa de la “evangelización”.
 
Este debate estéril teóricamente fue definido por una bula papal de Paulo III, en 1537, que sentenciaba: “Los aborígenes del nuevo mundo son seres humanos, por tanto se les puede bautizar...”. Pero en los seudo cristianos, misioneros de la codicia, pudo más la tentación del oro y plata que el Evangelio o las determinaciones de Roma. Muestra de ello es que cinco siglos después, el pecado original de los americanos y de los bolivianos continúa siendo la negación de la humanidad de los indígenas, incluso por los propios indígenas alienados. Hoy, como ayer, el indígena sigue siendo considerado como un sub hombre o una especie humana primitiva.
 
Si en 1492, América contaba con cerca de 70 millones de habitantes, dos siglos después sólo quedaban cerca de 3 millones de indígenas en condiciones de bestias de carga. Sólo en el Cerro Rico de Potosí la codicia de la civilización europea sacrificó cerca de 8 millones de indígenas. ¡Ni describir el espeluznante comercio de esclavos! De los cerca de 20 millones de hermanos negros arrancados del África lograron sobrevivir al viaje y llegar a América unos 10 millones. La gran mayoría de estos últimos hubiera preferido no sobrevivir al viaje.
 
Si eso fue en la época de la colonia, en la época republica y democrática la situación es igual o peor. Sólo para mencionar la lucidez intelectual de algunos “pensadores demócratas” que cultivaron y cultivan el sentimiento y el pensamiento colectivo anti-indio de muchas generaciones de bolivianos/as indico lo siguiente:
 
El escritor cruceño Gabriel René Moreno sostiene que: “El indio es una variedad arcaica, sombrío, asqueroso, huraño, prosternado y sórdido. Por su cerebro incásico es incapaz de asimilar el cristianismo” (Francovich, 1969:16) Si esta es la filosofía que rige las universidades como la Gabriel René Moreno, entonces, ¿Cómo esperar que nuestros profesionales no sean racistas pervertidos? Para Guillermo Francovich, el indio no es más que una variedad de vida aglutinada con la naturaleza.
 
El Presidente Mariano Baptista (cochabambino) afirmaba que: “La clase letrada y cristiana siente por los aimaras un grande horror… yo los he contemplado desde mi niñez con espanto por la humanidad”. ¿No es esto el sentimiento que, hoy, invade a los citadinos ante la presencia organizada de los indígenas? ¡Ni hablar de las autonomías indígenas!
 
El Presidente José Manuel Pando (paceño) sostenía que: “Los indios son seres inferiores y su eliminación no es un delito sino una selección natural”. Éste llegó a ser Presidente gracias al sacrificio de miles de aymaras encabezados por Zárate Willka en la Guerra Federal. ¿Habrá razones, hoy, para asombrarse de la incontrolable xenofobia juvenil que nos invaden bajo rótulo de unión juvenil por la democracia?
 
Bautista Saavedra decía: “El indio es apenas una bestia de carga, miserable y abyecta, a la que no hay que tener compasión y a la que hay que explotar hasta la inhumanidad y lo vergonzoso”.
 
Este es el pensamiento xenofóbico oficial vigente que envenenó, envenena y envenenará todavía a las próximas generaciones de bolivianos/as.
 
Hoy, un buen porcentaje de los bolivianos/as todavía pone en cuestión la humanidad del indígena. Al indígena se le sigue expulsando de sus tierras, se le sigue robando su trabajo y succionando su sangre hasta matarlo. El indígena es “aceptado” (fuera de la mesa) en la medida en que cumpla labores aborrecidas por los refinados patrones sin exigir beneficios laborales. Nuestras hermanas indígenas todavía siguen sirviendo como objetos de iniciación sexual para los hijitos de los patrones.
 
El indígena es boliviano en la medida en que provea de alimentos a los mercados locales sin esperar ganancias, emita su voto electoral apoyando la candidatura de sus patrones y baya al servicio militar para cultivar las haciendas de los Banzer, Baptistas, Gumucios y muchos otros. La indígena es católica en la medida en que asista a las misas dominicales acompañando a sus patronas beatas, para que éstas aparenten su fervor religioso.
 
