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"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006

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giovedì, 31 gennaio 2008

LA FOGLIA DI COCA È UNA RISORSA ESSENZIALE PER LE POPOLAZIONI INDIGENE DELLA REGIONE ANDINA

MATE DI COCADa Fuoriluogo, di Angelica Navarro, 27 gennaio 2008
Moltissime persone confondono la foglia di coca con la cocaina. Ma la produzione di cocaina richiede un processo chimico complesso mediante una serie di prodotti chimici, alcuni dei quali non sono prodotti nel nostro paese, la Bolivia. Ad esempio, non tutti sanno che l’Università di Harvard nel 1975 effettuò uno studio dal quale risultava che 100 grammi di foglia di coca boliviana corrispondono pienamente all’apporto dietetico raccomandato di calcio, ferro, fosforo, e vitamine A, B, C per un uomo o una donna di media corporatura. Contengono persino più calcio del latte (1789 mg, a fronte dei 1301 mg).
Tuttavia, su questo argomento disponiamo di un numero ristretto di ricerche scientifiche, probabilmente a causa dell’influenza esercitata dagli Usa che, ad esempio, si opposero alla pubblicazione della più grande ricerca globale mai effettuata su cocaina e foglia di coca, conclusa dall’Oms nel 1995. Questo studio su come sono usati la cocaina ed altri prodotti a base di coca, chi li usa, quali effetti hanno sui consumatori e sulla comunità, richiese due anni di lavoro e interessò 22 città in 19 paesi, con la partecipazione di ricercatori di fama mondiale, tra i quali anche alcuni scienziati statunitensi (sulla ricerca dell’Oms si veda Fuoriluogo, luglio/agosto 2006, ndr).
Purtroppo la resistenza opposta dagli Usa ha impedito all’opinione pubblica e alla comunità internazionale di avere un dibattito imparziale ed informato, perpetuando invece il mito della foglia di coca come una pianta esclusivamente negativa, della quale si ignorano le molte qualità positive.
L’unica ricerca scientifica che su cui poggia il bando della foglia di coca a livello internazionale è il tristemente noto “Rapporto della Commissione d’indagine sulla foglia di coca”, prodotto dall’Ecosoc nel 1950. Questo rapporto “scientifico” è il principale pilastro su cui si sono basati i successivi accordi internazionali. Esso non è solo fastidiosamente inattuale, ma anche apertamente razzista, là dove ad esempio si legge: «si reputa che l’uomo andino sia fisiologicamente e chimicamente diverso dall’uomo che vive al livello del mare», come a dire che l’unica ragione per cui i popoli indigeni usano questa antica pianta medicinale è la loro “razza”, e non le loro conoscenze, la loro cultura e le loro pratiche sociali ancestrali.
Si provi solo a immaginare cosa succederebbe se una tradizione culturale consolidata in Italia, come ad esempio quella di bere una tazza di caffè, fosse spiegata dall’Ecosoc ricorrendo alla “razza” o all’altitudine a cui vivono gli abitanti!
Fortunatamente da allora alcune cose sono cambiate, come l’adozione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu, lo scorso anno, della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni con voto pressoché unanime. Tale documento internazionale riconosce tra l’altro, all’art. 11, che «i popoli indigeni hanno il diritto di praticare e di rivitalizzare i propri costumi e tradizioni culturali. Questo diritto comprende il diritto a mantenere, tutelare e sviluppare le manifestazioni passate, presenti e future della loro cultura».
In questo spirito, nel 2003, l’Unesco aveva dichiarato la cultura Kallawaya una “eredità intangibile dell’umanità”. Questa cultura indigena boliviana si è specializzata in tecniche mediche e farmaceutiche pre-Inca basate su conoscenze indigene, su una profonda comprensione della farmacopea animale, minerale e botanica, e su un insieme di saperi rituali intimamente legati ai credi religiosi. Queste tecniche terapeutiche si basano non solo, ma anche, sulle foglie di coca.
Nonostante ciò, la foglia di coca continua ad essere considerata una pianta satanica, una droga, anche nelle convenzioni internazionali, e ne viene negato tutto il contenuto culturale e sociale. La foglia di coca è una parte indispensabile della civiltà andina. Essa è parte della nostra base culturale e della nostra vita sociale, proprio come lo sono il vino, il caffè o il tè in altre culture.
La Bolivia chiede un dibattito onesto, basato sui dati e sulle ricerche scientifiche, e chiede inoltre di ridiscutere la legislazione internazionale con uno sguardo alla decriminalizzazione della foglia di coca. Allo stesso tempo, essa resta estremamente ferma sulla illegalità della cocaina.
Come narra una antica leggenda Inca: quando i conquistadores stavano per vincere la battaglia sulle Ande, il Dio del Sole consegnò al guardiano del suo Tempio una pianta e gli disse: «Custodisci le sue foglie con amore, e quando sentirai dolore nel tuo cuore, fame nella tua carne e buio nella tua mente, portale alla bocca. Troverai amore per il tuo dolore, nutrimento per il tuo corpo e luce per la tua mente».
Ma l’uomo bianco avrebbe trovato il modo di stravolgere questa pianta: «Se il tuo oppressore arriverà dal nord, allora il conquistatore bianco, il cercatore d’oro, quando la toccherà, troverà solo veleno per il suo corpo e follia per la sua mente».
Noi vogliamo condividere con voi le qualità incredibili di questa pianta che ha donato al mondo uno dei primi anestetici nel XVIII e XIX secolo, ancora usato in composti chimici come i principali prodotti per il mal di gola, e che potrebbe regalare al mondo ancora molte altre qualità, come la sua capacità nutritiva incredibilmente alta. Permetteteci di mostrarvi il modo di utilizzarla senza danno, come abbiamo fatto e speriamo di continuare a fare per migliaia di anni nella regione andina, augurandoci che la scienza e la ragione prevalgano sulla discriminazione e sull’ignoranza.
postato da: anticap alle ore 08:01 | link | commenti (2)
categorie: bolivia
venerdì, 25 gennaio 2008

Prodi pierde la moción de confianza del Senado italiano.

Notizie sull’Italia che arrivano in Bolivia, e così Mastella lo conosceranno anche da loro. Ci mancava questa.
 
