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lunedì, 26 maggio 2008

IN BOLIVIA SI CONSOLIDA IL CONSENSO PER EVO MORALES?

Sarà vero? Cosa pensare dei sondaggi Gallup? La cosa vera è che gran parte dei mezzi di comunicazione boliviani sono contrari a Evo e questo porta sicuramente a una distorsione rispetto alla percezione del reale gradimento del Presidente boliviano.
Come è vero che subito dopo l’annuncio di un vero spiraglio alla crisi boliviana, come scritto da La Razon, ora a Sucre è di nuovo salita la tensione con evidenti atti di razzismo nei confronti dei campesinos. La solita vecchia storia razzista, come si legge qui.
 
In attesa del referendum revocatorio del prossimo 10 agosto, un sondaggio della Gallup, pubblicato il 20 maggio, smentisce le campagne di disinformazione contro Evo Morales. Non solo non spacca il paese ma il suo consenso è interclassista.
Il 10 agosto il nuovo corso boliviano sarà sottoposto ad un referendum revocatorio (democraticissima invenzione latinoamericana) che potrebbe segnarne la fine o rafforzarne il processo presieduto da Evo Morales e dove le grandi masse di esclusi sono per la prima volta governo. I media di destra, soprattutto dopo l’illegale referendum sull’autonomia di Santa Cruz, la regione più ricca del paese, descrivono un paese dove il governo spacca il paese e lo porta allo scontro o perfino alla guerra civile.
I dati di vari sondaggi pubblicati negli ultimi giorni confermano che questa visione è una manipolazione propagandistica voluta da chi controlla i media. Non solo infatti Evo Morales ha il consenso dei due terzi delle classi popolari ma anche ben il 40% delle classi medio alte del paese continuano ad appoggiare il progetto di modernizzazione includente della Bolivia voluto dal “Movimento Al Socialismo” (MAS), il partito di maggioranza.
La situazione in Bolivia, secondo i sondaggi, sia della Gallup che di Latinobarometro, sarebbe quindi molto più coesa di quanto i media vogliano mostrare. Soprattutto i boliviani si sentirebbero sempre più solidali con la democrazia come sistema di governo. Prima di Evo, solo il 49% appoggiava il sistema democratico, oggi è il 67% a farlo e addirittura l’81% (+20%) considera tale sistema come il più desiderabile. E’ un risultato straordinario che si spiega con due dati, uno sociale e l’altro economico. Da una parte il modello di democrazia partecipativa fa sì che la maggioranza della popolazione boliviana per la prima volta si senta parte e non esclusa dal sistema. Dall’altro il governo popolare ha già prodotto risultati sensibili. In particolare la disoccupazione si è già ridotta dal 24 al 15% e le famiglie che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese si sono ridotte di un quinto. Se molto resta da fare, e il golpismo strisciante delle destre non smette di tramare, Evo Morales può guardare al difficile passaggio del revocatorio del 10 agosto cosciente di stare compiendo il proprio mandato.
fonte www.gennarocarotenuto.it
postato da: anticap alle ore 13:43 | link | commenti (2)
categorie: bolivia
giovedì, 15 maggio 2008

Via al referendum revocotorio

Ley promulgadaLa legge è stata promulgata, la Corte Elettorale Nazionale si è subito attivata, così il 10 agosto la Bolivia tornerà per l’ennesima volta in poco tempo al voto referendario. Questa volta le domande saranno due, una per il Presidente e il suo Vice e l’altra per i prefetti: “¿Usted está de acuerdo con la continuidad del proceso de cambio liderizado por el presidente Evo Morales Ayma y el vicepresidente Álvaro García Linera?” e “¿Usted está de acuerdo con la continuidad de las políticas, las acciones y la gestión del Prefecto departamental?”.
Due domande un po’ assurde. E molti sono i dubbi su una tale consultazione referendaria, peraltro chiesta ancora a fine anno scorso dallo stesso Morales e ora fatta propria dall’opposizione. E come rivela questo articolo de La Razon di ieri, sembra che si sia aperta una grossa crepa tra l’opposizione parlamentare e alcuni prefetti autonomisti. Nell’articolo si riporta che una delle critiche che si fanno a questa legge è che con el referéndum revocatorio se frena el proceso autonómico en el país, que comenzó en Santa Cruz con la aprobación de su Estatuto Autonómico, porque si un prefecto es revocado la autonomía puede quedar trunca en los departamentos donde ganó el Sí a ese proceso”. Insomma, gli autonomisti sono preoccupati che una probabile vittoria di Morales indebolisca le loro posizioni e non capiscono come mai l’opposizione abbia proposto la legge. Ma alcuni dubbi su una vittoria di Evo ci sono, come riferisce l’articolo che riporto qui sotto.
 
