Riporto di seguito altri articoli sulla visita di Bertinotti in Sud America e in particolare sul dibattito scatenato intorno alle dichiarazioni del Presidente della Camera sulla necessità di superare le vecchie concezioni del socialismo e di guardare alle forme nuove di mobilitazione sociale che arrivano dall’America Latina, definite, con una brutta espressione, “indigenismo”.
Dopo i socialisti «buoni», qualcuno dei socialisti «cattivi». Fausto Bertinotti l'aveva annunciato, un anno fa, quando in veste di presidente della Camera, aveva compiuto un lungo viaggio nel Cono sud dell'America latina. Allora le mete erano state il Cile di Michelle Bachelet, l'Uruguay di Tabaré Vázquez, l'Argentina di Néstor Kirchner e il Brasile di Lula da Silva. I socialisti (in senso lato) «buoni», quelli che assomigliano molto agli standard del socialismo e della socialdemocrazia europea, pur se, di tanto in tanto, sono ancora tacciati dell'anatema di «populisti» (non certo l'iper-ortodossa Bachelet e sì invece, specie in vista di elezioni, Kirchner e Lula).
La seconda manche di quei viaggi di studio, cominciata martedì qui a La Paz, prevede la Bolivia di Evo Morales, l'Ecuador di Rafael Correa, il Venezuela di Hugo Chávez e il Perú di Alan García. A parte García - che figura ancora, indebitamente, nel novero dei governi «socialdemocratici» e dopo la sua disastrosa esperienza precedente, quando fu presidente fra l'85 e il '90, sembra preso dall' ansia di far dimenticare il (suo) passato con una deriva sempre più accentuata verso la destra neoliberista -, Morales, Correa e soprattutto Chávez figurano a pieno titolo fra i nuovi «cattivi». Non solo perché «populisti», non solo perché critici del neo-liberismo e nemici del «mercato», non solo perché chiassosamente «anti-americani» e tendenzialmente «autoritari», ma perché estranei a certe categorie politiche dell'occidente, le uniche - sembra - a fare testo. A destra e, anche, a sinistra.
Quello di Bertinotti non è uno slalom facile. Il ripensamento critico e autocritico della storia drammatica della sinistra - e dei suoi fallimenti - nel corso del '900, l'ha portato al passaggio di porte molto angolate su discese ghiacciate - come il rifiuto della violenza e dell'autoritarismo - e l'ha spinto verso terreni poco battuti e spesso sconosciuti per uno come lui, uomo, sindacalista e politico di una sinistra classicamente occidentale, europea e italiana. Per questo, nella sua complicata discesa fra i pali, non poteva non incontrare l'America latina.
Già una decina d'anni fa era rimasto colpito - alcuni dicono folgorato - dagli zapatisti messicani del subcomandante Marcos, tanto che i suoi detrattori gli affibbiarono il grado di «subcomandante Fausto». Gli piacevano la scoperta di quella «guerra non violenta» degli indigeni chiapanechi e gli accenti per così dire gramsciani di Marcos che puntava tutto sull'egemonia della società indigena rispetto al volontarismo dei leader, di cui era simbolo una frase che fece epoca: «comandar obedeciendo» che rovesciava gli schemi consolidati della sinistra. Quella lezione è servita per la rinascita - che Bertinotti nel viaggio di un anno fa si spinse a definire «rinascimento» - dell'America latina.
Eccolo allora qui a La Paz, la prima tappa della seconda manche. In Bolivia dove da poco più di un anno governa Evo Morales, il primo presidente indigeno nei 500 anni di storia dalla «Conquista» spagnola e nei 200 anni di indipendenza. Evo Morales e la maggioranza india di questo paese, per la prima volta a capo del «loro» paese. Si poteva immaginare che la «rivoluzione democratica e culturale» e la «rifondazione della Bolivia» non fossero rose e fiori. E in effetti non è facile.
Un anno fa a Santiago, Bertinotti rivendicò «l'insegnamento di Allende» per «la rivoluzione pacifica dell'America latina», quasi a volerci vedere una contrapposizione con la figura del Che. Ora a La Paz sembra aver ripreso il filo del discorso. Dopo l'incontro di martedì con il ministro degli esteri David Choquehuanca e quello di ieri pomeriggio (sera in Italia) con il presidente Evo Morales, ha parlato quasi di superamento del socialismo. Nel senso che anche fra i nuovi governi «socialisti» o «progressisti» dell'America latina non c'è un modello unico da seguire. Superamento del socialismo nel senso che dalla rinascita - o «rinascimento» - indigeno c'è molto da apprendere, per chi continui a definirsi socialista o di sinistra, anche se gli obiettivi non si definiscono propriamente socialisti e non si chiamano «il socialismo del secolo XXI». Da apprendere nei rapporti sociali, nel rapporto con l'ambiente - la Pachamama-madre terra -, nei rapporti economici e umani. Non un modello unico, perché Bachelet e Morales, Chávez e Lula, Correa e Vázquez sono diversissimi fra loro, ma un ambito unico. Che è la consapevolezza di un destino comune. Parole e giudizi che susciteranno discussione. Una cosa però va riconosciuta a Bertinotti: è venuto in America latina non per insegnare ma più per ascoltare e «imparare». Il che non è frequente per gli europei e per la sinistra europea.
