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"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006

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"Yo como tú amo el amor, la vida, el dulce encanto de las cosas el paisaje celeste de los días de enero. También mi sangre bulle y río por los ojos que han conocido el brote de las lágrimas. Creo que el mundo es bello, que la poesía es como el pan, de todos. Y que mis venas no terminan en mí, sino en la sangre unánime de los que luchan por la vida, el amor, las cosas, el paisaje y el pan, la poesía de todos." Roque Dalton, 1975

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giovedì, 27 marzo 2008

I dati sulle adozioni in Bolivia...

Come promesso, questa è una tabella aggiornata sul numero di adozioni in Bolivia degli enti italiani dal 2000 al 2007:
a
         Anno 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006   2007 Totale   %
Istituto La Casa     2 21 22 20 16   9   90 23%
Aibi       98         19  117 29%
Amici Trentini       13         3  16 4%
Il Conventino       27         3  30 8%
Famiglia e minori       2         5    7 2%
Patrizia Nidoli       4         2    6 2%
Ass. Teresa Scafati       12         0   12 3%
S.P.A.I.       108         14  122 31%
Totale       345         55  400 100%
postato da: anticap alle ore 09:54 | link | commenti (1)
categorie: informazioni, adozione
mercoledì, 19 marzo 2008

Ci saranno novità sulle adozioni in Bolivia?

Fra un mese sapremo se la Bolivia sospenderà la pausa amministrativa prorogata a ottobre o se andrà avanti nella scelta di dare uno stop alle nuove adozioni internazionali.
Sembra infatti che lo staff della Viceministra Miriam Evelyn Rodriguez del Viceministero del Genere e degli Affari generazionali, che, ricordiamo, in Bolivia è l’autorità centrale per le adozioni internazionali, sia di nuovo al completo dopo che aveva perso prima un’avvocatessa e poi un’assistente sociale, ritardando soprattutto le pratiche per le coppie che dovevano partire o rientrare. E questo potrebbe essere un buon segnale.
Per fare chiarezza bisogna però distinguere tra la pausa amministrativa decretata dalla Bolivia e lo scadere dell'accreditamento degli enti. Nel senso che la pausa amministrativa era già in vigore da qualche tempo, 18 aprile 2005 per la precisione, quindi prima del governo Morales, come già dicevo in questo post.
La pausa amministrativa decretava una sospensione nella sottoscrizione degli accordi quadro con gli enti e anche dei nuovi accrediti, cioè di nuovi enti, ad operare in Bolivia con la adozione internazionale. Il 18 ottobre 2007 questa pausa è stata prorogata di altri 6 mesi.
Quindi, man mano che gli enti già accreditati, come AIBI, SPAI, La Casa, ecc. sono poi andati in scadenza dell'accredito biennale, il blocco è scattato anche per loro. Questo ha determinato il fatto che questi enti continuano a operare ma non si accettano nuovi dossier (cioè nuovi documenti di coppie) dal momento in cui è scaduto il loro riaccredito. Quindi chi ha già i documenti depositati nei vari tribunali non ha da temere nulla, mentre gli enti non possono prendere nuovi mandati sulla Bolivia.
Per chi invece spera in un nuovo accredito di un ente nuovo, forse qualcosa ha da temere, perché lo stato boliviano, e secondo me giustamente, non sembra voler aumentare il numero di enti che operano in Bolivia, negli ultimi due anni sono stati quasi una ventina gli enti, credo tutti italiani, che hanno fatto domanda di nuovo accredito...
Per cominciare a dare alcuni dati riporto questa semplice tabella, che spero di aggiornare con il dettaglio sui vari enti che operano in Bolivia quanto prima:
 
Anno
2003
2004
2005
2006
2007
Totale
Adozioni in Bolivia
80
95
79
65
55
374
di cui dell’Istituto La Casa
21
22
20
16
9
88
Percentuale
26%
23%
25%
25%
16%
24%
Fonte: CAI e Istituto La Casa.
 
A questo punto non rimane che aspettare il 18 aprile 2008 e vedere cosa succede. 
postato da: anticap alle ore 08:05 | link | commenti (2)
categorie: informazioni, adozione
mercoledì, 12 marzo 2008

Viva il mate di coca, abbasso l'ONU!

Stupefacente: l’Onu, attraverso un suo organismo, dichiara guerra alla foglia di coca, ed esorta i paesi andini ad impedirne l’uso anche attraverso la secolare modalità della masticazione. Ve lo immaginate, milioni di persone che devono smettere di masticare foglie di coca? E’ come se chiedessero a noi di non bere più il caffè. Ovviamente non otterranno nulla da quel punto di vista, ma che dire della perdita economica per aver contrastato un uso legale (ad esempio per prodotti salutari o igienici) e destinato all'esportazione della coca in foglie? Non è anche questo un impedire una via alternativa allo sviluppo di un paese?
 