Roma, 25 Ene - El jefe del Gobierno de centro-izquierda italiano, Romano Prodi, perdió la moción de confianza votada este jueves en el Senado, lo que le obliga a presentar su dimisión al presidente de la República, Giorgio Napolitano. Prodi tuvo 156 votos a favor y 161 en contra. Un senador se abstuvo y faltaban cuatro.
La mayoría requerida era de 160. Prodi deberá presentar este mismo jueves la dimisión ante el presidente de la República, Giorgio Napolitano, tal como lo establece la Constitución italiana. El jefe de Estado deberá luego consultar a todos los partidos y decidir entre designar un gobierno técnico de transición que tenga como objetivo la reforma de la ley electoral o convocar elecciones anticipadas.
Prodi perdió la mayoría para gobernar tras la salida esta semana de la coalición del pequeño partido demócrata-cristiano Udeur, que le daba al gobierno una ventaja de un voto en el Senado. Udeur es la formación del ex ministro de Justicia Clemente Mastella, quien renunció tras revelarse que era objeto de una investigación judicial por abuso de poder.
Mastella votó en contra de Prodi, al igual que otro senador de su formación y de dos senadores liderados por el moderado ex primer ministro Lamberto Dini, fundador del Partido Libertal Democrático. En total cuatro senadores de la mayoría, elegidos en abril del 2006 con la coalición de centro-izquierda, le dieron el golpe de gracia al gobierno de Prodi, quien contó siempre con una mayoría muy estrecha.
El jefe de gobierno, que se retiró de la sesión plenaria antes de la conclusión de la votación, dio batalla hasta el final, y explicó que en lugar de renunciar directamente prefería someterse a la confianza del Senado por "respeto a las normas" de la república italiana con un régimen parlamentario.
Tras el anuncio de la derrota, la oposición de derecha estalló en un largo aplauso acompañado del grito "elecciones, elecciones". "Vamos derecho a las urnas, qué satisfacción", declaró el líder de la derechista Alianza Nacional, Gianfranco Fini.
"Ahora sólo quedar ir a votar. El gobierno cayó por su propia cuenta, ha sido implosión", comentó el líder de la oposición de derecha y ex jefe de gobierno Silvio Berlusconi, rival histórico de Prodi. La oposición espera que haya elecciones anticipadas dado que todos los sondeos publicados en la prensa le dan al centro derecha una ventaja de 10 a 12 puntos en caso de que los comicios se celebraran ahora.
El mayor partido de la izquierda, el recién nacido Partido Democrático (PD), liderado por el alcalde de Roma, Walter Veltroni, defiende la formación de un gobierno de transición que reforme la ley electoral, ya que considera que volver a las urnas con la ley vigente sería "la peor solución".
"Hay que evitar elecciones anticipadas, el país entraría en una crisis dramática", adeclaró Veltroni tras la derrota de Prodi en el Senado. No se descarta la formación de un nuevo Gobierno, con una nueva mayoría y la misión limitada de adoptar una nueva ley electoral para convocar elecciones en menos de un año.
Fonte: Red Erbol
postato da: anticap alle ore 11:20 | link | commenti (2)
categorie: italia
giovedì, 24 gennaio 2008

In Bolivia il lavoro non manca. Oppure non c'è.

ScarpeRiporto, con molto piacere, un messaggio mail ricevuto da “Canederlo” ora a Cochabamba, assieme alla sua dolce metà, per un viaggio molto speciale. E speriamo di vederci presto, magari al Dia de Bolivia 2008.
 
In Bolivia il lavoro non manca. Oppure non c'è.
A seconda del punto di vista, tutti fanno qualcosa che può essere considerato più o meno un lavoro.
Mi hanno raccontato che alcuni affittano i bambini dalla campagna per chiedere l'elemosina in città, facendoli ballare o strimpellare una chitarrina. Una fonte di guadagno sia per chi li cede che per chi li assolda.
Ci sono bambini di 9, 10 anni che girano con una scatoletta da lustra-scarpe. Mi hanno chiesto spesso se volessi il servizio, ma con un paio di scarpe da ginnastica è dura ambire una lucidatura.
Ci sono anche vecchi che hanno passato tutto il loro tempo in attesa di un cliente.
Se hai 1500 bolivianos puoi aprire un'attività. Non servono licenze o permessi, un bel giorno scrivi su un cartello: "Salcicce" e diventi un ristoratore.
Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, incrociata con le prospettive di vita, ci sono orientamenti precisi.
Se cadi da un'impalcatura muori.
Se cadi dal camion che ti porta al lavoro ti fai molto male, specie se i mattoni ti cadono sopra.
Se respiri una mezza giornata di traffico muori dopo qualche mese.
Se hai un negozietto artigianale alla Cancha lavori anche 70 ore alla settimana, e non vivi a lungo.
Se sei un dipendente guadagni, per legge, almeno 525 bolivianos (50 €) al mese, e campi come riesci.
postato da: anticap alle ore 13:32 | link | commenti
categorie: adozione, bolivia
martedì, 22 gennaio 2008

Due anni fa a Tiahuanaco…

21 ENERO 2006
Sono passati 2 anni da quando Evo Morales è Presidente della Bolivia.
Per ricordare cosa ha ereditato dai precedenti governi merita una visita il dossier realizzato dal gruppo Somos Sur di Cochambamba. Ecco alcuni passaggi:«Después de tantos años de SAQUEO, Evo Morales recibió en el 2006 un país saqueado; hasta los ceniceros de los ministerios desaparecieron. Es que Bolivia resultó ser un paraíso para la banca, las transnacionales y las familias de grandes terratenientes, agroindustriales y empresarios de las minas.»
“¿A QUIENES NO LES CONVIENE ESTOS CAMBIOS?
A los agroindustriales, grandes mineros y terratenientes, que aún poseen hasta más de 300.000 hectáreas de tierra.
A las empresas transnacionales estadounidenses y europeas y a redes de mafia de contrabando que buscan mantener sus privilegios y ganancias ilícitas.
A los politiqueros que durante más de 20 años se turnaron los ministerios, embajadas y otras instituciones del Estado.
A los funcionarios del Estado, quienes bajo el titulo de “institucionalidad” o “autonomía” (universitaria) se eternizaron en sus puestos con sueldos mucho mayores al sueldo que gana el actual presidente.
Al imperialismo norteamericano que está interesado en controlar el territorio latinoamericano para sus intereses económicos, sus guerras y que quiere someternos al igual que a Colombia, Perú, México y otros países del continente.
Por esto, desde un comienzo la “oposición” -estos grupos de poder- se rearticularon, buscando crear CAOS y confrontación para hacer fracasar el proyecto de cambio…
Buscan generar una “Guerra Civil”, una división del país; con este fin hablan todos los días en sus periódicos, canales de televisión y radios…”
Qui il link al dossier.
postato da: anticap alle ore 13:42 | link | commenti
categorie: bolivia
giovedì, 17 gennaio 2008

ENTREVISTA A ALVARO GARCIA LINERA, VICEPRESIDENTE DE BOLIVIA

Garcia LineraRiporto di seguito l’intervista a Garcia Linera di Stefanoni. Come al solito mi sembra molto interessante, Garcia Linera è evidentemente un uomo intelligente e penso che i boliviani debbano essere fieri di averlo come vicepresidente. In particolare mi sembra importante l’apertura al confronto e al dialogo. E dove dice che i gruppi estremisti di destra, autonomisti, (destra fascistoide, li chiama) sono pochi e marginali e non hanno molta influenza. Sarà, però ho avuto modo di vedere un video sulla Bolivia trasmesso da Arte (canale in tedesco), dove hanno mostrato come a Santa Cruz, nella precedente campagna elettorale, i sostenitori dell’autonomia oltranzisti, non temevano di mostrarsi facendo il saluto nazista dle braccio teso, abbastanza inquietante…
 
"El apoyo de Brasil y Argentina frenó los planes aventureros en Bolivia".
El nº2 de Evo Morales cree que el respaldo regional neutralizó a los sectores más radicales entre los autonomistas. Por: Pablo Stefanoni, Clarin del 13 gennaio 2008
 
Los 10 grados de temperatura del "verano" paceño se sienten en la casa del vicepresidente boliviano, sin calefacción como casi todas en esta ciudad. "Mañana a las 7", se despide de su custodio, y en casi una hora repasó con Clarín la coyuntura de una semana de inciertas negociaciones entre gobierno y oposición, en busca del ansiado acuerdo nacional. "Hay una inflación mediática de la tensión política", dice, pasadas las 11 de la noche.
 