Bertinotti: «Bolivia e Sud America ci dicono che il socialismo non basta più». Anubi D'Avossa Lussurgiu
La prima tappa del viaggio di Stato in Sud America di Fausto Bertinotti - il secondo, dall'elezione a presidente della Camera - nelle prime 24 ore è già per lui una nuova tappa nella ricerca d'una alternativa di società, d'una rifondazione della politica come strumento di cambiamento e di liberazione. E' la Bolivia, l'incontro ravvicinato con l'esperienza difficile e assolutamente originale del governo del presidente Evo Morales, il primo indio del solo Paese latinoamericano a maggioranza indigena, a ispirare una riflessione inedita. Senza alcuna ambizione di proporre nuovi "modelli", anzi a partire dalla critica al «modello unico», l'ultimo ragionamento bertinottiano contiene nondimeno spunti importanti per il dibattito sul futuro della sinistra in Europa, dunque anche in Italia.
In serata un lungo incontro al Palazzo del Govern tra Bertinotti ed il presidente Evo Morales. Al termine dell'incontro, Morales ha insignito Bertinotti della decorazione di Gran Croce dell'ordine del Merito Civil del libertador Simon Bolivar. La decorazione, ha spiegato il ministro boliviano Juan Ramon Quintana, è «un riconoscimento all'impegno politico, sindacale e istituzionale di Bertinotti e alle ottime relazioni tra Italia e Bolivia».
Quanto è accaduto nella prima tappa del viaggio offre una sintesi giornalistica sin troppo facile, e la offre una sua frase: «Neanche il socialismo ci serve più come definizione esaustiva». E si vede subito che ha un certo peso per lo stesso percorso attuale della sinistra politica italiana.
Tuttavia, le dichiarazioni di Bertinotti da La Paz non sono riducibili ad alcun ricettario per gli "stati maggiori" nostrani: se non altro, perché si riferiscono alla presa di conoscenza d'una esperienza lontanissima e del tutto peculiare, appunto quella del governo del Mas di Morales, così segnato dalla proposta "indigenista". Ed è subito dopo il primo incontro ufficiale, quello di martedì mattina con il viceministro degli Esteri Hugo Fernandez Arauz, forte intellettuale di formazione gesuitica e abbeveratosi alla "filosofia della liberazione" più ancora che alla teologia, numero 2 d'un dicastero retto da un esponente quechua della Confederazione campesina a sua volta formatosi in studi filosofici, che il presidente della Camera aggiunge alla condotta istituzionale l'apertura d'un discorso politico. E', ammette anche una ripresa: del confronto di dieci anni fa con l'esperimento zapatista in Chiapas, con un'innovazione di vocabolario tutta «specifica» ma che indica la novità generale di processi o tentativi di liberazione irriducibili al dizionario della storia passata del movimento operaio e dell'idea di rivoluzione. Qui, in Bolivia, la novità si aggiorna per Bertinotti in un percorso che si applica alla trasformazione su scala nazionale in un quadro continentale; e che esibisce la caratteristica d'un corpo a corpo diretto con la politica generale e lo Stato, insomma con le forme della democrazia.
E' uno spiazzamento, in verità, la molla della riflessione. Sta in quanto di sorprendente, ad orecchio europeo, dice a Bertinotti il ministro Arauz: «Voi dite socialismo, noi diciamo "vivere bene"». Per dire, a proposito del rapporto con lo stesso bolivarismo venezuelano di Hugo Chavez, che loro, i boliviani, sono interessati e lo difendono, ma sono a loro volta «altro».
Non è solo l'agilità di relazioni sudamericane di Morales, che al di là della diffusa complicazione di rapporti con la potenza brasiliana, nonostante il riconoscimento politico alla biografia di Lula, mostra un feeling tutto suo con la presidenta cilena Bachelet, così distante nello spettro della sinistra continentale. E' che, precisamente, il vocabolario della liberazione qui è diverso: cerca di declinarsi nelle 36 lingue dei popoli originari, informa una nuova Costituzione che al suo centro riconosce il diritto delle comunità anzitutto sulle risorse, non cancella l'eredità della genocida Conquista ispanica e del disastroso neocolonialismo all'insegna del dollaro ma prova a riannodare il filo d'una idea di sviluppo autonoma dal paradigma del mercato. «Voi dite "un mondo migliore", noi diciamo "un mondo diverso"».