CHI ODIA IL THE DI COCA DELLA BOLIVIA E DEL PERU'?
Marinella Correggia, il manifesto dell’’11 marzo 2008.
Chi l'avrà detto? «Si ricorda a tutti i governi che la foglia di coca è una droga (...) I governi dovrebbero accertarsi che produzione, import, export, distribuzione e uso siano strettamente limitati a usi medici e scientifici. (...) La pratica della masticazione delle foglie di coca continua in Bolivia e Perú e, su scala più limitata, in altri paesi. La Convenzione Onu del 1961 stabiliva che entro 25 anni dalla sua entrata in vigore, nel 1964, la masticazione della coca dovesse essere abolita.(...) Inoltre in Bolivia e in Perù si produce e distribuisce il mate de coca, ovvero the di coca. (...) Si chiede ai governi della Bolivia e del Perú di emendare la rispettive legislazioni nazionali al fine di abolire o proibire attività contrarie alla Convenzione del 1961, come la masticazione delle foglie di coca e la produzione del mate di coca così come di altri prodotti che contengano alcaloidi di coca, per l'uso domestico e l'export. (...) Le foglie di coca possono anche essere usate come agente aromatizzante purché non contengano alcaloidi (...)» .
Potrebbero sembrare le solite richieste degli Stati uniti, che usano per fini del tutto politici il pretesto della cosiddetta «guerra alla droga» e che d'altra parte sono patria della Coca Cola, a quanto pare l'unico soggetto al mondo al quale dovrebbe essere permesso di usare le foglie di coca (come aromatizzante). Invece no: il virgolettato di cui sopra appartiene al rapporto 2007 dell'International Narcotics Control Board, un organismo dell'Onu, reso noto il 5 marzo scorso. Nel mirino del Board Onu ovviamente anche i coltivatori, che gli stati dovrebbero punire.
Si tratta di «assurdità legali», per il Transnational Institute (Tni) di Amsterdam che da tempo analizza la questione droghe e i suoi risvolti politici. Due anni fa il Tni pubblicò lo studio ¿Coca sí, cocaína no? Opciones legales para la hoja de coca («Coca sì cocaina no? Opzioni legali per la foglia di coca»; ne abbiamo parlato in terra terra del 7 giugno 2006) e adesso ha aperto un nuovo sito informativo: www.ungassondrugs.org. Secondo il ricercatore Pien Metaal «il Board contraddice la Dichiarazione dell'Onu sui diritti delle popolazioni indigene che riconosce e protegge le pratiche tradizionali; per non dire della Convenzione sulle droghe del 1988 la quale riconosce gli usi tradizionali».
Milioni di persone nella regione andina-amazzonica bevono il mate di coca e masticano le foglie sin dal tempo degli Incas (e delle miniere). È un'abitudine che non pone rischi alla salute pubblica, e gli usi benefici della coca sono sempre più riconosciuti. Sembra abbastanza evidente che il Board dell'Onu stia «rispondendo» alla decisione politica della Bolivia di Evo Morales di dare alla foglia di coca uno status di valore, addirittura nel testo costituzionale, e nelle leggi, che ora permettono a un numero limitato di coltivatori di piantare piccoli appezzamenti a coca.
Anche in Perù i coltivatori di coca chiedono al governo di sospendere l'eradicazione manuale dei cespugli e di permettere l'esport delle foglie e del mate. In Argentina, che non coltiva ma beve mate di coca e mastica le foglie, importate, il loro possesso e uso non è punito. Comportamenti che non piacciono all'Incb. Il quale nel 2006 criticò la Colombia perché aveva concesso agli indigeni di produrre e distribuire nel paese il mate e anche una bibita chiamata «Coca Sek». Nel febbraio 2007 il governo colombiano proibì la vendita della Coca indigena, con tanto di raid della polizia nei negozietti di bibite.
Fra i sogni del presidente Evo Morales c'è che il suo paese trasformi le foglie di coca in prodotti igienici e salutari e li esporti («coca sì, cocaina no»). Per ogni appezzamento legalmente coltivabile da parte dei singoli contadini (in genere poverissimi), la vendita dei 500 kg prodotti a 8 dollari al kg di prodotto secco sarebbe un buon reddito. Non rimane che augurarsi una disobbedienza corale al Board dell'Onu. E magari che il commercio equo europeo cerchi al più presto di importare il mate di coca.
 
La ONU pide al país eliminar el pijcheo y el mate de coca
El informe de la JIFE señala que masticar coca y fabricar mate de la hoja se debe abolir, en el marco de la Convención de 1961. El Gobierno criticó la petición y dijo que, de eliminarlos, se atentaría a la cultura y a la historia de Bolivia.
 