-¿Está cerca el acuerdo político?
-De parte del gobierno hay una búsqueda abierta, franca y decidida de acuerdos. Mostramos gran flexibilidad y amplitud en torno al tema del reparto de los impuestos hidrocarburíferos y de la apertura del nuevo texto constitucional para corregir errores y ver cómo se puede compatibilizar con propuestas sensatas de autonomía regional. Pero hay sectores opositores reticentes a ceder.
 
-Hace poco usted habló de un "punto de bifurcación", ¿cómo negociar en esas condiciones?
-Tomé la idea de (el Nobel de Física) Illya Prigogine, de un orden que nace del caos. El sistema puede evolucionar hacia una de dos posibilidades: o bien retorna al estado de equilibrio original (en el terreno político, al viejo Estado), o bien empieza a autoordenarse hasta constituir una nueva estructura. Un punto de bifurcación es un punto de tensionamiento de fuerzas, que en 1952 se dio bajo la forma de guerra civil. En 2008 el presidente Evo Morales apuesta a resolverlo mediante la consulta en las urnas (referendum revocatorio y constitucional) y una salida pactada.
 
-¿Y si no hay acuerdo hasta dónde puede tensarse la situación?
-Es difícil prever. Pero algunos apuestan a un atrincheramiento regionalizado, transgrediendo las leyes con la autonomía de facto mediante un referendum ilegal. Y si lo acompañan con tomas de instituciones ingresarían en un callejón sin salida de ilegalidades. Si es así, el gobierno usará los medios constitucionales para garantizar la institucionalidad.
 
-Incluso se llegó a hablar de guerra civil, ¿la considera posible?
-Se suponía que el 15 de diciembre estallaba la guerra civil. Hay mucha inflación mediática de la tensión política. Si uno deja de ver los medios por una semana puede tener la real dimensión de la confrontación. Hoy hay un sentido común, sea de izquierda y de derecha, sobre el papel protagónico del Estado en la economía y en la redistribución de la riqueza, la igualdad entre pueblos y la descentralización y autonomías. Hay un proyecto nacional y resistencias regionalizadas, ya no hay dos proyectos nacionales. En este recambio de élites, los que antes eran poder nacional hoy se atrincheran en las regiones.
 
-¿El separatismo podría tentar a algunos grupos radicales?
-Hay una derecha democrática y una derecha fascistoide. Son los que queman casas, hacen listas negras..., dentro de esa derecha autoritaria hay pequeños grupos minoritarios de carácter separatista, como intento desesperado de preservar privilegios. No constituyen un peligro pero están.
 
-¿Tienen influencia sobre los gobernadores?
-Sí, pero muy marginal.
 
-¿En qué debe ceder Santa Cruz?
-La gente en el referendum votó autonomía, pero el estatuto plantea un régimen federal y más que federal. Deben respetar lo que se votó el 2 de julio de 2006.
 
-¿Cómo evalúa el apoyo regional a la estabilidad en Bolivia?
-Muy importante. Fue un mensaje muy fuerte el que dieron Brasil y Argentina, y también Chile, de apoyo a la democracia y esperanza en las transformaciones. Yo creo que eso ha neutralizado temporalmente a los sectores más extremistas que quizás pensaron encontrar algún apoyo externo a sus proyectos aventureros. La señal fue muy fuerte.
 
-¿Tiene algún significado el reciente cambio del comandante de las Fuerzas Armadas?
-Institucionalmente correspondía hacerlo después del segundo año. Este el primer Estado Mayor en décadas resultado del acatamiento de las normas. Es uso y costumbre de las FF.AA. la rotación entre las fuerzas y lo hemos respetado nombrando a un miembro de la Fuerza Aérea.
 
-¿El gobierno confía en la fidelidad institucional de las FF.AA.?
-Definitivamente.
a
Qui la versione italiana dell’intervista pubblicata da il manifesto.
I dieci gradi di temperatura dell'estate «paceña» si sentono in casa del vicepresidente boliviano, senza riscaldamento come quasi tutta la città. Alvaro Garcia Linera manda a casa la scorta e ripassa con il manifesto una settimana di incerti negoziati tra il governo e i prefetti (governatori) dell'opposizione verso i sospirato accordo nazionale. «C'è un'inflazione mediatica della crisi in Bolivia», assicura passate le undici di sera.
 
Quanto è vicino l'accordo politico?
Da parte del governo c'è una ricerca aperta, franca e decisa nel trovarlo. Mostriamo flessibilità e elasticità sul tema della distribuzione delle tasse sugli idrocarburi e restiamo aperti alla revisione del nuovo testo costituzionale, per correggere gli errori e valutare la compatibilità di eventuali proposte sensate di autonomia regionale. Ma ci sono settori dell'opposizione reticenti a trattare.
 
Poco tempo fa lei ha parlato di «punto di biforcazione». Come si può negoziare in queste situazioni?
Ho preso questa idea da Illya Prigogine: un ordine che nasce dal caos. Il sistema si può trasformare attraverso due possibilità: o ritorna allo stato di equilibrio originale (nel terreno politico del vecchio stato) o inizia a autogovernarsi fino a costituire una nuova struttura. Il punto di biforcazione è il punto di tensione tra le forze. Nel 1952 si è manifestato sotto forma di guerra civile, ora nel 2008 il presidente Evo Morales scommette di risolverlo consultando i boliviani con il voto (referendum revocatorio e costituzionale) e con una via d'uscita patteggiata.
 
E se non c'è l'accordo fino a dove si può spingere la situazione?
Difficile prevederlo. Ma alcuni puntano ad alzare barricate regionali, violando le leggi vigenti con un'autonomia di fatto mediante un referendum illegale. Se oltre a questo arrivassero a occupare istituzioni, entrerebbero nella strada senza uscita dell'illegalità. Di fronte a questo il governo userà tutti i mezzi costituzionali per garantire la stabilità delle istituzioni.
 
Si è arrivato a parlare di guerra civile. La considera possibile?
Già il 15 dicembre si diceva che sarebbe scoppiata: la crisi politica è inflazionata dai media. Solo spegnendo il televisore per una settimana si può riuscire ad avere una reale dimensione del confronto. Oggi c'è un senso comune, sia di destra che di sinistra, sul ruolo importante dello stato nell'economia e nella redistribuzione della ricchezza, nell'uguaglianza delle etnie, nel decentramento amministrativo e nelle autonomie. C'è un progetto nazionale e ci sono resistenze regionali: non c'è un impatto catastrofico, non ci sono due progetti nazionali. Quello che succede è che in questo ricambio di elite, quelli che prima avevano poteri nazionali oggi si barricano nelle regioni.
 
Il separatismo potrebbe tentare alcuni gruppi radicali?
C'è una destra democratica e una destra fascistoide: quelli che bruciano le case, che fanno liste nere... Dentro questa destra autoritaria ci sono piccoli gruppi minoritari di carattere separatista, che hanno l'intento disperato di mantenere i propri privilegi. Non costituiscono un pericolo, ma esistono.
 
Hanno influenza sui governatori?
Molto marginale.
 
In che cosa dovrebbe cedere Santa Cruz?
La popolazione nel referendum ha votato per l'autonomia, ma i nuovi statuti autonomisti - redatti da gente non eletta a questo scopo - prevedono un regime federale. I cruceños devono rispettare quello che si votò il 2 luglio del 2006.
 