Per Bertinotti è «una folgorazione», come lo è l'incontro - al pomeriggio dello stesso martedì - con il progetto di «difesa dell'infanzia» curato a El Alto dalla cooperazione italiana (Cvg, Mlal, Rs) e dunque, attraverso di esso e attraverso scelte eterodosse (sotto l'insegna dell'Unicef) come il sostegno alla costituzione d'un sindacato degli adolescenti sfruttati e disoccupati, la visione sia pur fugace della realtà degli sterminati cerros della miseria indigena inurbata intorno alla capitale boliviana. Ripete più volte, tra un passaggio e l'altro di questa breve esplorazione, il raffronto tra quanto qui è in atto e il «grido d'allarme d'un intellettuale democratico europeo», quale quello di Alain Touraine apparso recentemente su Libération : «Questo 2008 è io credo l'ultima nostra chance. Il rischio della catastrofe è molto vicino». Ne fa, Bertinotti, lo spunto della sua relazione alla conferenza organizzata dall'Umsa, la centenaria università autonoma di La Paz, alla sera nel teatro della sua sede sull'Avenida Mariscal Sucre, prosecuzione del Prado, il paseo centrale della capitale tra le insegne delle multinazionali e il fiume di volti scuri dei proletari andini.
L'avvertimento di Touraine è la chiave per ripercorrere l'analisi della globalizzazione e inquadrare il suo stato attuale, una «destabilizzazione mondiale» che, al bivio tra «nuove opportunità» scaturite dalla ridislocazione del conflitto con il capitale nell'economia della conoscenza e il «rischio di regressione dell'umanità» segnato dalla caduta dei limiti al dominio, interpretato dal super-governo del mercato, inclina verso il secondo. La risposta, di contro all'avanzare dello "scontro di civilità" e al «disastro» ambientale del pianeta, non può che essere l'«integrazione». Si tratta di vedere «quale», però: e vale lo stesso per il «meticciato», che è un dato storico ma può piegarsi al dominio, ad un'egemonia dall'alto oppure scegliere la "traduzione", il «dialogo per la convivenza». Per questo l'esperienza boliviana, come specchio d'un pensiero indigeno al lavoro sulla politica e come versione di quel «nuovo rapporto tra leadership e popolo» che si sperimenta regionalmente e nutre la speranza smarrita in Europa, è di «grande interesse»: perché segna uno sforzo «continentale», quello sudamericano, a far avanzare un'integrazione «non subalterna» e svincolata dall'assolutismo del mercato, dunque antidoto al dominio. Qualcosa che può pesare decisivamente sulla proiezione nel mondo della stessa Europa, in una visione globale che adotti il multipolarismo e insieme cerchi una rimotivazione della democrazia politica nell'«intesa per la pace».
La replica dell'interlocutore governativo boliviano, il ministro plenipotenziario Pablo Solòn, è una registrazione di sintonia. Il rischio di catastrofe, molto concretamente è sintetizzato in questa coppia i dati: 19mila e 200 morti per fame nel mondo nel solo 8 gennaio e 719 milioni di dollari spesi nei primi otto giorni del 2008 per diete, nel nord del globo e soprattutto negli Usa. Ciò che interessa al punto di vista boliviano, nel discorso di Bertinotti, è soprattutto il riconoscimento del valore del tentativo sudamericano di integrazione, quando invece nell'intelleghentia bianca locale il modello invocato è proprio l'Unione europea, il cui limite di deficit di democrazia viene sottolineato dal presidente della Camera. All'eccedenza rispetto alla democrazia rappresentativa in crisi, esaltata dal discorso bertinottiano, si aggiunge però un'istanza immediata di democracia economica: quella che passa per il doppio percorso dell'Unione sudamericana e per le trattative tra Comunità andina e Unione europea, dove il quid è precisamente come varare un trattato diverso dall'impianto dell'Alca nordamericano.
Bertinotti, comunque, un occhio all'Europa e ai dilemmi di casa nostra lo tiene, eccome. E al di qua dei macrosistemi, una riflessione fra le altre ritorna nelle sue considerazioni a margine: quella, rilevata dalla scena della Bolivia, sulla diversità dei soggetti e dei percorsi di liberazione e sull'imprescindibilitá fra questi, per la sinistra ma per la stessa democrazia, degli esclusi. Quelli che qui lo sono da una storia semimillenaria di dominazione e dal presunto "ordine mondiale". E che in Europa abitano le banlieues, fluiscono per le frontiere in masse di migranti, o semplicemente formano comunità sul territorio. Tutti esclusi o meglio "non letti" dalla democrazia rappresentativa in crisi e dal suo doppio vincente, il potere del mercato.