La Organización de las Naciones Unidas (ONU), a través de la Junta Internacional de Fiscalización de Estupefacientes (JIFE), exhortó al Gobierno de Bolivia a adoptar medidas para prohibir la utilización de coca en mate y el hábito conocido como pijchar o acullicar. El Ejecutivo criticó la petición y dijo que reafirmará el significado cultural de la coca.
El informe de la JIFE, de marzo de este año, manifiesta en las recomendaciones que “la Junta exhorta a los gobiernos de Bolivia y Perú a que adopten medidas sin demora con miras a abolir los usos de la hoja de coca que sean contrarios a la Convención de 1961, incluida la práctica de masticarla y la fabricación de mate de coca y otros productos que contengan alcaloides de la coca con destino al consumo interno y la exportación”.
La Convención del 30 de marzo de 1961, que tuvo lugar en Nueva York, Estados Unidos, contó con la participación de todos los Estados miembros de las Naciones Unidas y otros más; en esa ocasión se llegó a conclusiones de la fiscalización que se debería tener sobre estupefacientes, entre ellos la coca.
El informe publicado esta gestión señala que en Bolivia y Perú continúan la práctica de masticar hoja de coca. “La Junta señala que esa práctica debería haberse abolido, en los países en que existiera, en el curso de los 25 años siguientes a la entrada en vigor de la Convención de 1961”. Sin embargo, como dicha convención entró en vigencia en 1964, se debería haber puesto fin a esa práctica en 1989.
Asimismo, el informe de la JIFE manifiesta que actualmente la coca se utiliza en Bolivia y Perú para la fabricación y distribución de mate de coca. “Ese uso tampoco está en consonancia con las disposiciones de la Convención de 1961”.
En el documento, la JIFE exhorta a los gobiernos de Bolivia y Perú a considerar modificaciones a la legislación nacional con el fin de abolir o prohibir las actividades que sean contrarias a la Convención de 1961, entre ellas el masticar la hoja de coca, la fabricación de mate de la hoja y otros productos que contengan alcaloides de la coca.
Ayer, el Gobierno firmó dos convenios con la Comisión Europea con el fin de apoyar el Plan Nacional de Desarrollo Integral con coca y el Control Social de la producción de la coca. Los proyectos están financiados por 36 millones de euros. En ese marco, el ministro de Gobierno, Alfredo Rada, criticó el pedido de la JIFE y aseguró que, si entraría en vigencia, sería un atentado contra la cultura histórica de Bolivia.
Aseveró que en la próxima convención se reafirmará el carácter cultural de la hoja de coca. Por su parte, el ministro de la Presidencia, Juan Ramón Quintana, dijo que la exhortación es “una impostura”.
La JIFE dice que Bolivia adoptó una estrategia de fiscalización de drogas para el periodo 2007-2010 “que entraña un cambio en la voluntad política y el compromiso en relación con los objetivos de los tratados”.
Contempla que en la estrategia boliviana “se reitera la firme posición del Gobierno contra la fabricación y el tráfico ilícito de cocaína y contra las organizaciones delictivas involucradas. También acoge con beneplácito la decisión del Gobierno de fortalecer el mecanismo de vigilancia y control del cultivo de coca”.
La Junta observa “con preocupación” que la manera en que la estrategia aborda la práctica de masticar coca “no está en consonancia con las obligaciones emanadas de los tratados de fiscalización internacional de drogas a los que Bolivia se adhirió”.
La Junta solicita al país que “cumpla esas obligaciones y adopte medidas para prevenir la venta y el uso de coca, y los intentos de exportarla, con fines incompatibles con tratados de fiscalización internacional de drogas”. El informe señala también que cada una de las Partes (Estados) de la Convención de 1961 “debería tipificar como delito, cuando se cometan intencionalmente, la posesión y la adquisición de hoja de coca para el consumo personal, en contra de lo dispuesto...”.
Según el informe de la JIFE, en Bolivia la superficie total de coca ascendió a 27.500 hectáreas el 2006, lo que significa un aumento del 8% con respecto al 2005.
La superficie total de erradicación en todo el territorio registró una reducción de 17%, a 5.070 hectáreas. Asimismo, la producción potencial de clorhidrato de cocaína aumentó a 94 toneladas, 14 más que el 2005.
“La Junta exhorta a Bolivia y Perú a adoptar medidas sin demora con miras a abolir los usos de coca, incluida la práctica de masticarla”.
 
