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giovedì, 31 luglio 2008

Santa Cruz spaccata in due

A due settimane dal referendum revocatorio del 10 agosto in Bolivia un reportage da Santa Cruz, di Barbara Meo Evoli.
 
SANTA CRUZ, Bolivia - Per le strade del centro di Santa Cruz si vedono case, bar e locali pubblici con bandiere e insegne verdi con scritto “Autonomia Sì”, ma appena si oltrepassa la terza circonvallazione nella direzione della periferia, scompaiono e sono sostituite dalle scritte verniciate a mano “Evo adempie” alle sue promesse, “Bolivia cambia”.
 
Il 4 maggio scorso si è svolto nel departamento di Santa Cruz il referendum confermativo del nuovo statuto regionale approvato con l’85% dei voti favorevoli e promosso dall’oppositore al governo Ruben Costas, il presidente della regione più ricca della Bolivia. Santa Cruz, oriente del paese, infatti, oltre a essere produttrice dei sette decimi degli alimenti boliviani, possiede anche ampie riserve di petrolio. Il 10 agosto invece si terrà il referendum revocatorio dei mandati di presidente, vicepresidente e tutti i presidenti delle regioni, tra cui sette su nove sono dell’opposizione. I sondaggi hanno pronosticato una conferma del mandato del presidente Evo Morales che manterrebbe una popolarità maggiore del 50%.
 
Riguardo allo statuto, il vicepresidente della regione, Roly Aguilera, ha affermato che si fondamenta in una «rivendicazione storica di Santa Cruz, ossia una maggiore autonomia dal governo centrale di La Paz, così da poter concretare una democrazia più profonda». Secondo invece il Movimento al Socialismo (Mas, il partito governante), il referendum è stato un’ulteriore manovra per frenare il processo di rifondazione dello stato promosso dal governo.
 
Il presidente della potentissima Confederazione agraria dell’Oriente (Cao, con funzioni simili alla Confindustria italiana), Mauricio Roca, ha confermato la posizione delle autorità regionali rispetto all’autonomia, evidenziando che il prossimo referendum revocatorio «è invece illegale e porterà solo a un maggiore scontro fra chi sostiene il governo e chi si oppone». «Noi (dell’opposizione) – ha proseguito - vogliamo solo lavorare e desideriamo la pace per il paese». Ma l’assessore della Cao, Luis Baldomar, ha spiegato che in realtà «il referendum sull’autonomia è stato un meccanismo per non arrivare alla separazione di Santa Cruz dal paese» poiché la battaglia «è fra due modelli di stato: uno socialista e comunitario voluto dal governo, e uno neoliberale» voluto dalla destra che si concentra a Santa Cruz.
 
Lo storico e sociologo Humberto Vazquez Vania, spiega che l’autonomia regionale che si è raggiunta è un grande passo avanti, considerando che fino al 2005 i presidenti delle regioni erano nominati dal presidente della repubblica e non eletti, ma che deve essere resa ancora più incisiva. «La destra – afferma - si è appropriata dell’idea di Autonomia, quando invece è un’aspirazione di tutta Santa Cruz» e sottolinea che «lo statuto della regione è stato redatto secondo le direttive delle due grandi loggie massoniche di Santa Cruz: Toborochi e Cavalieri dell’oriente, che sono proprietarie delle società che gestiscono acqua, elettricità, telefonia e mezzi di comunicazione».
 
Un dato tristemente noto è che, da quando è stato eletto Morales, si sono ripetute non solo a Santa Cruz ma anche in altre regioni, aggressioni fisiche contro i “collas”, ossia i boliviani dell’occidente del paese con tratti somatici degli indigeni quechua e aymara, e contro chi appoggia il Mas. Nel dicembre 2006 sono state picchiati a sangue decine di indigeni e contadini della provincia Chiquitania (nord di Santa Cruz), e son stati bruciati i loro negozi e case in vari paesini. Queste violenze sono state imputate dal governo all’Unione giovanile di Santa Cruz (Ujc), organizzazione legata al Comitato civico pro Santa Cruz, che raggruppa le piccole e grandi imprese della regione e dirige la campagna politica dell’opposizione.
 
Luis Nuñez, il vicepresidente del Comitato, ricorda invece che anche l’opposizione è stata attaccata fisicamente da coloro che appoggiano il governo, da lui definito come «dittatoriale e totalitario» e denuncia di essere «stato assalito dal dirigente del Mas Felix Martinez poco prima del referendum sull’autonomia, mentre mi apprestavo a fare propaganda».
 