Cos'è il socialismo del XXI secolo? La domanda insegue Fausto Bertinotti già nel primo giorno suo viaggio latinoamericano. Angela Nocioni
«Non guardiamo all'America latina con le lenti deformate dell'Europa» dice Bertinotti. «Le esperienze di Chàvez, di Morales e di Lula sono tutte diverse tra loro e l'etichetta di ‘socialista' non può essere univoca. Soprattutto non possono essere giudicate con occhiali europei, nemmeno con quelli di chi dalle nostre parti si è definito socialista o comunista e crede di poter utilizzare il suo punto di vista tradizionale per spiegare tutto quello che succede qui. Se mai abbiamo avuto una presunzione di universalità è meglio deporla: con questa presunzione non si capisce l'America latina. E' un paradigma sbagliato».
«E le nazionalizzazioni? Qui si nazionalizza!» è l'obiezione dei cronisti. «Le nazionalizzazioni l'ha fatte anche la dc in Italia e l'hanno fatte regimi di ordine politico assolutamente differente nella storia - risponde Bertinotti - tra l'altro qui si realizzano in forme che non necessariamente affidano ciò che viene nazionalizzato allo Stato: potrebbe essere affidato alle comunità».
Se c'è un posto in America latina in cui nazionalizzazione non fa rima con gestione centralizzata statale, questa è la Bolivia. Morales sta avendo non pochi guai proprio per aver tentato una via differente di nazionalizzazione: conflitti difficilissimi da risolvere (conflitti violenti: dinamite e machete) tra comunità indigene e cooperative di minatori per la gestione delle miniere, per esempio.
E deve vedersela con la pressione di una parte ampia della sua base che lo rimprovera di non aver cacciato le multinazionali, di non averle espropriate. Di essersi limitato a ristabilire la proprietà pubblica delle risorse naturali. Morales sta lentamente, e a fatica, cambiando le regole del gioco: che è la ragione per cui è stato eletto, la condizione per la sua permanenza al potere.Non vuole bandire le imprese internazionali dalla Bolivia per la stessa ragione per cui loro non vogliono andarsene: la dipendenza è reciproca. L'industria del gas richiede investimenti di lungo corso, ha bisogno di alta tecnologia, prevede alti costi per l'estrazione, il trasporto e la commercializzazione. Il gas non si vende indistintamente a un cliente o a un altro dalla sera alla mattina. Non è vero che si caccia Petrobras e arriva la Cina. Non subito, perlomeno.
Morales sta recuperando il controllo sulla ricchezza delle riserve naturali boliviane per finanziare la trasformazione del Paese promessa dal suo governo. Come sta facendo in Venezuela Hugo Chàvez, che chiama questo cammino "il socialismo del XXI secolo". Ma questo non vuol dire che l'America latina si sia svegliata socialista, probabilmente nemmeno progressista. E comunque non si può, senza peccare di disonestà intellettuale, racchiudere i distinti processi politici in corso da questa parte di mondo, unitari ma distinti, dentro la pretesa di una definizione universale.
L'idea del continente alla rovescia, della terra di là dall'Oceano dove andare a consolarsi delle rivoluzioni fallite a casa propria è una romantica proiezione nostrana, anche un po' patetica. Guardare all'America latina e vedere la riscossa socialista che avanza è un grave abbaglio. L'Argentina è governata da un gruppo dirigente orgogliosamente peronista, Evo Morales viene dal comunitarismo delle antiche culture indigene, Chàvez promette la rivoluzione con le parole di un generale dell'800 e Lula, il fondatore del partito dei lavoratori (volendo essere ligi alle appartenenze, il più a sinistra di tutti) ha preso decisioni in politica economica di assoluta ortodossia liberista ed è criticato aspramente dalla sinistra del Pt per i suoi buoni rapporti con Washington. Perché ostinarsi a credere che questo sia un continente rosso? Non lo è, così come non è antiamericano. Nella cultura condivisa, nei codici di linguaggio, nei modelli sociali dominanti l'America latina è l'impronta del Nordamerica. Nonostante le culture millenarie, nonostante le resistenze indigene, il sogno americano ha vinto da tempo. L'affollato confine tra il Messico e il Texas sta lì a dimostrarlo. Basta metter piede un sabato pomeriggio in un affollato centro commerciale a Caracas per vederlo: lì dentro sta la ricetta del successo del socialismo alla Hugo Chàvez.