Come valuta l'appoggio latinoamericano alla stabilità della Bolivia?
Molto importante. Quello dato da Brasile, Argentina e anche Cile è stato un messaggio molto forte, di appoggio alla democrazia e alla speranza di trasformazione. Ciò ha neutralizzato temporaneamente i settori più estremisti, che speravano in sostegni esterni al loro progetto avventurista. Questi gruppi restano controllati, il segnale è stato forte.
 
Ha qualche significato il recente cambio del comandante delle Forze Armate?
Istituzionalmente era nostro dovere farlo a due anni dalla nomina. In decenni, questo è il primo stato maggiore nominato rispettando le norme vigenti.
 
Il governo confida nella fedeltà delle forze armate?
Certamente.
postato da: anticap alle ore 15:52 | link | commenti
categorie: bolivia
martedì, 15 gennaio 2008

Comiendo en Bergamo

13-01-2008 (24)Prendendo il titolo dal più noto Comiendo en Santa Cruz, vi racconto che a Bergamo esiste un bellissimo ristorante di cucina boliviana il “Tom & jerry” (Via Quarenghi 48, telefono 035319607), dove abbiamo potuto pranzare domenica insieme ai nostri amici altoatesini, grazie al consiglio azzeccatissimo di Marivel.
Il menù è esclusivamente boliviano a partire dalla mitica saltena che costa 1,5€ e fa rimpiangere quelle di La Paz solo per il prezzo. I piatti speciali della domenica sono enormi (in 6, visto le porzioni, abbiamo speso 62€) e gustosi per cui lo consigliamo a tutti quelli che passano da quelle parti e vogliono assaggiare cucina boliviana e sognare di essere a Cochabamba, visto che la clientela e la musica sono totalmente originarie del paese andino. E da Cochabamba provengono praticamente la totalità dei migranti boliviani di Bergamo che si stima siano oltre 20.000.
 
Sempre domenica è stata l’occasione per passare a salutare Suor Domitilla, presso la casa madre dove era in convalescenza, visto che oggi parte per tornare a Munaypata, La Paz, per proseguire il suo infaticabile lavoro.
Mi è sembrata, come suo solito del resto, sempre molto positiva. Innanzitutto ha descritto un quadro della situazione in cui, lei dice, le cose si sono messe in moto, verso un cambiamento positivo, che si è appena avviato e quindi ha appena iniziato a dare i suoi frutti. Sulle adozioni, lei ritiene che si sbloccheranno, ricordando che esiste, come con la Spagna, l’accordo quadro bilaterale.
Sono stati momenti molti intensi, con le bimbe un po’ agitate e un po’ stanche, e noi con la voglia di fare tante domande e la delusione perché il tempo in cui poter stare insieme è sempre poco.
Speriamo di rivederla presto a La Paz. 
postato da: anticap alle ore 13:10 | link | commenti (4)
categorie: racconto, informazioni, adozione
venerdì, 11 gennaio 2008

Fausto Bertinotti in Bolivia da Evo Morales

0014Riporto di seguito altri articoli sulla visita di Bertinotti in Sud America e in particolare sul dibattito scatenato intorno alle dichiarazioni del Presidente della Camera sulla necessità di superare le vecchie concezioni del socialismo e di guardare alle forme nuove di mobilitazione sociale che arrivano dall’America Latina, definite, con una brutta espressione, “indigenismo”.
 
Maurizio Matteuzzi, il manifesto del 10-01-2008
Dopo i socialisti «buoni», qualcuno dei socialisti «cattivi». Fausto Bertinotti l'aveva annunciato, un anno fa, quando in veste di presidente della Camera, aveva compiuto un lungo viaggio nel Cono sud dell'America latina. Allora le mete erano state il Cile di Michelle Bachelet, l'Uruguay di Tabaré Vázquez, l'Argentina di Néstor Kirchner e il Brasile di Lula da Silva. I socialisti (in senso lato) «buoni», quelli che assomigliano molto agli standard del socialismo e della socialdemocrazia europea, pur se, di tanto in tanto, sono ancora tacciati dell'anatema di «populisti» (non certo l'iper-ortodossa Bachelet e sì invece, specie in vista di elezioni, Kirchner e Lula).
La seconda manche di quei viaggi di studio, cominciata martedì qui a La Paz, prevede la Bolivia di Evo Morales, l'Ecuador di Rafael Correa, il Venezuela di Hugo Chávez e il Perú di Alan García. A parte García - che figura ancora, indebitamente, nel novero dei governi «socialdemocratici» e dopo la sua disastrosa esperienza precedente, quando fu presidente fra l'85 e il '90, sembra preso dall' ansia di far dimenticare il (suo) passato con una deriva sempre più accentuata verso la destra neoliberista -, Morales, Correa e soprattutto Chávez figurano a pieno titolo fra i nuovi «cattivi». Non solo perché «populisti», non solo perché critici del neo-liberismo e nemici del «mercato», non solo perché chiassosamente «anti-americani» e tendenzialmente «autoritari», ma perché estranei a certe categorie politiche dell'occidente, le uniche - sembra - a fare testo. A destra e, anche, a sinistra.
Quello di Bertinotti non è uno slalom facile. Il ripensamento critico e autocritico della storia drammatica della sinistra - e dei suoi fallimenti - nel corso del '900, l'ha portato al passaggio di porte molto angolate su discese ghiacciate - come il rifiuto della violenza e dell'autoritarismo - e l'ha spinto verso terreni poco battuti e spesso sconosciuti per uno come lui, uomo, sindacalista e politico di una sinistra classicamente occidentale, europea e italiana. Per questo, nella sua complicata discesa fra i pali, non poteva non incontrare l'America latina.
Già una decina d'anni fa era rimasto colpito - alcuni dicono folgorato - dagli zapatisti messicani del subcomandante Marcos, tanto che i suoi detrattori gli affibbiarono il grado di «subcomandante Fausto». Gli piacevano la scoperta di quella «guerra non violenta» degli indigeni chiapanechi e gli accenti per così dire gramsciani di Marcos che puntava tutto sull'egemonia della società indigena rispetto al volontarismo dei leader, di cui era simbolo una frase che fece epoca: «comandar obedeciendo» che rovesciava gli schemi consolidati della sinistra. Quella lezione è servita per la rinascita - che Bertinotti nel viaggio di un anno fa si spinse a definire «rinascimento» - dell'America latina.
Eccolo allora qui a La Paz, la prima tappa della seconda manche. In Bolivia dove da poco più di un anno governa Evo Morales, il primo presidente indigeno nei 500 anni di storia dalla «Conquista» spagnola e nei 200 anni di indipendenza. Evo Morales e la maggioranza india di questo paese, per la prima volta a capo del «loro» paese. Si poteva immaginare che la «rivoluzione democratica e culturale» e la «rifondazione della Bolivia» non fossero rose e fiori. E in effetti non è facile.
Un anno fa a Santiago, Bertinotti rivendicò «l'insegnamento di Allende» per «la rivoluzione pacifica dell'America latina», quasi a volerci vedere una contrapposizione con la figura del Che. Ora a La Paz sembra aver ripreso il filo del discorso. Dopo l'incontro di martedì con il ministro degli esteri David Choquehuanca e quello di ieri pomeriggio (sera in Italia) con il presidente Evo Morales, ha parlato quasi di superamento del socialismo. Nel senso che anche fra i nuovi governi «socialisti» o «progressisti» dell'America latina non c'è un modello unico da seguire. Superamento del socialismo nel senso che dalla rinascita - o «rinascimento» - indigeno c'è molto da apprendere, per chi continui a definirsi socialista o di sinistra, anche se gli obiettivi non si definiscono propriamente socialisti e non si chiamano «il socialismo del secolo XXI». Da apprendere nei rapporti sociali, nel rapporto con l'ambiente - la Pachamama-madre terra -, nei rapporti economici e umani. Non un modello unico, perché Bachelet e Morales, Chávez e Lula, Correa e Vázquez sono diversissimi fra loro, ma un ambito unico. Che è la consapevolezza di un destino comune. Parole e giudizi che susciteranno discussione. Una cosa però va riconosciuta a Bertinotti: è venuto in America latina non per insegnare ma più per ascoltare e «imparare». Il che non è frequente per gli europei e per la sinistra europea.
 