Un ragazzo che vuole mantenere l’anonimato e che apparteneva all’Ujc ha dichiarato che «il Comitato ci paga da 50 boliviani (8 dollari) a 100 dollari dipendendo dal grado di ogni membro e quando entri dentro non ne puoi uscire». «Io adesso – spiega senza alzare lo sguardo - ho capito che è sbagliato prendersela con Morales o gli indigeni, che il razzismo che ci insegnano non porta a nulla di buono. Ho deciso di uscire dall’Unione e sono dovuto fuggire dalla città di Santa Cruz, così non mi possono trovare Nuñez inoltre ha denunciato che «il governo di Morales ha ricevuto e riceve finanziamenti illeciti dal governo di Hugo Chávez e usa questi soldi per fare campagna proselitista e regalare assegni in bianco alla gente umile delle campagne e della periferia».
«I finanziamenti – ha affermato in risposta il massimo dirigente del Mas di Santa Cruz, Edgar Rivero - sono una donazione del Venezuela alla Bolivia nell’ambito di un accordo di cooperazione internazionale» e ha invece denunciato «il finanziamento della campagna a favore dell’opposizione da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia».
 
Secondo le ricerche di Benjamin Dangl, giornalista statunitense, dei documenti dell’agenzia di cooperazione americana USAID, rivelano che nel 2006 «sono stati donati 4.451.249 dollari ai governi delle regioni che promuovevano l’autonomia (ossia dell’opposizione)».
 
La destra oggi reputa ad altissimo rischio di frode elettorale il prossimo referendum revocatorio, non aveva dato però lo stesso allarme per il passato referendum sull’autonomia. Il 4 maggio Hugo Cayo, il dirigente del Mas del quartiere povero Plan Tres Mil dove si concentra l’appoggio al governo a Santa Cruz, aveva voluto denunciare frode elettorale. Cayo è stato arrestato ed è tuttora sotto processo per aver denunciato di aver trovato nelle urne dei voti per il Sì all’autonomia prima dell’apertura del seggio.
 
Nel conflitto fra governo e destra non si può non accennare al ruolo centrale dei media. «Questi - afferma Hernan Cabrera, il segretario generale della Federazione dei sindicati della stampa di Santa Cruz - appartengono tutti ai grandi imprenditori boliviani e alla elite che si oppone al governo». «Qui – sottilinea – si fa campagna politica con la stampa. L’informazione è uniforme in tutti i media, che infatti apertamente promuovono la ratifica di Costas nel referendum revocatorio».
 
La Bolivia corre un grave pericolo di balcanizzazione dovuto all’esaltazione dei regionalismi e l’esasperazione delle differenze fra “cambas”, gli orientali meticci, e “collas”. Tale scontro, secondo la destra, è da imputare al governo che non fa altro che esaltare l’indigenismo dimenticando le rivendicazioni della classe media.
 
L’odio fra “collas” e “cambas” in realtà non esiste. La destra ha fatto leva sulla presenza di diverse razze nel paese per spaccare il paese e vincere la lotta che intraprende contro il governo centrale. In Bolivia la lotta non è fra “cambas” e “collas”, che hanno d’altronde sempre convissuto pacificamente, ma fra due modelli di paese. È la lotta fra chi ha dei privilegi e chi no.
 
www.meoevoli.eu
postato da: anticap alle ore 07:58 | link | commenti (1)
categorie: bolivia
martedì, 29 luglio 2008

Ancora sull'incontro del 22 luglio

Vi propongo un ulteriore resoconto dell’incontro del 22/7 grazie all’encomiabile ente spagnolo FEYDA che ha il grande merito di mettere in rete le informazioni quasi in tempo reale.
Nella sostanza conferma le notizie riportate in precedenza. Emerge a mio parere un modo di lavorare serio e preciso delle autorità boliviane, di cui bisogna dare atto.
Sembra poi che i periodi presi in esame per fornire i dati sulle adozioni siano il triennio 2002-2004 e quello 2005-2007. Se quindi i dati sono quelli riportati in precedenza 569 nel primo triennio e 290 nel secondo, si tratterebbe di un indubbio calo delle adozioni.
 