Pero cuando el indígena asume sus derechos políticos y sociales, entonces, todos los discursos “democráticos y tolerantes” se acaban y resurge la interrogante. ¿Los indios son humanos? ¿Los indios pueden gobernar? Y cuando los argumentos del indio son contundentes en la defensa y el ejercicio de sus derechos, entonces, la pregunta es ¿Los indios gozan de la razón? Preguntas evidentes que subyacen en las actitudes cotidianas y citadinas.
 
Ahora, más que nunca, los bolivianos/as necesitamos descolonizarnos de la herencia colonial del desprecio y negación del indígena. Mientras los administradores de la herencia colonial sigan sospechando del indígena libre, la paz y la democracia de los privilegiados seguirán asediadas por la autoafirmación indígena.
 
Como nunca antes, los aborígenes en Bolivia estamos fortalecidos en nuestra auténtica identidad y ya no estamos dispuestos a seguir viviendo de glorias pasadas. Lo único que demandamos es que indios, mestizos, blancos, amarillos y negros tengamos la capacidad de reconocer la humanidad que subyace en cada uno de nosotros sin asustarnos o resistirnos a la interpelación legítima de los subalternizados. Estamos ante la oportunidad histórica de sentar la base filosófica de la bolivianidad en construcción. El presente y el futuro de Bolivia pasa por la liberación del miedo colectivo ante la irrupción indígena.
postato da: anticap alle ore 14:24 | link | commenti
categorie: bolivia

Il diavolo è straniero

Un racconto…
 
Il diavolo è straniero
Come individuare i Satana intorno a noi
Identikit del demonio in otto ritratti. Poveri, ebrei, neri, rossi, omosessuali, indigeni, musulmani, donne... Il «colpometro» e il «pericolosometro» suonano l'allarme a ogni incontro pericoloso
Eduardo Galeano
 
Il colpometro indica che l'immigrante ci viene a rubare il lavoro e il pericolosimetro lo segnala con una spia rossa.
Se è povero, giovane e non è bianco, l'intruso viene subito condannato per indigenza, inclinazione al caos o per portare la pelle che porta. In ogni caso, se non è povero, né giovane, né scuro, merita comunque il malvenuto perché arriva disposto a lavorare il doppio in cambio della metà.
La paura della perdita dell'impiego è uno dei timori più forti fra tutte le paure che ci governano in questi tempi di paura, e l'immigrante è sempre a portata di mano quando si tratta di accusare i responsabili della disoccupazione, la diminuzione dei salari, l'insicurezza pubblica e altre temibili disgrazie.
Un tempo l'Europa spargeva nel sud del mondo soldati, prigionieri e contadini morti di fame. I protagonisti delle avventure coloniali sono passati alla storia come agenti mandati da Dio. Era la Civiltà che si lanciava al riscatto della barbarie.
Adesso il viaggio avviene al contrario. Quelli che arrivano, o cercano di arrivare, dal sud al nord, sono protagonisti delle sventure coloniali, che passeranno alla storia come messaggeri del Diavolo. È la barbarie che si lancia all'assalto della Civiltà.
 
Il Diavolo è rosso
Melilla, estate 1936: scoppia il colpo di stato contro la Repubblica spagnola.
La base ideologica sarà spiegata, tempo dopo, dal ministro dell'Informazione, Gabriel Arias Salgado:
- Il Diavolo vive in un pozzo di petrolio, a Bakú, e da lì dà istruzioni ai comunisti.
L'incenso contro lo zolfo, il Bene contro il Male, i crociati della Cristianità contro i nipoti di Caino. Bisogna farla finita coi rossi prima che i rossi la facciano finita con la Spagna: i prigionieri si danno alla dolce vita, i maestri fanno sloggiare i preti dalle scuole, le donne votano come se fossero uomini, il divorzio profana il sacro vincolo del matrimonio, la riforma agraria minaccia il diritto della Chiesa sulle terre...
Il colpo di stato nasce uccidendo, e dall'inizio è molto espressivo.
Il Generalissimo Francisco Franco:
- Salverò la Spagna dal marxismo a qualsiasi prezzo.
- E se questo volesse dire fucilare mezza Spagna?
- Costi quello che costi.
Il Generale José Millán-Astray:
- Viva la morte!
Il Generale Emilio Mola:
- Chiunque sia, apertamente o in segreto, difensore del Fronte Popolare dev'essere fucilato.
Il Generale Gonzalo Queipo de Llano:
- Andate a scavare le fosse!
Guerra Civile è il nome della macelleria scatenata dal colpo di stato. Il linguaggio, così, segnala l'uguaglianza fra la democrazia che si difende e il golpe che l'attacca, fra i miliziani e i militari, fra il governo scelto dal voto popolare e il caudillo scelto dalla grazia del Signore.
 