Mascar coca sería un “delito”, según la Junta Internacional de Fiscalización de Estupefacientes (JIFE)
Un organismo de la ONU pide prohibir el acullicu y la industrialización de coca
La Junta Internacional de Fiscalización de Estupefacientes (JIFE), organismo de la Organización de Naciones Unidas (ONU) encargado de los tratados internacionales sobre drogas, pidió a los gobiernos de Bolivia y Perú que prohíban sin demora la masticación de hoja de coca (acullicu) y la fabricación de otros productos que contengan alcaloides de la coca como el mate y la harina.
El Informe Anual sobre Drogas 2007 de la JIFE convoca a “abolir los usos de la hoja de coca que sean contrarios a la Convención de 1961, incluida la práctica de masticarla”. Según el informe, la producción de té o harina de coca “contraviene los tratados de fiscalización internacional de drogas”.
El informe de la JIFE pide a los países “establecer como delito” la posesión y compra de hoja de coca para el consumo personal. Además, pide prevenir “la expansión de esa práctica (acullicu) en los estudiantes y los jóvenes en general, los conductores de vehículos de transporte público y otros grupos vulnerables de la población de Bolivia”, ya que masticar coca tiene un papel “en la progresión de la drogodependencia”.
Masticar hoja de coca es “dañino o podría ser dañino, y creo que la gente que redactó la Convención (de 1961) estimó que era dañino, que no se debía practicar”, declaró a la agencia EFE Philip Emafo, presidente de la JIFE.
El vicecanciller Hugo Fernández declaró en Viena que la petición de la JIFE es fruto de la “ignorancia” y de una “mentalidad arcaica, anacrónica y obsoleta”. El diplomático afirmó que la práctica del acullicu “no se va a eliminar”.
“Ojalá la JIFE prohibiera que los ciudadanos del mundo fumen y consuman bebidas alcohólicas, y si se logra esto nosotros podríamos estar en condiciones de debatir este tema”, comentó el ministro de la Presidencia Juan Ramón Quintana.
El ministro de Gobierno Alfredo Rada anunció que una delegación del Ejecutivo defenderá el valor cultural de la coca en el 51 periodo de sesiones de la Comisión de Estupefacientes de Naciones Unidas en Viena la próxima semana.
Según Rada, la coca es parte de la reivindicación política del movimiento indígena que ha llevado a Evo Morales a ocupar la Presidencia. En ese marco, el informe de la JIFE no solo atenta contra un principio básico de los pueblos originarios de Bolivia sino que también pretende acabar con su cultura. “Es un informe unilateral y de contenido colonialista”.
La investigadora del Transnational Institute (TNI) especializada en temas de coca Pien Metaal opina que “al pedir a los países imponer sanciones penales por la distribución y posesión de la hoja de coca para usos tradicionales, un elemento clave de la cultura andina, la JIFE da muestras de ceguera y arrogancia. Ya es hora de que los tratados de la ONU se pongan a tono con la realidad y muestren alguna sensibilidad cultural”.
Considerando que millones de personas en los Andes mascan coca cotidianamente y consumen té de esta hoja considerada sagrada por las culturas indígenas, la declaración de la JIFE contradice claramente la Declaración de la ONU sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas aprobada el año pasado, la cual promueve el respeto y la protección de prácticas culturales indígenas.
El informe de la JIFE también contradice la Convención de 1988 que reconoce los usos tradicionales, así como el “respeto a la soberanía nacional”, las diferentes constituciones y otros principios fundamentales de las leyes nacionales –prácticas, juicios y procedimientos- de la rica diversidad de los pueblos y culturas.
Informes previos de la JIFE muestran las inconsistencias entre los usos tradicionales de la hoja de coca y la Convención sobre drogas de 1961, la cual califica a la coca como “droga narcótica”. Sin embargo, ningún país ha tomado medidas serias para abolir un hábito que no es un riesgo para la salud pública y que, al contrario, tiene usos benéficos, los cuales están abriendo a la planta un mercado mundial.
Según el TNI, está claro que la actitud de la JIFE es una respuesta a la decisión política de Bolivia de darle a la coca un estatus de recurso natural valioso en el texto de la nueva Constitución, y a su política nacional que permite a un número limitado de campesinos cultivar pequeñas parcelas de coca para el uso tradicional.
Según Martin Jelsma, coordinador del programa de drogas del TNI, “la inclusión de la hoja de coca en la Lista Ila Convención de 1961 se basó en un estudio del ECOSOC realizado en 1950, inspirado por sentimientos coloniales y racistas y no en argumentos científicos”.
El Informe ECOSOC 1950 aduce que el hábito del masticado podría ser responsable de la malnutrición y del comportamiento “inmoral” del hombre andino, a la vez que reduce su capacidad productiva. (http://www.ungassondrugs.org/images/stories/cocainquiry-e.pdf).
Ya es hora de que la JIFE se guíe por la Comisión de Estupefacientes y la Organización Mundial de la Salud en esta materia en vez de emitir juicios estrechos apoyándose en la mentalidad obsoleta de la Convención de 1961, dijo Jelsma.
postato da: anticap alle ore 13:31 | link | commenti (1)
categorie: bolivia
martedì, 11 marzo 2008

La Bolivia salvata da un blogger??

Josè Luis Exeni, attuale Presidente della Corte Elettorale Nazionale (CNE), è stato, fino a qualche mese fa, un apprezzato blogger della blogosfera boliviana, con il suo bel blog Fadocracia, poi chiuso, e ora rischia di passare alla storia. Questa cosa ha per me dell'incredibile. La CNE ha infatti sospeso la procedura che dovrebbe portare all'indizione dei referendum costituzionali proposti dalla maggioranza ma, non solo, ha anche dichiarato illegittimi quelli secessionisti dei dipartimenti autonomisti, che hanno subito dichiarato di voler procedere per la loro strada.
“Lo que ha hecho la Corte Nacional Electoral, es abrir un interesante espacio de diálogo de las instituciones, de las fuerzas políticas del país" (quello che ha fatto la CNE è aprire un interessante spazio di dialogo tra le istituzioni, tra le forze politiche del paese), ha affermato il Vicepresidente Garcia Linera, che oggi si incontrerà con Exeni.  Così la notizia riportata da Red-Erbol.
 