Due articoli da Liberazione del 10-01-2008
Bertinotti: «Bolivia e Sud America ci dicono che il socialismo non basta più». Anubi D'Avossa Lussurgiu
 
La prima tappa del viaggio di Stato in Sud America di Fausto Bertinotti - il secondo, dall'elezione a presidente della Camera - nelle prime 24 ore è già per lui una nuova tappa nella ricerca d'una alternativa di società, d'una rifondazione della politica come strumento di cambiamento e di liberazione. E' la Bolivia, l'incontro ravvicinato con l'esperienza difficile e assolutamente originale del governo del presidente Evo Morales, il primo indio del solo Paese latinoamericano a maggioranza indigena, a ispirare una riflessione inedita. Senza alcuna ambizione di proporre nuovi "modelli", anzi a partire dalla critica al «modello unico», l'ultimo ragionamento bertinottiano contiene nondimeno spunti importanti per il dibattito sul futuro della sinistra in Europa, dunque anche in Italia.
In serata un lungo incontro al Palazzo del Govern tra Bertinotti ed il presidente Evo Morales. Al termine dell'incontro, Morales ha insignito Bertinotti della decorazione di Gran Croce dell'ordine del Merito Civil del libertador Simon Bolivar. La decorazione, ha spiegato il ministro boliviano Juan Ramon Quintana, è «un riconoscimento all'impegno politico, sindacale e istituzionale di Bertinotti e alle ottime relazioni tra Italia e Bolivia».
Quanto è accaduto nella prima tappa del viaggio offre una sintesi giornalistica sin troppo facile, e la offre una sua frase: «Neanche il socialismo ci serve più come definizione esaustiva». E si vede subito che ha un certo peso per lo stesso percorso attuale della sinistra politica italiana.
Tuttavia, le dichiarazioni di Bertinotti da La Paz non sono riducibili ad alcun ricettario per gli "stati maggiori" nostrani: se non altro, perché si riferiscono alla presa di conoscenza d'una esperienza lontanissima e del tutto peculiare, appunto quella del governo del Mas di Morales, così segnato dalla proposta "indigenista". Ed è subito dopo il primo incontro ufficiale, quello di martedì mattina con il viceministro degli Esteri Hugo Fernandez Arauz, forte intellettuale di formazione gesuitica e abbeveratosi alla "filosofia della liberazione" più ancora che alla teologia, numero 2 d'un dicastero retto da un esponente quechua della Confederazione campesina a sua volta formatosi in studi filosofici, che il presidente della Camera aggiunge alla condotta istituzionale l'apertura d'un discorso politico. E', ammette anche una ripresa: del confronto di dieci anni fa con l'esperimento zapatista in Chiapas, con un'innovazione di vocabolario tutta «specifica» ma che indica la novità generale di processi o tentativi di liberazione irriducibili al dizionario della storia passata del movimento operaio e dell'idea di rivoluzione. Qui, in Bolivia, la novità si aggiorna per Bertinotti in un percorso che si applica alla trasformazione su scala nazionale in un quadro continentale; e che esibisce la caratteristica d'un corpo a corpo diretto con la politica generale e lo Stato, insomma con le forme della democrazia.
E' uno spiazzamento, in verità, la molla della riflessione. Sta in quanto di sorprendente, ad orecchio europeo, dice a Bertinotti il ministro Arauz: «Voi dite socialismo, noi diciamo "vivere bene"». Per dire, a proposito del rapporto con lo stesso bolivarismo venezuelano di Hugo Chavez, che loro, i boliviani, sono interessati e lo difendono, ma sono a loro volta «altro».
Non è solo l'agilità di relazioni sudamericane di Morales, che al di là della diffusa complicazione di rapporti con la potenza brasiliana, nonostante il riconoscimento politico alla biografia di Lula, mostra un feeling tutto suo con la presidenta cilena Bachelet, così distante nello spettro della sinistra continentale. E' che, precisamente, il vocabolario della liberazione qui è diverso: cerca di declinarsi nelle 36 lingue dei popoli originari, informa una nuova Costituzione che al suo centro riconosce il diritto delle comunità anzitutto sulle risorse, non cancella l'eredità della genocida Conquista ispanica e del disastroso neocolonialismo all'insegna del dollaro ma prova a riannodare il filo d'una idea di sviluppo autonoma dal paradigma del mercato. «Voi dite "un mondo migliore", noi diciamo "un mondo diverso"».
Per Bertinotti è «una folgorazione», come lo è l'incontro - al pomeriggio dello stesso martedì - con il progetto di «difesa dell'infanzia» curato a El Alto dalla cooperazione italiana (Cvg, Mlal, Rs) e dunque, attraverso di esso e attraverso scelte eterodosse (sotto l'insegna dell'Unicef) come il sostegno alla costituzione d'un sindacato degli adolescenti sfruttati e disoccupati, la visione sia pur fugace della realtà degli sterminati cerros della miseria indigena inurbata intorno alla capitale boliviana. Ripete più volte, tra un passaggio e l'altro di questa breve esplorazione, il raffronto tra quanto qui è in atto e il «grido d'allarme d'un intellettuale democratico europeo», quale quello di Alain Touraine apparso recentemente su Libération : «Questo 2008 è io credo l'ultima nostra chance. Il rischio della catastrofe è molto vicino». Ne fa, Bertinotti, lo spunto della sua relazione alla conferenza organizzata dall'Umsa, la centenaria università autonoma di La Paz, alla sera nel teatro della sua sede sull'Avenida Mariscal Sucre, prosecuzione del Prado, il paseo centrale della capitale tra le insegne delle multinazionali e il fiume di volti scuri dei proletari andini.
L'avvertimento di Touraine è la chiave per ripercorrere l'analisi della globalizzazione e inquadrare il suo stato attuale, una «destabilizzazione mondiale» che, al bivio tra «nuove opportunità» scaturite dalla ridislocazione del conflitto con il capitale nell'economia della conoscenza e il «rischio di regressione dell'umanità» segnato dalla caduta dei limiti al dominio, interpretato dal super-governo del mercato, inclina verso il secondo. La risposta, di contro all'avanzare dello "scontro di civilità" e al «disastro» ambientale del pianeta, non può che essere l'«integrazione». Si tratta di vedere «quale», però: e vale lo stesso per il «meticciato», che è un dato storico ma può piegarsi al dominio, ad un'egemonia dall'alto oppure scegliere la "traduzione", il «dialogo per la convivenza». Per questo l'esperienza boliviana, come specchio d'un pensiero indigeno al lavoro sulla politica e come versione di quel «nuovo rapporto tra leadership e popolo» che si sperimenta regionalmente e nutre la speranza smarrita in Europa, è di «grande interesse»: perché segna uno sforzo «continentale», quello sudamericano, a far avanzare un'integrazione «non subalterna» e svincolata dall'assolutismo del mercato, dunque antidoto al dominio. Qualcosa che può pesare decisivamente sulla proiezione nel mondo della stessa Europa, in una visione globale che adotti il multipolarismo e insieme cerchi una rimotivazione della democrazia politica nell'«intesa per la pace».
La replica dell'interlocutore governativo boliviano, il ministro plenipotenziario Pablo Solòn, è una registrazione di sintonia. Il rischio di catastrofe, molto concretamente è sintetizzato in questa coppia i dati: 19mila e 200 morti per fame nel mondo nel solo 8 gennaio e 719 milioni di dollari spesi nei primi otto giorni del 2008 per diete, nel nord del globo e soprattutto negli Usa. Ciò che interessa al punto di vista boliviano, nel discorso di Bertinotti, è soprattutto il riconoscimento del valore del tentativo sudamericano di integrazione, quando invece nell'intelleghentia bianca locale il modello invocato è proprio l'Unione europea, il cui limite di deficit di democrazia viene sottolineato dal presidente della Camera. All'eccedenza rispetto alla democrazia rappresentativa in crisi, esaltata dal discorso bertinottiano, si aggiunge però un'istanza immediata di democracia economica: quella che passa per il doppio percorso dell'Unione sudamericana e per le trattative tra Comunità andina e Unione europea, dove il quid è precisamente come varare un trattato diverso dall'impianto dell'Alca nordamericano.
Bertinotti, comunque, un occhio all'Europa e ai dilemmi di casa nostra lo tiene, eccome. E al di qua dei macrosistemi, una riflessione fra le altre ritorna nelle sue considerazioni a margine: quella, rilevata dalla scena della Bolivia, sulla diversità dei soggetti e dei percorsi di liberazione e sull'imprescindibilitá fra questi, per la sinistra ma per la stessa democrazia, degli esclusi. Quelli che qui lo sono da una storia semimillenaria di dominazione e dal presunto "ordine mondiale". E che in Europa abitano le banlieues, fluiscono per le frontiere in masse di migranti, o semplicemente formano comunità sul territorio. Tutti esclusi o meglio "non letti" dalla democrazia rappresentativa in crisi e dal suo doppio vincente, il potere del mercato.
 