Bolivia, Evo si gioca tutto in un voto È legge il referendum revocatorio
Dopo il sì del senato (di destra) Morales promulga la legge che può mandare a casa lui, il vice e tutti i governatori. Per l'analista Andres Gomez questa volta rischia: ai settori urbani l'indigenismo non piace più. Diletta Varlese*, La Paz
 
Il presidente della Bolivia Evo Morales ha promulgato la legge che il 10 agosto chiamerà i boliviani a votare il referendum per confermare o revocare il suo mandato, quello del vicepresidente e dei nove governatori regionali. E' il miglior modo, ha detto Morales, per dare consistenza al processo democratico del paese. Ed è una via di uscita alla crisi tra il governo centrale e i quattro governi regionali che chiedono autonomia, uno scontro politico serrato che non ha trovato soluzione in cinque mesi, fino alla rottura con il referendum per l'autonomia tenuto a Santa Cruz lo scorso 4 maggio (i referendum di Beni, Pando e Tarija sono fissati per il prossimo giugno). Evo Morales si è detto felice del referendum perché sospende la confusione che si stava creando in merito alle consulte popolari e mette sulla bilancia la questione principale: Evo se va o se queda? Se ne va o resta? Da questo dipenderà anche la realizzazione di due importanti riforme: la definizione del latifondo, e quindi la riforma agraria, e l'entrata in vigore della nuova costituzione, redatta lo scorso 15 dicembre e approvata con i soli voti del Mas, il movimento di Morales.
Oggi, a 90 giorni dal voto, Evo ha ancora il consenso della maggioranza della popolazione. Le richieste di autonomia delle regioni d'oriente sono riuscite solo in parte a diminuire l'appoggio della popolazione al suo governo e hanno invece rafforzato la coesione delle realtà che sostengono Morales, cioè soprattutto le popolazioni indigene: 36 diverse etnie, il 62% degli abitanti della Bolivia.
Andres Gomez è un quechua, giornalista e analista politico boliviano, direttore di Red Erbol, rete nazionale di radio comunitarie.
Cosa rischia Morales con questo voto? E' vero che ha perso un po' dell'appoggio che aveva nella popolazione, soprattutto nella classe media?
Se anche Evo avesse perso l'appoggio della classe media, cioè degli industriali e dei professionisti - dice Gomez - staremo parlando di un margine minimo, tra lo 0,4% e l'1% dei voti. Nel 2005 Morales ha ottenuto il 53,7%, e secondo i sondaggi negli ultimi due anni e mezzo l'appoggio che ha ricevuto non è mai sceso sotto il 53%. Adesso pare che sia al 55%. Secondo la legge del referendum promulgata dal governo, per revocare il mandato del presidente il voto degli oppositori deve raggiungere quello stesso 53,7% con cui è stato eletto, ovvero 1.544.375 persone, che non sono la maggioranza della popolazione. Evo ha il grande vantaggio di essere percepito dalla popolazione indigena come uno di loro, e per questo gli perdonano molte cose. Il grande errore che invece ha fatto è stato quello di non aver curato i rapporti con i settori urbani. Oltre alla classe media di cui parlavamo, esiste una fascia di popolazione urbana, che in questo lasso di tempo si è disincantata, un po' perché si aspettava una maggiore immediatezza delle riforme ma soprattutto perché il governo Morales quasi da subito ha volto lo sguardo verso le problematiche indigene, tralasciando quelle di chi in Bolivia non si sente nè blanco nè indigeno, cioé i meticci. Questa fascia potrebbe forse avere un peso nel referendum, ma non credo che sia ancora sufficiente per revocare il suo mandato».
 