Il Diavolo è omosessuale
Nell'Europa del Rinascimento, il fuoco era il destino che meritavano questi figli dell'inferno, che dal fuoco venivano. O erano condannati ad altre forme di morte atroce, come castigava l'Inghilterra coloro che avessero avuto relazioni sessuali con animali, ebrei o persone dello stesso sesso.
In America i conquistatori preferivano darli in pasto ai cani famelici. Vasco Núñez de Balboa canificò molti indigeni che praticavano questa anormalità in modo del tutto naturale. Lui credeva che l'omosessualità fosse contagiosa. Cinque secoli dopo, ho sentito dire la stessa cosa dall'arcivescovo di Montevideo.
Lo storico Richard Nixon sapeva che questo vizio era fatale per qualsiasi civiltà:
- Volete sapere cosa successe con i greci? L'omosessualità li distrusse! Certo! Aristotele era gay. Lo sappiamo tutti. E anche Socrate. E volete sapere cosa successe con i romani? Gli ultimi sei imperatori erano checche...
Il civilizzatore Adolf Hitler aveva preso misure drastiche per salvare la Germania da questo pericolo. I degenerati colpevoli dell'aberrante delitto contro natura furono obbligati a portare un triangolo rosa.
Quanti finirono nei campi di concentramento? Non si è mai saputo. Non li ha contati nessuno, non li ha menzionati quasi nessuno. Non si è mai saputo neppure quanti furono i gitani sterminati.
Il 18 settembre del 2001 il governo tedesco e le banche svizzere decisero di includere gli omosessuali fra le vittime dell'Olocausto. Ci hanno messo più di mezzo secolo a correggere l'omissione.
 
Il Diavolo è indigeno
L'omosessualità era libera in America, salvo nei regni degli aztecas e degli inca.
I conquistatori confirmarono che Satana, espulso dall'Europa, aveva trovato rifugio nelle isole e sulle rive dei Caraibi, baciate dalla sua bocca fiammeggiante.
Là abitavano esseri bestiali che chiamavano gioco il peccato carnale e lo praticavano senza orari né contratti, ignoravano i dieci comandamenti e i sette sacramenti e i sette peccati capitali, andavano in giro nudi e avevano l'abitudine di mangiarsi fra di loro.
La conquista dell'America fu un duro e lungo lavoro di esorcismo. Il Maligno era così radicato in queste terre che quando sembrava che gli indigeni s'inginocchiassero devotamente di fronte alla Vergine, in realtà stavano adorando il serpente che lei schiacciava sotto il piede, e quando baciavano la Croce stavano celebrando l'incontro della pioggia con la terra.
I conquistatori compirono la missione di restituire a Dio l'oro, l'argento e le altre molte ricchezze che il Diavolo aveva usurpato. Non fu facile recuperare il bottino. Meno male che ogni tanto ricevevano qualche aiutino da lassù. Quando il signore dell'inferno preparò un'imboscata in una gola, per impedire il passaggio degli spagnoli verso il Cerro Rico de Potosí, un arcangelo scese giù dai cieli e gli diede una solenne bastonata.
 
Il Diavolo è ebreo
Hitler non inventò nulla. Da duemila anni, gli ebrei sono gli imperdonabili assassini di Gesù e i colpevoli di tutte le colpe.
Cosa? Gesù era ebreo? Ed erano ebrei anche i dodici apostoli e i quattro evangelisti? Come dice? Non può essere. Le verità rivelate sono oltre il dubbio: nelle sinagoghe il Diavolo fa lezione, e gli ebrei da sempre si dedicano a profanare ostie, avvelenare l'acqua santa, provocare bancarotte e diffondere pestilenze.
L'Inghilterra li espulse senza lasciarne nemmeno uno, nell'anno 1290, ma questo non impedì a Marlowe e a Shakespeare, che forse non avevano mai visto un ebreo, di creare personaggi che obbedivano al cliché del parassita sanguisuga e dell'avaro usuraio.
Accusati di servire il Maligno, nel corso dei secoli questi maledetti passarono da un'espulsione all'altra e da una strage all'altra. Dopo l'Inghilterra, furono espulsi in seguito dalla Francia, l'Austria, la Spagna, il Portogallo e molte città svizzere, tedesche e italiane. In Spagna avevano vissuto per tredici secoli. Si portarono via le chiavi delle loro case. C'è qualcuno che le ha ancora.
La colossale macelleria organizzata da Hitler fu il culmine di una lunga storia.
La caccia agli ebrei è sempre stato uno sport europeo.
Adesso i palestinesi, che non l'anno mai praticato, ne fanno le spese.
 