Cos'è il socialismo del XXI secolo? La domanda insegue Fausto Bertinotti già nel primo giorno suo viaggio latinoamericano. Angela Nocioni
 
«Non guardiamo all'America latina con le lenti deformate dell'Europa» dice Bertinotti. «Le esperienze di Chàvez, di Morales e di Lula sono tutte diverse tra loro e l'etichetta di ‘socialista' non può essere univoca. Soprattutto non possono essere giudicate con occhiali europei, nemmeno con quelli di chi dalle nostre parti si è definito socialista o comunista e crede di poter utilizzare il suo punto di vista tradizionale per spiegare tutto quello che succede qui. Se mai abbiamo avuto una presunzione di universalità è meglio deporla: con questa presunzione non si capisce l'America latina. E' un paradigma sbagliato».
«E le nazionalizzazioni? Qui si nazionalizza!» è l'obiezione dei cronisti. «Le nazionalizzazioni l'ha fatte anche la dc in Italia e l'hanno fatte regimi di ordine politico assolutamente differente nella storia - risponde Bertinotti - tra l'altro qui si realizzano in forme che non necessariamente affidano ciò che viene nazionalizzato allo Stato: potrebbe essere affidato alle comunità».
Se c'è un posto in America latina in cui nazionalizzazione non fa rima con gestione centralizzata statale, questa è la Bolivia. Morales sta avendo non pochi guai proprio per aver tentato una via differente di nazionalizzazione: conflitti difficilissimi da risolvere (conflitti violenti: dinamite e machete) tra comunità indigene e cooperative di minatori per la gestione delle miniere, per esempio.
E deve vedersela con la pressione di una parte ampia della sua base che lo rimprovera di non aver cacciato le multinazionali, di non averle espropriate. Di essersi limitato a ristabilire la proprietà pubblica delle risorse naturali. Morales sta lentamente, e a fatica, cambiando le regole del gioco: che è la ragione per cui è stato eletto, la condizione per la sua permanenza al potere.Non vuole bandire le imprese internazionali dalla Bolivia per la stessa ragione per cui loro non vogliono andarsene: la dipendenza è reciproca. L'industria del gas richiede investimenti di lungo corso, ha bisogno di alta tecnologia, prevede alti costi per l'estrazione, il trasporto e la commercializzazione. Il gas non si vende indistintamente a un cliente o a un altro dalla sera alla mattina. Non è vero che si caccia Petrobras e arriva la Cina. Non subito, perlomeno.
Morales sta recuperando il controllo sulla ricchezza delle riserve naturali boliviane per finanziare la trasformazione del Paese promessa dal suo governo. Come sta facendo in Venezuela Hugo Chàvez, che chiama questo cammino "il socialismo del XXI secolo". Ma questo non vuol dire che l'America latina si sia svegliata socialista, probabilmente nemmeno progressista. E comunque non si può, senza peccare di disonestà intellettuale, racchiudere i distinti processi politici in corso da questa parte di mondo, unitari ma distinti, dentro la pretesa di una definizione universale.
L'idea del continente alla rovescia, della terra di là dall'Oceano dove andare a consolarsi delle rivoluzioni fallite a casa propria è una romantica proiezione nostrana, anche un po' patetica. Guardare all'America latina e vedere la riscossa socialista che avanza è un grave abbaglio. L'Argentina è governata da un gruppo dirigente orgogliosamente peronista, Evo Morales viene dal comunitarismo delle antiche culture indigene, Chàvez promette la rivoluzione con le parole di un generale dell'800 e Lula, il fondatore del partito dei lavoratori (volendo essere ligi alle appartenenze, il più a sinistra di tutti) ha preso decisioni in politica economica di assoluta ortodossia liberista ed è criticato aspramente dalla sinistra del Pt per i suoi buoni rapporti con Washington. Perché ostinarsi a credere che questo sia un continente rosso? Non lo è, così come non è antiamericano. Nella cultura condivisa, nei codici di linguaggio, nei modelli sociali dominanti l'America latina è l'impronta del Nordamerica. Nonostante le culture millenarie, nonostante le resistenze indigene, il sogno americano ha vinto da tempo. L'affollato confine tra il Messico e il Texas sta lì a dimostrarlo. Basta metter piede un sabato pomeriggio in un affollato centro commerciale a Caracas per vederlo: lì dentro sta la ricetta del successo del socialismo alla Hugo Chàvez.
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mercoledì, 09 gennaio 2008

Presidente de la Cámara de Diputados de Italia, Fausto Bertinotti, visitó defensoría de Villa Pacajes, El Alto

Fausto a El Alto
Mi era sfuggito che Bertinotti avesse intenzione di fare un viaggio in America Latina, fermandosi in Bolivia. L’ho scoperto dopo e recupero subito dandone notizia. Riporto anche un articolo in italiano abbastanza preciso, a parte dove si afferma che il governo Morales “addirittura ha condotto ad accordi commerciali con l'Iran del presidente Ahmadinejad”, evidemente chi scrive ignora che gli accordi commerciali con l’Iran li fanno anche molti paesi europei e la cosa non desta nessuno scandalo, quindi non si vede perché non li dovrebbe fare la Bolivia.
L’idea che Fausto sia andato a El Alto mi ha decisamente fatto piacere.
 