La Corte Electoral suspende todos los referendos y urge designar a vocales y tribunos.
Cochabamba, 7 Mar (Erbol).- La Corte Nacional Electoral (CNE) y las nueve cortes departamentales electorales resolvieron hoy dejar sin efecto las convocatorias a referendos nacionales y departamentales mientras no existan las condiciones técnicas, operativas, legales y políticas en el país.
Esta decisión fue asumida por la Sala Plena del organismo electoral que se reunió en la ciudad de Cochabamba, que después de un amplio debate, aprobó dos resoluciones.
La primera suspende la organización del referéndum nacional dirimidor y constituyente, en tanto no existe una ley que los convoque y que respete el plazo mínimo de 90 días para su organización.
La segunda resolución define que los prefectos de departamento no pueden convocar a referéndum sobre estatutos autonómicos porque es competencia del Congreso Nacional y las cortes departamentales electorales no pueden administrar procesos de referéndum de competencias de la Corte Nacional Electoral; por lo tanto, se revocó las resoluciones de la Corte Electoral de Santa Cruz que debía administrar dicho evento.
El presidente de la CNE, José Luis Exeni, afirmó que no existen las condiciones técnicas, operativas, legales y políticas para llevar a cabo ninguno de los procesos electorales convocados.
Es momento de tener cabeza fría y buscar un mínimo de equilibrio y sensatez y esperamos que esta decisión contribuya a generar un clima de reflexión y de acuerdo en el país. No podemos administrar procesos electorales que pueden desembocar en enfrentamientos y violencia”, enfatizó.
La autoridad electoral hizo un llamado al Congreso Nacional para que asuma su rol como primer poder del Estado y envíe a la brevedad posible las leyes de convocatoria a referendos cumpliendo los procedimientos y los plazos establecidos en la ley.
Anunció que personalmente entregará una carta al Parlamento pidiendo la inmediata elección de los dos vocales que faltan para completar la Sala Plena de la Corte Nacional Electoral y la inmediata elección de los miembros del Tribunal Constitucional.
Todos estos pasos se deben dar en el marco de un acuerdo que preserve y defienda los intereses de todos y cada uno de los bolivianos. Tenemos la esperanza y la convicción de que sabrán (los políticos) llegar a acuerdos que le otorguen al organismo electoral garantía plena para organizar y validar todos los procesos electorales que la población legítimamente demanda, espera y aprueba”, enfatizó.
Exeni declaró que se quiere referendos autonómicos y constituyentes que consoliden la unidad del país y fortalezcan la democracia y no procesos electorales que abran la puerta del enfrentamiento y conduzcan a división de Bolivia y haga naufragar al organismo electoral.
A los actores políticos y sociales queremos darles las garantías que nuestro deber es velar por la unidad, integridad, la transparencia, la autonomía y la independencia del organismo electoral”, finalizó el presidente del organismo electoral nacional.
 
Di seguito la notizia riportata da La Razon.
 
Exeni bloquea los referendos, pero 3 Cortes lo desconocen.
Los vocales de Beni, Santa Cruz y Pando continuarán con las consultas locales, no obstante que la Corte Nacional desconoce esos procesos por tener vacíos legales.
Con dos resoluciones, la sala plena de la Corte Nacional Electoral (CNE) decidió ayer suspender los referendos constitucionales convocados por el Congreso Nacional y el de aprobación de los estatutos autonómicos que lleva adelante la Corte cruceña, ambos fijados para el 4 de mayo.
Los vocales de las cortes departamentales de Santa Cruz, Beni, Pando y Tarija desconocieron esa determinación y adelantaron que para ellos los procesos electorales sobre los estatutos autonómicos continuarán, ya que no se llegó a ningún acuerdo en ese sentido con el máximo organismo electoral del país.
La decisión, que fue comunicada por el presidente de la CNE, José Luis Exeni, fue asumida en una reunión de sala plena que se realizó luego de concluir un encuentro de dos días con los presidentes y vocales de las nueve cortes departamentales, quienes se sorprendieron cuando conocieron las resoluciones.
´Dejamos en suspenso y suspendemos la organización del referéndum nacional dirimidor y del referéndum nacional sobre la Asamblea Constituyente, en tanto no exista una ley que los convoque. Asimismo, requerimos que esta ley se haga respetando el plazo mínimo de 90 días“, señaló Exeni a la conclusión de la cita.
Agregó además que “asumimos que los prefectos del departamento no pueden convocar a referendos sobre estatutos autonómicos. Esto es competencia del Congreso y las Cortes Departamentales Electorales (CDE) no pueden administrar procesos de referendos, esto es competencia de la Corte Nacional Electoral´.
La segunda resolución sobre la consulta autonómica departamental sólo fue apoyada por dos de los tres miembros que componen la sala plena de la CNE: Exeni y Amalia Oporto. Jerónimo Pinheiro votó en contra.
Los vocales departamentales señalaron que en la reunión con los vocales nacionales no se habló en ningún momento de suspender los procesos y que sólo se acordó sacar un comunicado donde se exhorta a las autoridades dar los plazos requeridos por ley para preparar los comicios.
La CNE se encuentra en la imposibilidad de garantizar la administración del conjunto de procesos de elección y de referéndum en curso... considera que las instancias competentes tienen la responsabilidad de suspender temporalmente los procesos de consulta en curso“, indica este comunicado en una parte.
Los vocales anunciaron que continúa vigente la realización de los referendos autonómicos.
´No se suspende nada, todo sigue en curso... si él (Exeni) ha dicho eso es por cuenta propia porque no fue esa la resolución a la que nosotros llegamos... pero todo sigue su curso electoral´, dijo la presidenta de la Corte de Beni, Zulema Gutiérrez.
El vicepresidente de la Corte de Santa Cruz, José Zambrana, señaló: ´Lo que podemos ir adelantando es que para nosotros lo que estamos haciendo es legal, tiene presunción de legalidad y presunción constitucional... para nosotros sí continúa (el referéndum autonómico)´.
Antes, el presidente de la Corte Electoral de Santa Cruz, Mario Orlando Parada, anunció que ´nosotros vamos a continuar con el referéndum tal como está programado en el calendario´.
Su colega de Pando, Elías Valdés, coincidió en que los referendos departamentales siguen corriendo porque ´así habíamos quedado en las reuniones´.
El presidente de la CDE de Tarija, Miguel Ángel Guzmán, dijo: ´No hemos quedado en eso (suspender los referendos) realmente no era ese el sentido... el lunes vamos a ver en sala plena la decisión sobre esas resoluciones´.
Los vocales de la CNE y de las departamentales se reunieron el lunes y martes para definir el calendario electoral de los referendos constitucionales aprobados por el Congreso Nacional con un cerco de sus bases, que impidió la participación de la oposición, que cuestiona la legalidad de las leyes. Al no haber acuerdos, la reunión se volvió a convocar para el jueves en Cochabamba y se amplió hasta ayer, cuando se acordó emitir un comunicado exhortando a las autoridades a regirse en los plazos electorales. Sin embargo, el documento no fue firmado por los asistentes. 
postato da: anticap alle ore 13:41 | link | commenti (3)
categorie: bolivia
giovedì, 06 marzo 2008