La legge che istituisce il referendum revocatorio è stata approvata a sorpresa dal senato dominato dalla destra (il Mas è in minoranza per un solo senatore, ndr). Crede che l'approvazione sia una mossa per approfittare della vittoria al referendum sull'autonomia di Santa Cruz?
Il referendum era stato proposto dallo stesso presidente in dicembre, e poi approvato dalla camera dei deputati, come possibile soluzione alla crisi che si era creata con le regioni dell'oriente. Il processo è stato sospeso quando le controparti hanno tentato il dialogo, il cui fallimento ha portato ai referendum regionali per l'autonomia. Per il voto revocatorio, dunque, mancava solo l'approvazione del senato. Ed eccola qui, proprio adesso che l'opposizione si sente forte dopo avere (almeno apparentemente) vinto a Santa Cruz. Morales non può far altro che promulgare una proposta che di fatto è sua, ma si può dire che gli hanno fatto un favore. Se Morales verrà riconfermato, come pare, da quel momento l'opposizione avrà ben poca voce in capitolo e perderà molto del suo potere politico.
 
E' ovvio che l o scopo dell'opposizione sarà di rendere la vita impossibile al governo, fino al 2011, quando scade il suo mandato. Crede che in questi 90 giorni che precedono il referendum si possano creare situazioni di convulsione sociale?
E' un pericolo che in Bolivia esiste già da molto tempo. Esistono fenomenali tensioni all'interno del paese, ci siamo fatti la guerra per molti anni, e gli stessi centri di potere hanno ruotato geograficamente dal sud al nord e ora verso l'ovest del paese. Senza dubbio la proposta del referendum ha marcato quest'ultima fase come una lotta con las urnas y no con las armas. Per quanto il presidente eletto abbia tutta la legittimità per prendere delle decisioni drastiche, nell'attuale spaccatura socioeconomica del paese questa del referendum è forse la via meno rischiosa da intraprendere. Ci sono focolai di fanatismo violento, ne abbiamo visti molti soprattutto nella regione di Santa Cruz, e provengono da entrambe le pari. Però è pur vero che per la maggior parte il movimento che appoggia Morales è basato sulla relazione diretta con le persone, sul socializzare in modo quotidiano lo scambio politico tra le persone, nei bar tra gli amici, nei luoghi pubblici, all'interno delle stesse famiglie.
*Andinamedia, agenzia d'informazione per l'America Latina
postato da: anticap alle ore 11:18 | link | commenti (2)
categorie: bolivia
lunedì, 12 maggio 2008

Ieri c’è stata la FESTA DI PRIMAVERA dell’Istituto La Casa. Eravamo in tanti (200 piatti di pasta asciutta!). Molte le foto che abbiamo fatto. Appena posso ne metto una qui.
Molte anche le informazioni imprecise che circolavano, come quella per cui si sapeva che ad aprile il governo boliviano avrebbe deciso per il blocco delle adozioni internazionali (!)
Oppure che "hanno già tolto le adozioni agli americani" (e per forza gli USA non ratificano la Convenzione dell'Aja, ci mancherebbe!).
Oppure ancora che il governo vuole favorire le adozioni nazionali e chiudere quelle internazionali.
Questa è la più incredibile. Diciamo innanzitutto che già da tempo due stati come il Brasile e il Cile (non mi sembra in mano a cattivi comunisti pro-Chavez come Evo) hanno da tempo deciso di incentivare le adozioni nazionali e non mi sembra che la cosa abbia suscitato scandalo, anzi. Detto questo credo che sia sacrosanto per uno stato porsi come obiettivo di incrementare le adozioni nazionali (cosa che ad esempio condivide Suor Domitilla). Però da qui a dire che siccome questo è l'obiettivo da domani le adozioni internazionali saranno chiuse ne passa..
Nel frattempo vi dico che il famoso incontro al viceministero con i 4 enti che si devono riaccreditare (ricordo che sono La Casa, Spai, Il Conventino e AIBI) dovrebbe essere lunedì 19 maggio.
postato da: anticap alle ore 14:09 | link | commenti (2)
categorie: racconto, informazioni, adozione
venerdì, 09 maggio 2008