El Alto (La Paz), 08 ene.- El presidente de la Cámara de Diputados del Parlamento de la República de Italia, Fausto Bertinotti, junto a su comitiva, visitó hoy las instalaciones de la Defensoría de la Niñez y Adolescencia, situado en la zona Pacajes Caluyo, del Distrito 3 de esta ciudad.
Durante el acto organizado por la Unidad de Género y Gestión Social del Municipio alteño, la alta autoridad Italiana, fue declarado huésped ilustre de esta ciudad, distinción que fue entregado por el presidente del Concejo Municipal de El Alto, Adolfo Morales.
Ese galardón fue impuesto en mérito a que la República de Italia financia proyectos destinados a forjar una cultura de buen trato en bien de los niños, adolescentes y mujeres de esta urbe.
El municipio alteño informó que Bertinotti, en la oportunidad, manifestó su alegría al visitar un país tan distinto al suyo que se encuentra tan sumida en la pobreza y en la violencia, pero llena de esperanza.
"Aquí se han juntado la cooperación y la voluntad local, de los pobladores y este tipo de intercambio es la política clara del Italia", aseguró el legislador europeo.
El Oficial Mayor de Protección Social, David Rueda, en momentos de hacer entrega de las llaves de la ciudad, agradeció por la cooperación que brinda Italia a la ciudad de El Alto.
"Gracias a la cooperación italiana, nosotros hemos estado en el trabajo en el área social, tenemos todavía mucho que trabajar y sabemos que el Gobierno de Italia va seguir colaborándonos para mejorar la calidad de vida de nuestros habitantes", manifestó.      
De su parte, Silvio Migñoni, embajador de la República de Italia en Bolivia, se refirió al trabajo que viene realizando las defensorías con el apoyo económico de su país a toda Bolivia, pero con prioridad a la ciudad de El Alto
"En todo el país estamos realizando trabajos comprometidos en forma al personal de las defensorías, pero es en El Alto, donde se está realizando los planes pilotos, con niños, adolescentes y mujeres", dijo el diplomático.
"También estamos ejecutando la refacción de las defensorías para implementar este trabajo social en todo el país por eso la presencia de Bertinotti, en este municipio considérenlo como un compromiso con ustedes", dijo Migñoni.
Fonte: ABI
 
BERTINOTTI IN BOLIVIA: INIZIA IL VIAGGIO NEL 'NUOVO SOCIALISMO'
Domani vede Morales, paladino dei diritti degli indios
La Paz, 8 gen. (Apcom) - Fausto Bertinotti è atterrato a La Paz, in Bolivia, per la prima tappa del suo viaggio in Sudamerica che lo porterà anche in Perù, Ecuador e Venezuela: a mezzogiorno, ora locale, il primo degli incontri previsti, con il viceministro degli Esteri boliviano Hugo Fernandez. Il viaggio istituzionale, il secondo da presidente della Camera in America latina, ha un doppio significato: da un lato Bertinotti continua a perseguire una sua strategia di 'diplomazia parlamentare' che lo ha portato a toccare fronti caldi, come il Medio Oriente, e interlocutori difficili, come il Dalai Lama recentemente ricevuto a Montecitorio; dall'altro la 'rinascita sudamericana', legata alle variegate esperienze di sinistra al governo ormai in quasi tutto il continente, si lega strettamente al suo discorso teorico sulla ricerca di un 'Socialismo del XXI secolo'.
Una ricerca politica che lo ha portato a farsi promotore di una unità delle sinistre italiane ed europee su basi nuove, ma anche a rivalutare figure a suo dire sottovalutate come Salvador Allende, in contrapposizione con il mito di Ernesto Che Guevara che trovò la morte proprio qui in Bolivia, 40 anni fa, a La Higuera. Dopo il tour fra i leader moderati (Lula, Kirchner, Tabarè Vasquez, Bachelet) dello scorso anno, stavolta Bertinotti si tuffa nella realtà più tesa della regione andina settentrionale. A partire dalla Bolivia, dove l'incomunicabilità fra opposizione liberista, insediata nei dipartimenti tropicali, e il governo di Evo Morales, di ispirazione socialista, fortemente insediato nelle comunità indigene dei dipartimenti di montagna, ha portato alcuni mesi fa a duri scontri di piazza, con tre morti e decine di feriti, nel corso dei contestati lavori dell'Assemblea costituente. E l'opposizione guidata dai governatori dei dipartimenti tropicali, con le sue rivendicazioni autonomiste e la contestazione dei risultati della Costituente, rischia di assumere di fatto un carattere secessionista.
Morales, primo indio (di etnia Aymara) presidente del secondo paese più povero del Sudamerica, proveniente dal sindacato dei coltivatori di coca, ha impresso una svolta nella politica economica con le nazionalizzazioni delle fonti energetiche e delle miniere, portando dal 18 al 70% gli introiti dello Stato provenienti dal settore delle materie prime e lavora alla definizione di una riforma agraria che limiti il latifondo e alla istituzione di un assegno di 'dignità', in pratica una pensione di vecchiaia minima garantita dallo Stato. Infine, ha inserito nella riforma costituzionale, che deve essere ancora sottoposta a una complicata procedura referendaria, la parità di diritti per le popolazioni indigene, storicamente emarginate dal potere a favore delle élite urbane di origine coloniale.
Anche sul piano internazionale, l'avvento al potere di Morales ha portato a dei cambiamenti, con una progressiva presa di distanze dal tradizionale alleato statunitense, con il quale permangono tuttavia rapporti commerciali e di cooperazione molto intensi. L'avvicinamento della Bolivia al fronte di sinistra radicale guidato da Hugo Chavez e legato da rapporti politici anche con Cuba, ha alimentato crescenti tensioni con Washington e addirittura ha condotto ad accordi commerciali con l'Iran del presidente Ahmadinejad.
In giornata il programma di Bertinotti prevede la visita al Museo nacional de arte, quella ad un progetto Unicef per l'infanzia, infine l'intervento a una conferenza all'Università Umsa sui rapporti fra Europa e America latina. Momento clou della visita in Bolivia, l'incontro, previsto per la giornata di domani, con il presidente Evo Morales. Mercoledì sera, dopo un faccia a faccia con i rappresentanti delle Ong italiane che operano nel paese andino, la partenza per Lima, capitale del Perù, l'unica delle quattro nazioni inserite nel programma della visita a non essere governata da un presidente della sinistra radicale.
Fonte: Virgilio
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martedì, 08 gennaio 2008

Al tavolo dei negoziati

In Bolivia, finalmente, il Presidente e i prefetti autonomisti si sono seduti al tavolo dei negoziati per provare a trovare una via di uscita alla contrapposizione che sta bloccando il paese.
Secondo quanto riferito da Red Erbol e da La Razon dovrebbe essersi raggiunta una preintesa su una serie di argomenti da mettere all’ordine del giorno. Speriamo bene.
 