Intervista allo scrittore Renato Prada Oropeza

I fondatori dellRecupero questa interessante intervista di qualche mese fa allo scrittore boliviano Renato Prada Oropeza, visto che mi è appena arrivato (ordinato on line e comprato proprio a seguito dell’intervista) il suo libro pubblicato in Italia “I fondatori dell’alba” e mi accingo a leggerlo. E’ interessante osservare come l’esercito boliviano, che da Oropeza viene considerato lo strumento della Cia in Bolivia negli anni 60-70, ha proprio in questi giorni ribadito (vedi Red Erbol qui) il suo appoggio al Presidente Morales qualificando come irrazionali i tentativi di dividere il paese dei gruppi oppositori. Ora, al di là del fatto che un militare non dovrebbe mai esprimersi su questioni politiche (da noi simili affermazioni non sarebbero tollerate…) e sapendo qual è sempre stato il ruolo dei militari nei colpi di stato, c’è da domandarsi come debba essere presa questa affermazione, collocandola nel contesto della storia boliviana. Siamo forse di fronte a un cambiamento dei vertici militari che non fanno più riferimento alle elites ricche dell’oriente?
 
La Bolivia tra Guevara e Morales
«La Cia e il suo strumento locale, l'esercito boliviano, soffocarono in poco tempo la guerriglia del Che - dice l'autore dei Fondatori dell'alba - ma la scintilla di quei movimenti di liberazione umana influì in modo decisivo sulla coscienza dei giovani cattolici». Oggi, un filo di speranza lega i tentativi di ieri alla vittoria di «Evo», l'indio aymara che ha portato fino al governo il riscatto dei popoli sempre sottomessi nel corso di 500 anni di storia boliviana. GERALDINA COLOTTI, Le Monde Diplomatique di novembre 2007
 
SCRITTORI IN CITTÀ offre al pubblico l'occasione di incontrare l'autore boliviano Renato Prada Oropeza. Nato a Potosí nel 1937, Oropeza è romanziere e critico letterario. Dalle edizioni Gorée è uscito quest'anno il suo romanzo, I fondatori dell'alba (prologo di Antonio Melis, trad. di Katia Boccanera, 13 euro), scritto nel 1969 e insignito allora del prestigioso premio Casa de las Américas. Racconta una storia di guerriglia nelle montagne boliviane, narrata a specchio con quella dei soldati inseguitori. Protagonista principale è Javier, un giovane seminarista che rinuncia alla tonaca per il fucile. I diari di Javier, ritrovati nel fango, alludono a quelli di Ernesto Che Guevara, ucciso in quelle stesse montagne di Bolivia nel '67, ma nei Fondatori dell'alba le ragioni della storia non comprimono quelle della letteratura. Oropeza non propone visioni ultimative, ma appena un filo di speranza che avvolge come un sudario l'intera scena.
Con Renato Prada Oropeza abbiamo parlato del romanzo, della Bolivia del «Che» e di quella di «Evo».
 