Ecco il nuovo sottosegretario che si occuperà di adozioni

Abbiamo scoperto chi sarà il nuovo Sottosegretario con delega alla famiglia che si occuperà di adozioni internazionali. Grazie a Danibi.
Rimpiango già Rosi Bindi.
postato da: anticap alle ore 12:46 | link | commenti
categorie: racconto, informazioni, adozione
giovedì, 08 maggio 2008

«I miei versi in aymara, per ridare onore alla Madre Terra»

0068«I miei versi in aymara, per ridare onore alla Madre Terra»
Cristina Taglietti, il Corriere della Sera del 3 maggio 2008
 
Il peruviano José Luis Ayala è l' alfiere della resurrezione di una lingua perduta
Da oltre trent' anni combatte con l' arma della poesia una lotta di riscatto. José Luis Ayala, nato 68 anni fa a Huancané, nella provincia di Puno, estremo sud del Perù, culla della civiltà inca, è l' alfiere letterario della rinascita dell' aymara, antica lingua ormai riconosciuta come ufficiale (insieme allo spagnolo) in Perù e Bolivia. Sabato 10 maggio Ayala sarà alla Fiera del libro (ore 11, Arena Piemonte), con Riccardo Badini che ha curato per Gorée la raccolta di poesie (in italiano con testo aymara a fronte) “Muyu Pacha”.
Tempo circolare. Versi in cui, come scrive Badini, «la relazione con la natura emerge costantemente a conforto della disperata condizione umana», dove «il profondo rispetto verso la Madre Terra, che non può nemmeno essere arata senza chiederle il permesso» conduce a un' equivalenza tra la considerazione verso l' ambiente, verso gli altri e verso se stessi. Figlio di un maestro elementare, giornalista al quotidiano «La primera» («l' unico giornale decente che non sia caduto nelle trappole mediatiche», dice) Ayala ha avuto un' infanzia difficile («Mi ascolto / ho paura di incontrare / il bimbo triste che non volevo essere», sono gli ultimi versi di Casa di pietra): «È stata un' infanzia dolorosa, come quella di tutti i bambini aymara. Sono stato trattato con estrema crudeltà e questo ha lasciato tracce indelebili nella mia anima. Per due volte sono morto e uno sciamano mi ha salvato, ha richiamato il mio spirito di nuovo nel mio cuore». Ayala ama autori peruviani come Gamaliel Churata, César Vallejo, José María Arguedas, ma il suo orizzonte letterario comprende anche Gabriel García Márquez, Alejo Carpentier, Julio Cortazar, Justo Jorge Padrón («Ho appena finito di leggerlo. Sarà uno dei prossimi Nobel» prevede), fino a Dante, Eugenio Montale, Cesare Pavese («Chi non conosce a memoria "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"»?). Ayala ha una visione militante della poesia. «La mia - dice - è una risposta alla globalizzazione che pretende di cancellare le culture ancestrali, le identità culturali. Allo stesso tempo è la dimostrazione che si può fare poesia anche alla periferia dell' universo, raccogliendo le parole disperse di coloro che, per molti secoli, non hanno avuto voce». Ayala scrive in aymara e poi traduce in spagnolo. Un' operazione non facile perché, dice, «la differenza tra le due lingue è sostanziale. Cerco di tradurre con la maggiore fedeltà ontologica possibile». L' uso dell' aymara, però, aldilà dell' universo semantico, ha anche un innegabile valore politico: «Significa prendere una posizione ideologica precisa, portare avanti una visione del mondo. La poesia è impegno. I miei versi cercano di raccontare la realtà, dura, ma allo stesso tempo magica, del mio popolo».
Sul piano politico, secondo Ayala, un passo avanti è stato fatto con l' elezione dell' aymara Evo Morales alla presidenza della Bolivia. «Adesso anche il Perù deve eleggere un presidente che si identifichi con la maggioranza della popolazione quechua e aymara. Il nazionalismo da noi è allo stato embrionale, ma è destinato a crescere con l' acutizzarsi delle contraddizioni del regime attuale che ha abdicato alle sue promesse politiche».
 