Il Diavolo è donna
Il libro Malleus Maleficarum, chiamato anche «Il martello delle streghe», raccomandava l'esorcismo più feroce contro il demonio che porta le tette e i capelli lunghi.
Due inquisitori tedeschi, Heinrich Kramer e Jakob Sprenger, scrissero, su incarico del Papa Innocenzo VIII, questo fondamento giuridico e teologico dei tribunali della Santa Inquisizione.
Gli autori dimostravano che le streghe, harem di Satana, rappresentavano le donne allo stato naturale, perché ogni incantamento proviene dalla lussuria carnale, che nelle donne è insaziabile. E avvertivano che quegli esseri dal bell'aspetto, tocco fetido e compagnia mortifera stregavano gli uomini e li attraevano, fischi di serpente, code di scorpione, per distruggerli.
Questo trattato di criminologia consigliava di sottoporre a tortura tutte quelle che erano in odore di stregoneria. Se confessavano meritavano il fuoco. Se non confessavano, pure, perché solo una strega, che nei sabba riceveva forza dal suo amante, il Diavolo, poteva resistere a un simile supplizio senza sciogliere la lingua.
Il Papa Onorio III aveva sentenziato:
- Le donne non devono parlare. Le loro labbra recano le stigmate di Eva, che fece peccare gli uomini.
Otto secoli dopo la Chiesa cattolica continua a negare loro il pulpito.
La stessa paura fa sì che i fondamentalisti musulmani gli mutilino il sesso e gli coprano il volto.
E il sollievo per il pericolo scongiurato spinge gli ebrei molto ortodossi ad iniziare la giornata sussurrando:
- Grazie, o Signore, per non avermi fatto donna.
 
Il Diavolo è musulmano
Dante sapeva già che Maometto era un terrorista. Non per niente lo ficcò in uno dei gironi infernali, condannato alla pena della mutilazione perpetua. Lo vidi lacerato - celebrò il poeta nella Divina commedia -, dalla barba fino alla parte inferiore del ventre...
Più di un Papa aveva compreso che le orde musulmane, che tormentavano la Cristianità, non erano costituite da esseri di carne e ossa, bensì erano un grande esercito di demoni che quanto più veniva colpito da lance, spade e archibugi, tanto più aumentava.
Ai giorni nostri, i missili producono molti più nemici di quanti non ne facciano fuori. Ma, in fin dei conti, che ne sarebbe di Dio senza nemici? La paura comanda, le guerre si nutrono di paura. L'esperienza prova che la minaccia dell'inferno è sempre più efficace della promessa del Cielo.
Nell'anno di grazia 1564, l'esperto in demonologia Johann Wier aveva contato i diavoli che stavano lavorando sulla terra, a tempo indeterminato, per la perdizione delle anime dei cristiani. Ce n'erano sette milioni quattrocentonovemilacentoventisette che agivano suddivisi in settantanove legioni.
Molta acqua bollente è passata, da quel censimento, sotto i ponti dell'inferno. Quanti sono, oggigiorno, gli inviati del regno delle tenebre? Le arti sceniche rendono difficile il conteggio. Questi imbroglioni continuano a usare i turbanti per occultare le loro corna, e lunghe tuniche nascondono le loro code di drago, le loro ali di pipistrello e la bomba che portano sotto il braccio.
 