Il fondatori dell'Alba mantiene intatta la sua freschezza.Quando è iniziata la sua ricerca narrativa?
Prima dei Fondatori dell'alba avevo scritto racconti che cercavano di rompere con il folklore di un certo indigenismo allora dominante.
Nella generazione della Guerra del Chaco (la prima «guerra moderna del Continente americano», combattuta contro il Paraguay tra il '32 e il '35), ci sono stati scrittori come Augusto Cespedes e Oscar Cerruto, che hanno fondato una nuova narrativa boliviana, ma che non avevano grande risonanza. Los fundadores del alba è frutto di due tensioni, una di natura prevalentemente estetica e una politica, testimoniale. Tutta la letteratura che si è prodotta nel Latinoamerica alla fine degli anni '60 e per tutta la decade degli anni '70 può essere letta alla luce di queste due caratteristiche, a volte separatamente enfatizzate. Io avvertivo, allora, la necessità di trasporre nell'«oggettività» del romanzo un vissuto convulso, intenso, in un paese profondamente toccato dal sorgere di due grandi speranze.
 
Il fucile e il messale che stringe Javier?
Appunto. Quando scrissi Los fundadores del alba, la Bolivia (la classe media intellettuale, soprattutto) mi sembrava profondamente influenzata da due eventi cruciali: il Concilio Vaticano II, e la guerriglia del Che. Io, come Javier, il personaggio centrale del romanzo, facevo parte di un piccolo gruppo del Partito socialcristiano, che visse con molta speranza l'annunciata apertura della chiesa cattolica.
Una parte della configurazione della vita spirituale di Javier è stata costruita citando testualmente l'enciclica pastorale Gaudium et Spes, La Chiesa nel mondo attuale. E il riferimento al Diario del Che è decisivo. Ho ancora in mente l'enorme ripercussione che ebbero le dichiarazioni dello scrittore francese Regis Debray. La Cia e il suo strumento locale, l'esercito boliviano, soffocarono la guerriglia del Che in poco tempo, ma la scintilla di quei movimenti di liberazione umana influì in modo decisivo sulla coscienza dei giovani cattolici che in seguito combatteranno a Teoponte. Alcuni di quei giovani fonderanno poi il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Mir) che - prima della sua dissoluzione morale a causa della corruzione e di un cinico pragmatismo - giocherà un ruolo politico importante.
 
I personaggi del romanzo vivono in un tempo presente, vita e morte proiettate insieme in un futuro incerto: un'efficace soluzione narrativa, ma anche una riflessione implicita sul modo troppo fideistico di guardare alla necessità e alla storia di un certo marxismo. È così?
Il marxismo, nel mio paese, come nel resto dell'America latina, fu in un certo modo la koiné del pensiero critico... Anch'io, nella mia qualità di cattolico di sinistra, lo studiavo con molta attenzione e intensità prima e durante la gestazione del romanzo. Da altri punti di vista culturali, potrebbe sembrare impossibile l'incontro tra un marxismo critico e un cristianesimo aperto alla liberazione dell'uomo, che dette origine alla teologia della liberazione. Nel periodo in cui vissi a Roma e a Lovanio, per circa sette anni, Marx ebbe un'influenza maggiore della mia formazione cristiana. Ciò mi portò a presiedere la delegazione boliviana al tribunale Russell che a Roma giudicava i crimini contro l'umanità commessi dalla dittatura di Banzer nel mio paese. Intanto, però, già si andava delineando la profonda debolezza del Mir che degenerò nell'opportunismo politico (basta ricordare l'alleanza politica con l'ex dittatore Banzer), una caratteristica di quasi tutti i partiti marxisti al potere. Mi allontanai allora dal marxismo militante. Ciò che accadde successivamente in Unione sovietica e negli stati satelliti, mi confermò nell'idea che la liberazione dell'uomo non sia esclusivamente una questione politica, ma coinvolga l'essere umano in tutte le sue dimensioni.
 
Vede una relazione tra i «fondatori dell'alba» di allora e l'Alba - l'alternativa bolivariana delle Americhe -, il socialismo del XXI secolo di cui parla Chávez, che si richiama al sogno di Simon Bolivar?
In America latina i grandi gruppi controllano i media e ci tengono in uno stato di disinformazione permanente riguardo agli avvenimenti recenti di cui è protagonista il presidente Chávez. Non ho abbastanza elementi per valutare, ma mi preoccupa il rischio di tentazioni autoritarie che farebbero regredire un processo di liberazione che impiega così tanti anni per manifestarsi come è accaduto nell'ex-Unione sovietica quando la rivoluzione di Lenin è degenerata nello stalinismo.
 