JUPANACA / JIWASANACA
LORO / NOI
Noi no, mai
loro sì
sui resti dei nostri cadaveri
e dei nostri ricordi
Loro prima di tutto
al di sopra
dei nostri diritti
Ciò che abbiamo costruito / il regime stabilito
la coscienza collettiva / la cultura ufficiale
noi che sopravviviamo / loro sì
la loro vita per amore di ricchezza
postato da: anticap alle ore 12:06 | link | commenti (2)
categorie: america latina
mercoledì, 07 maggio 2008

Non toccare il latifondo: c'è la terra dietro l'«autonomia» dei più ricchi

A costo di ripetersi, ecco un articolo che propone la questione fondamentale che c’è dietro le rivendicazioni autonomiste.
 
Non toccare il latifondo: c'è la terra dietro l'«autonomia» dei più ricchi
Riforma agraria Le leggi di Morales ridisegnano le zone fertili ma l'oligarchia non cede. A partire dal capo Marinkovic. Serena Corsi, il manifesto di ieri.
 
L'anomala distribuzione della terra in Bolivia è la causa profonda della condizione di privilegio di Santa Cruz. Che nessuno metta mano a questa anomalia è stato l'obiettivo vero del referendum autonomista di domenica.
La riforma agraria del governo nazionalista di Paz Estenssoro nel 1953 si occupò di parcellizzare e distribuire solo la terra delle province dell'altipiano, densamente popolate da indigeni quechua e aymara, mentre l'oriente era abitato quasi solo da tribù dell'etnia tupi-guaranì e da qualche colonia mennonita.
Così il problema delle terre nell'oriente boliviano è stato sottovalutato finché sono rimaste deserte e il loro valore trascurabile. I primi certificati di proprietà furono assegnati - in modo clientelare - solo durante i governi militari, in particolare quello del generale Hugo Banzer (1971-1978) che era di Santa Cruz e in questo modo si sdebitò con i clan e le logge che avevano appoggiato il suo golpe.
Oltre a concedere migliaia di ettari di terra coltivabile, lo Stato contribuì a impiantare nella «mezzaluna» orientale del paese un capitalismo agricolo - opposto alla frazionata conduzione familiare dell'altipiano - erogando crediti (fra il e il 1960 e il 1983 la provincia di Santa Cruz, che oggi reclama autonomia dalla zavorra del «centralismo andinista», assorbiva da sola il 45% del totale dei contributi statali all'agricoltura) e costruendo le strade e le ferrovie necessarie al trasporto e all'esportazione in Brasile e Argentina.
Con la scoperta, alla fine degli anni '70, dei giacimenti gassiferi nel dipartimento contiguo di Tarija, di cui Santa Cruz divenne il centro di lavorazione industriale e di servizi, e più tardi col boom della soia, Santa Cruz (spinta anche dal lucroso business del narco-traffico) si trasformò rapidamente da una cittadina di 50mila anime alla metropoli con più di un milione di abitanti dei giorni nostri.
Ma ormai i giochi fondiari erano fatti, configurando due Bolivie: quella delle centinaia di migliaia di indigeni che insieme possiedono il 56% delle terre (nell'altipiano) e quella delle poche centinaia di latifondisti privilegiati dalla dittatura, un 2% della popolazione che però detiene il 30% del totale della terra coltivabile.