 Al tavolo dei negoziati
Qui l’articolo di Red Erbol.
Questo l’articolo del quotidiano La Razon.
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giovedì, 03 gennaio 2008

Perché Evo Morales fu battuto da Goni?

OurBrandCome ha fatto de Lozada nel 2002 a sconfiggere Evo Morales nelle elezioni presidenziali? Fu grazie a un'abile agenzia elettorale clintoniana, usata anche da Rutelli, che aiuta tutti gli amici degli Stati uniti. Lo racconta un doc di Rachel Boynton, «Our brand is crisis», presto mega-film con Clooney. Da brivido…
 
Luca Celada, il manifesto del 2 gennaio 2008
«Our Brand is Crisis», Il nostro marchio è la crisi, è un film che illumina gli ingranaggi occulti dell'Impero e quelli della politica nell'era post-ideologica. La telecamera di Rachel Boynton si insinua dietro le quinte di un'elezione, quella del presidente della Bolivia del 2002 rivelandone retroscena che valgono un corso di laurea nelle dinamiche dell'egemonia globale. Il documentario apre con un comizio di Gonzalo Sanchez de Lozada detto Goni, un uomo d'affari cresciuto negli Usa, già presidente per un mandato (93-97) durante il quale ha istituito un principio di welfare e soprattutto avviato la «capitalizzazione», l'apertura delle aziende agli investimenti esteri, che lo rendono beniamino degli organi finanziari internazionali. «Siamo davanti a una crisi profonda - arringa Lozada davanti alla folla - ma col mio piano sapremo uscirne».
Lo spettro della crisi è il branding della campagna, il suo messaggio «di base» che, come vediamo nella scena successiva in cui Goni telefona ai suoi consulenti a Washington, il candidato ha «acquistato» in pacchetto da una grande società di consulenze elettorali. All'altro capo del telefono Jeremy Rosner, responsabile della campagna Lozada per la «Greenberg, Carville and Shrum», istruisce il candidato sulle prossime mosse. La Gcs, come spiega in seguito lo stesso Rosner è una «azienda di consulenza politica full service, al servizio di leader dinamici in tutto il mondo», il sodalizio di tre guru del settore: Bob Shrum, Stan Greenberg e James Carville. Il film ne illustra i metodi e gli obiettivi ed è una folgorante radiografia psico-storica di un certo modo di porsi nel mondo. «Crediamo di esprimere l'idealismo americano - spiega Rosner - vogliamo modernizzare i paesi che serviamo. Appoggiamo candidati con piattaforme socialdemocratiche e progressiste a base di servizi pubblici». Gli illuminati specialisti della Gcs non impongono la democrazia con le bombe ma la vendono come un nuovo farmaceutico, con marketing e focus group, non sono armati di Rpg ma di diplomi di Harvard e Yale e impeccabili credenziali liberal. «Lavoriamo per candidati che vogliono impiegare la globalizzazione come forza modernizzatrice dei loro paesi» insiste Greenberg, «il New Labour in Inghilterra, e in questo caso Goni in Bolivia». «È politica estera progressista per profitto» conclude Rosner con vero spirito missionario-corporativo. Quando i loro jet privati atterrano a La Paz sono carichi di tutti gli ultimi ritrovati per la «gestione del consenso»: sondaggisti, focus group, specialisti di spot pubblicitari e perfino il capo, James Carville, lo stratega della war room clintoniana, una superstar del settore, che nel suo primo incontro col candidato spiega «Come ogni storia un'elezione deve avere una premessa, un conflitto e una risoluzione»; formula da blockbuster hollywodiano dunque e Carville (che ha recentemente prodotto All The King's Men il film di Steven Zaillian con Sean Penn) si mette all'opera per fabbricare la «narrativa» vincente per il suo uomo: prospettare l'imminente collasso economico e presentare il candidato come l'unico in grado di salvare il paese.
Sfortunatamente Goni non è Tony Blair né tantomeno Mandela, altro account nel portfolio della Greenberg, ma un blando tecnocrate cresciuto a Washington che biascica luoghi comuni di generico neoliberismo con uno spagnolo impastato di un improponibile accento «gringo» e quando si spengono i riflettori contiene a malapena il suo disprezzo per gli indigeni che nei comizi di paese gli versano coriandoli in testa e con cui è costretto, su ordini perentori dei consulenti, a farsi continuamente fotografare («indica compassione per i poveri»). Il «modernizzatore socialdemocratico» prescelto dalla Gcs cioè è l'ennesimo fantoccio della banca mondiale imposto dal Norte, mentre fra gli altri 10 avversari comincia ad emergere Evo Morales, il candidato indigeno che raccoglie entusiasmo genuino fra gli indios delle campagne.
La strategia dei mercanti di democrazia è semplice: ripetere il messaggio finché non diventa vero, produrre spot «on message», organizzare costanti focus group di elettori per monitorare gli effetti desiderati sull'opinione pubblica. È un «format» che ha dopotutto dato ottimi risultati in molti altri paesi, Irlanda, Germania, Israele, l'est Europa, Carville è stato uno dei pionieri della consulenza politica da export ed ha almeno ufficialmente abbandonato il mercato americano, del consenso, troppo saturo e competitivo, per concentrarsi sui mercati emergenti delle democrazie straniere. Leader di settore è ora la «Greenberg Quinlan Rosner» praticamente una Wal Mart del mercato elettorale. Sull'altra sponda politica ci sono consulenti di area repubblicana come Dick Morris e Frank Luntz (quello del format «contratto con l'America» rivenduto d'occasione a Berlusconi dopo il successo avuto con Newt Gingrich e i repubblicani neo-reaganiani) specializzati in candidati conservatori su campo internazionale, formazioni che si incontrano e si scontrano in paese dopo paese riproponendo gli stessi format in opposizione in elezione dopo elezione dal Kenya (appunto) all'Argentina, dall'Austria all'Honduras. In Italia i clienti Greenberg sono stati l'Ulivo e Francesco Rutelli. È l'apoteosi della politica riproposta come scienza d'immagine, i candidati come prodotti, (i «clintoniani» della Gqr trattano con le stesse tecniche anche grandi corporation, loro ad esempio è la riedizione d'immagine della Bp, il gigante degli idrocarburi trasformato in compagnia «verde» con tanto di logo basato su verdi foglioline.)
Intanto nel film della Boynton le elezioni boliviane si avvicinano al traguardo. I numeri di «Goni» stentano a decollare malgrado le scenografie, l'illuminazione favorevole e il martellamento degli slogan. I tecnici della Gcs passano a rimedi più sbrigativi, circolano voci e illazioni sugli avversari e in extremis l'uomo di Washington passa con uno scarto del 2%. È l'ennesima vittoria della nuova democrazia. Ma c'è un epilogo: a meno di un anno dall'elezione le telecamere di Rachel Boynton sono di nuovo a La Paz e filmano la rabbia popolare che esplode nelle strade dopo 9 mesi di promesse non mantenute se non alle multinazionali del gas e del rame. È l'avvento di Evo Morales e della sua idea di democrazia «antiquata» basata su giustizia e idee. Un campesino davanti al palazzo presienziale dice: «Mas vale que se vaya este gringo hijo de puta». E così sarà, l'ultima inquadratura è per lui, Goni, scappato a Washington che medita sul proprio destino. Rosner scuote la testa e riflette: «ci sono cose che anche la democrazia non può aggiustare». Impossibile non pensare: meno male.
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