Il Diavolo è nero
Come la notte, come il peccato, il nero è nemico della luce e dell'innocenza.
Nel suo celebre libro di viaggi, Marco Polo evocò gli abitanti dello Zanzibar: avevano una bocca molto grande, labbra molto carnose e il naso come quello di una scimmia. Andavano in giro nudi ed erano completamente neri, cosicché chiunque li avesse visti in qualsiasi altra regione del mondo avrebbe creduto che fossero diavoli.
Tre secoli dopo, in Spagna, Lucifero, dipinto di nero, entrava su un carro infuocato nei teatri pubblici e negli scenari delle fiere. Santa Teresa di Gesú, che visse combattendolo, non riuscì mai a toglierselo di torno. Una volta le si fermò accanto, ed era un negretto assolutamente abominevole. E un'altra volta lei vide che, mentre si sedeva sopra il suo libro di orazioni e le bruciava le preghiere, dal corpo nero gli usciva una grande fiamma rossa.
In America, che aveva importato milioni di schiavi, si sapeva che era Satana colui che suonava i tamburi nelle piantagioni, incitando alla disobbedienza, e che inoculava musica e dimenamenti e tremiti nei corpi dei suoi figli nati per peccare. Persino Martín Fierro, gaucho povero e disgraziato, si sentiva bene in confronto ai neri, che erano più fottuti di lui:
- Questi qua -diceva- il Diavolo li ha fatti per essere tizzoni dell'inferno.
 
Il Diavolo è povero
I poveri sono in agguato. In ognuno si nasconde un delinquente, forse un terrorista.
I padroni di nulla non riescono a mangiare e i padroni di qualcosa, per poco che sia, non riescono a dormire. Isole della decenza circondate dai turbolenti flutti della malavita: ruggiscono le onde che obbligano a vivere costantemente in allarme. Nelle città del nostro tempo, immense carceri che rinchiudono i prigionieri della paura, le fortezze dicono di essere case e le armature fanno finta di essere vestiti.
Stato d'assedio. Non si distragga, non abbassi la guardia, non si fidi: lei è statisticamente segnato, e prima o poi dovrà subire un assalto, un sequestro, uno stupro o un crimine.
Nei quartieri maledetti aspettano, accovacciati, rosi dall'invidia, rancorosi, gli autori della sua prossima disgrazia. Sono dei fannulloni, poveracci, ubriaconi, drogati, carne da macello o da prigione, gente senza denti, senza documenti, senza una via, senza destino.
E tuttavia, questi alunni incompresi fanno tutto il possibile per imitare i padroni del mondo, che stuprano la natura, sequestrano paesi, rubano salari e uccidono le folle.
 
Questo racconto è parte del nuovo libro di Eduardo Galeano – il manifesto del 5 agosto 2007.
 
 
Di seguito, una traduzione di alcune parti in castigliano:
 
El Diablo es musulmán
 Carlos Rivodó, Sin títuloYa el Dante sabía que Mahoma era terrorista. Por algo lo ubicó en uno de los círculos del infierno, condenado a pena de taladro perpetuo. "Lo ví rajado", celebró el poeta en La divina comedia, "desde la barba hasta la parte inferior del vientre…"
 
Más de un Papa había comprobado que las hordas musulmanas, que atormentaban a la Cristiandad, no estaban formadas por seres de carne y hueso, sino que eran un gran ejército de demonios que más crecía cuanto más sufría los golpes de las lanzas, las espadas y los arcabuces.
 
En tiempos actuales, los misiles fabrican muchos más enemigos que los enemigos que destripan. Pero, ¿qué sería de Dios, al fin y al cabo, sin enemigos? El miedo manda, las guerras comen miedo. La experiencia prueba que la amenaza del infierno es siempre más eficaz que la promesa del Cielo. Bienvenidos sean los enemigos. En la Edad Media, cada vez que tambaleaba el trono, por bancarrota o furia popular, los reyes cristianos denunciaban el peligro musulmán, desataban el pánico, lanzaban una nueva Cruzada y santo remedio. Ahora, hace un ratito nomás, George W. Bush ha sido reelecto presidente del planeta gracias a la oportuna aparición de Bin Laden, el Satán mayor del reino, que en vísperas de la elección anunció, desde la tele, que iba a comerse a todos los niños crudos.
 
Allá por el año 1564, el demonólogo Johann Wier había contado los diablos que estaban trabajando en la tierra, a tiempo completo, por la perdición de las almas cristianas. Había siete millones cuatrocientos nueve mil ciento veintisiete, que actuaban divididos en setenta y nueve legiones.
 
Muchas aguas hirvientes han pasado, desde aquel censo, bajo los puentes del infierno. ¿Cuántos suman, hoy día, los enviados del reino de las tinieblas? Las artes de teatro dificultan el conteo. Estos engañeros siguen usando turbantes, para ocultar sus cuernos, y largas túnicas tapan sus colas de dragón, sus alas de murciélago y la bomba que llevan bajo el brazo.
 