Di recente, il presidente Evo Morales ha incontrato i movimenti italiani. Cosa pensa di quanto sta avvenendo nel suo paese?
L'emergere di un nuovo personale politico sulla scena di alcuni paesi a forte presenza indigena come la Bolivia, ci annuncia l'alba della morte dell'eurocentrismo, la morte della storia a senso unico. Finalmente nello scenario politico boliviano abbiamo come attori attivi e non meramente passivi gli indigeni. Il razzismo, alimentato da più di quattro secoli nell'America ispanica, deve fare i conti con un'integrazione reale e non retorica, della maggioranza indigena nella vita politica e sociale del nostro paese. L'estrema destra si è mobilitata in ogni forma possibile per creare problemi dove esistono conflitti latenti - come ad esempio lo spostamento della capitale dalla sua sede originaria - al fine di impedire il decollo pacifico di un cambiamento che non è solo necessario e giusto, ma improcrastinabile.
Nel suo saggio fondamentale, Nuestra America, José Marti parlava già dell'improrogabile necessità di integrare le etnie di culture differenti (con la loro lingua e religione) da quella ispanoamericana. Credo che Evo Morales abbia la capacità politica per realizzare un cambiamento simile. Questo non indebolirà la Bolivia come stato, anzi la rafforzerà e darà al mondo la vera immagine del suo polinazionalismo, nel quale possono convivere e dialogare nazioni diverse che cercano un solo destino. L'uomo nuovo che sognava Che Guevara si rivolge forse al nostro «fronte» - quello di meticci delle città - e ci tende la mano per invitarci a camminare insieme?
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martedì, 04 marzo 2008

Se inicia campaña por el SÍ

Riprendo da mitico blog del Ciudadano K un utile riepilogo degli ultimi accadimenti boliviani.
In sostanza, il Congresso ha approvato con il voto della sola maggioranza 3 nuove leggi che indicono i referendum costituzionali. Ovviamente questo ha scatenato l’opposizione e le regioni autonomiste che ora fanno la voce grossa e parlano di accelerare il processo di autonomia.
Qualcuno, tra i blog boliviani si è spinto a dare del pendejo, che potremmo tradurre come “cazzone” in italiano (cioè persona stupida, non intelligente o incompetente, nonostante si arroghi, invece, autorevolezza), al Presidente del Congresso, Alvaro Garcia Linera (Vicepresidente della Repubblica) e a chiedere uno stato federale.
Personalmente condivido quanto scritto da Mauricio nel suo commento ad un post quando dice che se ci fosse un’opposizione costruttiva che fa l’interesse della Bolivia e non dei soliti di sempre forse qualche ragione di prendersela con il governo ci sarebbe. Però, pensando alle ville dei super ricchi di Santa Cruz, qualche dubbio viene…
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SIreferendum+red0370
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Se inicia campaña por el SÍ
Sí. Ahora es el pueblo o soberano quien decidirá si nueva Constituyente va o no va. Prefectos y cívicos autonomistas quedan en el limbo.
 
- El Congreso aprobó tres leyes que dan vía libre a la realización simultánea de tres referéndums en Bolivia y gobierno anunció campaña para que el sí gane en la consulta popular convocada para el 4 de mayo.
 
1. El pleno congresal aprobó anoche tres leyes, una modificatoria para llevar adelante simultáneamente dos referéndums, una segunda ley de convocatoria para la consulta constituyente y dirimitoria, una tercera ley interpretativa referida a la convocatoria de referéndum departamental.
 
2. El presidente Evo Morales promulgó este viernes, en la histórica Plaza Murillo, las leyes sancionadas por el Congreso para que a partir de dicha fecha se instruya a la Corte Nacional Electoral (CNE) e instancias correspondientes la administración de los dos procesos de consulta.
 
Las tres leyes sancionadas
 
Modificaciones
3. La primera cambia las leyes de convocatoria a la Asamblea Constituyente y la de ampliación. Las modificaciones trascendentales son: El cambio del plazo para la convocatoria a referéndum dirimidor de 120 a 60 días, y la habilitación del Congreso para convocar paralelamente al referéndum dirimidor y de aprobación del proyecto constitucional.
 
4. También faculta al Congreso a incorporar los cambios del referéndum dirimidor y entregarlos al Presidente de la República para su promulgación como ley, que será de cumplimiento obligatorio.
 
Ley del Referéndum
5. El Congreso también aprobó una norma interpretativa de la Ley de Referéndum aprobada en julio del 2004 durante el gobierno de Carlos Mesa. El artículo que interpreta es el sexto, parágrafo tres, que señala que en tanto no exista un gobierno departamental electo por voto popular, el referéndum departamental será convocado por el Congreso Nacional.
 
6. La ley aprobada ayer señala: “Se entiende por gobiernos departamentales a gobiernos conformados por órganos ejecutivos y órganos deliberantes elegidos ambos por voto popular, en el marco de la autonomía departamental”.
 
Referendos constitucionales
7. Los parlamentarios aprobaron también la convocatoria a referendo dirimidor de una pregunta del texto constitucional sobre la extensión de la propiedad de tierras y al ratificatorio de ese mismo proyecto, que se realizarán en una sola consulta el 4 de mayo del 2008.
 
8. Ambas preguntas estarán en una sola papeleta. El Presidente del Congreso incorporará los resultados del referéndum dirimidor a la Constitución que, de ser aprobado por mayoría absoluta de votos, pasará al Ejecutivo para su promulgación. El mandato de la Asamblea concluye en esa fecha.
 
Grazie a K.
 
postato da: anticap alle ore 15:17 | link | commenti (1)
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