 
INFORME SOBRE LA REUNIÓN DEL DÍA 22 DE JULIO PASADO EN LA CIUDAD DE LA PAZ ENTRE FUNCIONARIAS DEL VICEMINISTERIO DE GÉNERO Y ASUNTOS GENERACIONALES Y REPRESENTANTES DE ORGANISMOS INTERMEDIARIOS EN ADOPCIÓN INTERNACIONAL ACREDITADOS EN BOLIVIA.
 
La reunión denominada “informativa” tuvo el propósito de presentar “los lineamientos de la adopción internacional en Bolivia” por las funcionarias de la Autoridad Central boliviana.
 
La inauguración estuvo a cargo de la Viceministra, Dª. Evelin Ágreda Rodríguez, que en pocas palabras expresó la política de la actual administración de gobierno con relación a la adopción internacional, manifestando su deseo de que en el mediano plazo nuestros niños no tengan que salir del país para tener una familia y siguiendo la línea del gobierno, expresó que sea la comunidad la que pueda acogerlos.
A continuación, la abogada de esa instancia gubernamental expuso la normativa legal vigente en Bolivia con relación a esta temática, explicando los convenios a los cuales Bolivia se había adherido.
Seguidamente fue el turno de la psicóloga, Dª. Jenny Vargas, quien presentó el diagnóstico que realizaron con relación al número de organismos intermediarios acreditados (ECAIS) por el gobierno de Bolivia, detallando aquellos que tienen sus acuerdos caducados y los que aún los tienen en vigencia; número de procesos de adopción internacional tramitados desde el año 2002 al 2007. Distinguiendo dos períodos: 2002 al 2004 (período en el que aún no funcionaba la Autoridad Central boliviana), y 2005 al 2007.
 
Posteriormente, la Directora de Género dio a conocer las determinaciones adoptadas por ese Viceministerio sobre la adopción internacional, que consistió en comunicar la emisión de:
 
1. Resolución Administrativa Nº004/08 del 19 de abril de 2008 que levanta la pausa para la acreditación de nuevos organismos intermediarios, vigente a partir de ese momento.
 
2. Resolución Administrativa Nº005/08 del 19 de abril de 2008 que establece limitar el número de organismos intermediarios acreditados en Bolivia a 20, que son los que actualmente están trabajando, entre los que tienen sus acuerdos vigentes y caducados. Se aclaró expresamente que se renovarán los acuerdos organismo por organismo y que no se acreditará a ningún otro más, habiéndonos comentado que existen treinta y cinco nuevas solicitudes de acreditación, las que no serán consideradas.
 
3. Comunicado Nº001/08 del 19 de abril de 2008 que:
3.1. Recuerda que la Autoridad Central boliviana en materia de adopción internacional es el Viceministerio de Género y Asuntos Generacionales;
3.2. Que, la adopción internacional es de carácter excepcional, por lo que la adopción nacional y la figura de las familias sustitutas son prioritarias;
3.3. Que, la Autoridad Central es la que establece la adoptabilidad de un niño y no así los jueces de la niñez y adolescencia.
3.4. Que, el consentimiento otorgado por la Autoridad Central del Estado de recepción debe ser de fecha posterior a la del informe de adoptabilidad emitido por la Autoridad Central boliviana;
3.5. Que, la Autoridad Central boliviana emitirá el informe de conformidad y el respectivo comunicado oficial dirigido a la Autoridad Central del Estado de recepción, documento sin el cual ningún niño podrá salir de Bolivia;
3.6. Que, la Autoridad Central boliviana puede solicitar en cualquier momento a los organismos intermediarios informe financiero de todos los gastos realizados en un proceso de adopción.
3.7. Que, el incumplimiento de cualquiera de los puntos antes señalados dará lugar al rechazo del trámite, asumiendo el compromiso de dar respuesta a las peticiones en el plazo de 72 horas.
 
4. Instructivo Nº001/08 del 19 de abril de 2008 que da a conocer los lineamientos sociales y psicológicos generales que deben contener los informes a efectos de valoración de idoneidad y adoptabilidad para las adopciones internacionales.
 
Finalmente, entre la trabajadora social y la psicóloga presentaron los formatos que deben seguir los informes sociales y psicológicos, tanto para la idoneidad de las familias como para la adoptabilidad de los niños.
 
Con ello concluyó la reunión, no sin antes comprometerse a cumplir con los plazos para la entrega de documentos y convocar a más reuniones con jueces de la niñez, funcionarios de las Defensorías de la Niñez y Adolescencias y Servicios Departamentales de Gestión Social para socializar estas determinaciones.
 