El Diablo es judío
Hitler no inventó nada. Desde hace dos mil años, los judíos son los imperdonables asesinos de Jesús y los culpables de todas las culpas.
 
¿Cómo? ¿Que Jesús era judío? ¿Y judíos eran también los doce apóstoles y los cuatro evangelistas? ¿Cómo dice? No puede ser. Las verdades reveladas están más allá de la duda y no exigen más evidencia que su propia existencia. Las cosas son como se dice que son, y se dice porque se sabe: en las sinagogas el Diablo dicta clase, y los judíos están desde siempre dedicados a profanar hostias y a envenenar aguas benditas. Por ellos han ocurrido las bancarrotas económicas, las crisis financieras y las derrotas militares; son ellos quienes han traído la fiebre amarilla y la peste negra y todas las pestes.
 
Inglaterra los expulsó, sin dejar ni uno, en el año 1290, pero eso no impidió que Chaucer, Marlowe y Shakespeare, que nunca habían visto un judío, fueran obedientes a la caricatura tradicional y reprodujeran personajes judíos según el molde satanísimo del parásito chupasangre y el avaro usurero.
 
Acusados de servir al Maligno, estos malditos anduvieron los siglos de expulsión en expulsión y de matanza en matanza. Después de Inglaterra, fueron sucesivamente echados de Francia, Austria, España, Portugal y numerosas ciudades suizas, alemanas e italianas. Los reyes católicos, Isabel y Fernando, expulsaron a los judíos, y también a los musulmanes, porque ensuciaban la sangre. Los judíos habían vivido en España durante trece siglos. Se llevaron las llaves de sus casas. Hay quienes las tienen todavía. Nunca más volvieron.
 
La colosal carnicería organizada por Hitler culminó una larga historia de persecución y humillación. La caza de judíos ha sido siempre un deporte europeo. Ahora los palestinos, que jamás lo practicaron, pagan la cuenta.
 
El Diablo es mujer
El libro Malleus Maleficarum, también llamado El martillo de las brujas, recomendaba el más despiadado exorcismo contra el demonio que lleva tetas y pelo largo. Dos inquisidores alemanes, Heinrich Kramer y Jakob Sprenger, lo escribieron, por encargo del Papa Inocencio VIII, para hacer frente a las conspiraciones demoníacas contra la Cristiandad. Se publicó por primera vez en 1486, y hasta fines del siglo dieciocho fue el fundamento jurídico y teológico de los tribunales de la Inquisición en varios países.
 
Los autores sostenían que las brujas, harén de Satán, representaban a las mujeres en estado natural: "Toda brujería proviene de la lujuria carnal, que en las mujeres es insaciable." Y demostraban que "esos seres de aspecto bello, contacto fétido y mortal compañía" encantaban a los hombres y los atraían, silbidos de serpiente, colas de escorpión, para aniquilarlos. Y advertían a los incautos, citando a la Biblia: "La mujer es más amarga que la muerte. Es una trampa. Su corazón, una red, y cadenas sus brazos."
 
Este tratado de Criminología, que envió a miles de mujeres a las piras de la Inquisición, aconsejaba someter a tormento a todas las sospechosas de brujería. Si confesaban, merecían el fuego. Si no confesaban, también, porque sólo una bruja, fortalecida por su amante el Diablo en los aquelarres, podía resistir semejante suplicio sin soltar la lengua.
 
El Papa Honorio III había sentenciado que el sacerdocio era cosa de machos:
 
- Las mujeres no deben hablar. Sus labios llevan el estigma de Eva, que perdió a los hombres. Ocho siglos después, la Iglesia católica sigue negando el púlpito a las hijas de Eva.
 
El mismo pánico hace que los fundamentalistas musulmanes les mutilen el sexo y les tapen la cara. Y el alivio por el peligro conjurado mueve a los judíos muy ortodoxos a empezar el día susurrando:
 
- Gracias, Señor, por no haberme hecho mujer.
 
El Diablo es homosexual
Desde 1446, los homosexuales marchaban a la hoguera en Portugal. Desde 1497, los quemaban vivos en España. El fuego era el destino que merecían estos hijos del infierno, que del fuego venían. En América, en cambio, los conquistadores preferían arrojarlos a los perros. Vasco Núñez de Balboa, que a muchos emperró, creía que la homosexualidad era contagiosa. Cinco siglos después, escuché decir lo mismo al arzobispo de Montevideo.
 