E i cui baroni si sono succeduti fino al 2005 alla presidenza dell'Incra (l'Istituto nazionale per la riforma agraria, che ha avuto sempre e solo presidenti cruceños fino al 2004) scongiurando il pericolo che qualche funzionario zelante trovasse da ridire sull'improduttività delle loro terre e sul modo in cui le avevano ottenute. La situazione è cambiata, almeno sulla carta, nel giugno 2006, con la nuova Ley de tierras promulgata da Morales. La «Riconduzione comunitaria della riforma agraria», criticata da alcuni settori indigeni perché non disconosce il diritto alla proprietà privata della terra e al suo uso per fini di lucro, se non altro decreta che le terre confiscate siano ridistribuite a comunità indigene perché le lavorino collettivamente, e rende più efficiente il lavoro dell'Incra di confiscare terre improduttive o ottenute illecitamente.
Ma la caparbia e prevedibile resistenza degli oligarchi terrieri è riuscita finora a vanificare ogni sforzo: ad oggi, nemmeno un ettaro di terra è stato sottratto al latifondo. Un tentativo si è fatto, e col pesce più grosso di tutti: Branko Marinkovic, il magnate agro-pecuario che è anche il leader del Comité Civico Pro Santa cruz, il perno dell'offensivo autonomista. Marinkovic, accusato di essere venuto illegalmente in possesso di 27mila ettari in piena riserva indigena, ha fatto ricorso alla giustizia dipartimentale (tutt'altro che filo-governativa, visto che ha dato veste «legale» a un referendum illegale) ed è riuscito a deviare il caso in qualche vicolo cieco della burocrazia.
Al di là della retorica sulla libertà e democrazia che ha conquistato tutta la classe media cruceña, il caso Marinkovic è l'emblema di quello che il federalismo giuridico e amministrativo invocato dagli «civici» nasconde: la salvaguardia della ricchezza e la copertura delle frodi dell'oligarchia cruceña. I baroni dell'oriente sognano una divisione di competenze fra stato e province per cui loro uomini tornerebbero a occupare i posti chiave dell'Incra locale, mentre al governatore spetterebbe il compito di dirimere i conflitti agrari («il lupo che bada alle pecore»), con buona pace della riforma agraria resuscitata da Morales.
Con buona pace soprattutto delle migliaia di colonizadores - quelli che la terra, invece, ce l'hanno a malapena sotto le unghie: i braccianti venuti dall'altipiano in cerca di qualche ettaro. E che il più delle volte finiscono nelle periferie marginali di Santa Cruz: non a caso gli scontri più gravi di domenica sono stati nel Plan 3000, il quartiere popolare della città abitato per metà da colla (gli originari dell'altipiano), e per metà da camba (boliviani dell'oriente), lontani anni luce dalle fortuna ammassata dai vari Marinkovic e che però - deja vu - accusano i colla di venire a rubargli lavoro. Al di là delle trattative di palazzo, la cruenta battaglia del Plan 3000 ha mostrato le braci ardenti di un conflitto etnico mai spento.I «civici» hanno soffiato spregiudicatamente sul fuoco per allargare l'appoggio al referendum e farlo sembrare una domanda di «tutta Santa Cruz», compresi i poveri e gli indigeni, e non dell'oligarchia. Ma raccogliere la tempesta che può venirne fuori sarebbe tutta la Bolivia.
postato da: anticap alle ore 14:38 | link | commenti
categorie: bolivia
lunedì, 05 maggio 2008

Evo habla de fracaso y llama a negociar en base a su CPE

NOIeri, nel referendum sull’autonomia di Santa Cruz il SI ha ottenuto l’86% di voti, contro il 14 % di NO, la percentuale di votanti è stata del 61%, superiore alla maggioranza del 50% necessaria affinché gli stessi proponenti lo considerassero valido. Del resto la Legge boliviana sul referendum dice chiaramente che i referendum dipartimentali si possono tenere esclusivamente “Para temas que hacen exclusivamente al ámbito y competencias de un determinado departamento”. Ora, bisogna spiegare agli autonomisti di tutto il mondo, compresi i nostri leghisti, che attribuirsi le competenze esclusive, come si evince dallo Statuto autonomico all’articolo 6, non è propriamente materia di esclusiva competenza dipartimentale, anzi, come qualsiasi buon manuale di diritto pubblico insegna, è solo lo Stato che può dire quali sono le competenze proprio e quelle delle autonomie locali. E’ evidente quindi che fare un referendum in cui si auto-proclama la propria autonomia non è materia dipartimentale ma materia statale, pertanto il referendum è chiaramente illegale. Detto questo ieri è stata un’altra giornata drammatica, ci sono stati un morto (a causa dei gas lacrimogeni lanciati dalla Polizia) e diversi feriti, negli scontri tra gli oppositori e i favorevoli al referendum. C’è poco da gioire, se fossi nei leader locali, considerando che sono state le consultazioni più violente e meno partecipate nei 25 anni di democrazia boliviana. Come gli stessi leader autonomisti hanno affermato, ora dovranno negoziare con il governo centrale, cosa che si sono sempre rifiutati di fare. Da osservare che questa volta i mass media italiani (valga come esempio Repubblica con il suo pseudo-corrispondente Omero Ciai) non hanno, come al solito, descritto Morales come il presidente indio filo Chavez, ma hanno parlato di referendum secessionista delle regioni ricche dell’oriente, con evidenti pericoli destabilizzanti. E se lo dicono loro ci sarà un motivo.
 
Evo habla de fracaso y llama a negociar en base a su CPE
El Jefe de Estado dijo que promoverá una autonomía para los pueblos, pero no una que sea inconstitucional y que beneficie sólo a grupos. 
La Razon del 5 maggio 2008
 
Tras calificar como un “rotundo fracaso” el referéndum cruceño de aprobación del Estatuto Autonómico, el presidente Evo Morales convocó anoche a todos los prefectos del país a negociar la aplicación de un sistema autonómico, pero en base al texto constitucional aprobado por su partido en noviembre del 2007.
La invitación pública la hizo durante un mensaje ofrecido en el Palacio de Gobierno para evaluar la jornada electoral cruceña, en la que volvió a calificar de “ilegal e inconstitucional” el referéndum y advirtió que este proceso sólo provocó división entre los habitantes de Santa Cruz.
“Quiero convocar a todos los prefectos, que desde mañana (hoy) trabajemos por una verdadera autonomía, una autonomía basada en la nueva Constitución Política del Estado boliviano. Espero que los prefectos me puedan escuchar, para que juntos garanticemos una autonomía para regiones, para sectores como los pueblos indígenas, pero también para los departamentos”, señaló el Jefe de Estado.
No obstante, advirtió que no dará curso a procesos inconstitucionales e ilegales, tal como minutos antes calificó a la consulta realizada en Santa Cruz.
“No se puede forzar, obligar, bajo intimidaciones tratar de llevar autonomías inconstitucionales, ilegales como pretendían; esperamos que mi llamado sea escuchado por los prefectos para garantizar una autonomía para los pueblos y no para grupos”.
Morales aseguró que los líderes cruceños fracasaron en su afán de aprobar un estatuto departamental inconstitucional, porque según sus cálculos la oposición al documento sumó más del 50%, tomando en cuenta la abstención del 39%, el voto por el No (14%) y los votos nulos (2,4%).
Contrariamente, dijo que en Santa Cruz nació un proceso de resistencia a los líderes locales, encabezado por la población que salió a las calles para rechazar un proceso reñido con la ley.
“Expreso mi gran respeto, mi admiración al pueblo cruceño por esta resistencia contra un Estatuto Autonómico separatista y divisionista. Hoy sólo hubo violencia y enfrentamiento entre las familias que viven en el departamento de Santa Cruz”, señaló.
En criterio del Presidente, la irregularidad del proceso de consulta de ayer no sólo estuvo marcada por el elevado nivel de abstencionismo, que según dijo “seguramente triplica” los niveles históricos, sino además por otras irregularidades como la circulación de papeletas previamente marcadas y la violencia ejercida por grupos civiles que respaldaron la consulta.
Morales, al final, insistió en trabajar sobre las autonomías.
postato da: anticap alle ore 13:31 | link | commenti
categorie: bolivia