Cuando los conquistadores asomaron en el horizonte, sólo los aztecas y los incas, en sus imperios teocráticos, castigaban la homosexualidad -y con pena de muerte. Los demás americanos la toleraban, y en algunos lugares la celebraban, sin prohibición ni castigo.
 
Esta provocación insoportable debía desatar la cólera divina. Desde el punto de vista de los invasores, la viruela, el sarampión y la gripe, pestes desconocidas que mataban indios como moscas, no venían de Europa sino del Cielo. Así Dios castigaba el libertinaje de los indios, que practicaban la anormalidad con toda naturalidad. Ni en Europa, ni en América, ni en ningún lugar del mundo se ha llevado la cuenta de los muchos homosexuales condenados al suplicio o a la muerte por el delito de ser. Nada sabemos de los tiempos lejanos, y poco o nada sabemos del ahora nomás.
 
En la Alemania nazi, estos "degenerados culpables de aberrante delito contra la naturaleza" estaban obligados a portar un triángulo rosado. ¿Cuántos fueron a parar a los campos de concentración? ¿Cuántos murieron allí? ¿Diez mil, cincuenta mil? Nunca se supo. Nadie los contó, casi nadie los mencionó. Tampoco se supo nunca cuántos fueron los gitanos exterminados.
 
El 18 de setiembre del año 2001, el gobierno alemán y los bancos suizos resolvieron "rectificar la exclusión de los homosexuales entre las víctimas del Holocausto". Más de medio siglo demoraron en corregir la omisión. A partir de esa fecha, pudieron reclamar indemnización los homosexuales que habían sobrevivido en Auschwitz y otros campos, si es que alguno quedaba todavía vivo.
 
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martedì, 07 agosto 2007

E' stata nominata la nuova viceministra che si occuperà di adozione internazionale

Circolava da qualche giorno e ora abbiamo la conferma, con questa nota ufficiale ABI, è stata nominata una nuova viceministra di genere e affari generazionali, il Viceministero, dipendente dal Ministero di giustizia, e che ha la competenza in materia di adozione internazionale. Il curriculum lascia ben sperare, vediamo un po' come andranno le cose, per il momento, benvenuta Miriam!
Miriam Ágreda es la nueva Viceministra de Género y Asuntos Generacionales
 
La Paz, 01 ago (ABI).- La educadora Miriam Evelín Ágreda Rodríguez, asumió este miércoles el mando del Viceministerio de Género y Asuntos Generacionales en reemplazo de la ex autoridad de esa instancia estatal, Maruja Machaca.
 
El acto de posesión estuvo a cargo de la ministra de Justicia, Celima Torrico, quien, a tiempo de agradecer el trabajo de la ex viceministra Machaca, llamó a la nueva autoridad de Género a continuar con los emprendimientos iniciados en la pasada gestión.
 
A su turno, Ágreda Rodríguez señaló que trabajará para incrementar las políticas públicas referidas a asuntos de género, así como demandar una mayor asignación presupuestaria para proyectos de desarrollo humano, sobre todo para aquellos sectores sociales que históricamente fueron discriminados.
 
Añadió que una de sus urgentes tareas será dar continuidad a las tareas iniciadas por la ex Viceministra de Género.
 
HOJA DE VIDA
 
Miriam Evelín Ágreda Rodríguez nació el 21 de agosto de 1963 en Cochabamba y obtuvo el grado de licenciatura en Ciencias de la Educación de la Universidad Mayor de San Simón del mismo departamento.
 
Logró una Maestría en Ciencias Políticas en Iberoamérica Universidad Andalucía de España, además del Diplomado en Desarrollo Regional en los Andes, realizado en Cuzco, Perú.
 
Desde el 2005 hasta hoy, trabajó como directora ejecutiva de Defensa de Niños, Niñas Internacional - Sección Bolivia, en Cochabamba y entre el 2002 y 2004 en Oruro.
 
También fue directora del Centro de Educación y Acción Comunitaria (1999-2001) y fue responsable del área educativa de la Oficina Jurídica para la Mujer (1984-2001).
 
Ágreda realizó tareas de asesoramiento en temas de organización y género de la Coordinación de Mujeres de las Federaciones del Trópico de Cochabamba y en el Perú del Consejo Andino de Productores de Coca, entre otros.
 
Fonte: ABI
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