CONCLUSIONES:
Como conclusiones de esta reunión puedo señalar:
1. El equipo de profesionales del Viceministerio mantuvo una actitud muy cordial y amigable.
2. Se renovarán los acuerdos marco de todos los organismos actualmente acreditados. Lo harán uno por uno.
3. No acreditarán a nuevos organismos intermediarios.
4. FEYDA fue el primer organismo al cual revisaron todos los informes post-adoptivos, lo que hace presumir que seremos también uno de los primeros en renovar nuestro acuerdo marco.
 
Gustavo Camacho – Asesor Jurídico de la ECAI FEYDA en Bolivia
postato da: mammamoni alle ore 13:25 | link | commenti
categorie: racconto, informazioni, adozione

L'opposizione cerca di fermare il referendum

m.m., il manifesto del 24 luglio 2008
In Bolivia l'opposizione gioca il tutto per tutto pur di impedire il referendum revocatorio del 10 agosto. E più in generale per rendere la vita impossibile a Evo. Martedì è stata la volta del Tribunale costituzionale. Anzi di una magistrata del Tribunale costituzionale, l'unica in carica dopo la rinuncia degli altri quattro componenti.
La giudice Silvia Salame, accogliendo un ricorso di un deputato dell'opposizione parlamentare, ha ordinato di «sospendere» il referendum in attesa che Tribunale costituzionale decida della sua costituzionalità. Una decisione singolare visto che essendo da sola, manca qualsiasi quorum.
Il governo ha reagito presentando una «denuncia penale per prevaricazione» contro la giudice Salame. L'opposizione parlamentare e i governatori dei dipartimenti anti-Morales - Santa Cruz, Tarija, Beni, Pando e Cochabamba -, che dovevano anch'essi rimettere in gioco le loro cariche il 10 agosto come il presidente della repubblica, hanno festeggiato la sospensione.
Due ministri hanno obiettato che il referendum, pur non essendo previsto dalla costituzione, poggia «su una legge della repubblica assolutamente costituzionale e legale e non c'è modo legale per impedirlo».
Ieri la Corte nazionale elettorale, l'organo incaricato dell'organizzazione del referendum, ha smentito la giudice confermando la consultazione per il 10 agosto. Il presidente della Cne, José Luis Exeni, ha detto che «essendo il referendum stato approvato con una legge, solo una legge o una risoluzione del Tribunale costitzionale, può paralizzarlo o differirlo». Non una giudice.
Il ricorso di costituzionalità era stato presentato alla Cne dal deputato Arturo Murillo, di Unidad Nacional. Il Cne l'aveva bocciato e poi l'aveva passato, come prescrive la legge, al Tribunale costituzionale. La giudice Salame ha accettato di ricevere il ricorso e, ha detto, questo implicava l'automatica sospensione del referendum fino alla decisione definitiva della corte. Che essendo per quattro quinti vacante non potrà decidere per un bel po'. Un pasticcio psuedo-legale dagli scopi politici chiarissimi.
Il voto revocatorio - del tipo di quello previsto nel Venezuela di Chavez - era stato proposto all'inizio da Evo nel tentativo di sbloccare la impasse politica seguita ai referendum «autonomisti» lanciati dai governatori dipartimentali. Che infatti erano contrari, sentendo le proprie poltrone a rischio (l'unica tranquilla dei 9 era Savina Cuellar, ex del Mas di Morales passata all'opposizione, eletta il 29 giugno). Poi era stato ripreso dall'opposizione parlamentare che avendo perso peso rispetto ai governatori dipartimentali cercava di riprendere l'iniziativa contro Morales. La legge era passata - caso raro - all'unanimità. I governatori non volevano il referendum ma alla fine avevano dovuto rassegnarsi.
La crisi interna cade mentre è arrivata in Bolivia, martedì, una delegazione Usa guidata da Thomas Shannon, segretario di stato aggiunto per l'emisfero occidentale. I rapporti fra la Bolivia di Evo e gli Usa di Bush attraversano il loro peggior momento da 20 anni. Il programma di Shannon prevedeva incontri con Evo (che l'ha convocato al Palacio Quemado alle 5 del mattino) ma anche con i leader «autonomisti» di Santa Cruz e una visita - che ha provocato le proteste del presidente perché «la Bolivia è un paese sovrano e i viaggi interni di qualsiasi funzionario straniero devono essere concordati con il governo» - nella regione cocalera del Chapare, la roccaforte di Morales. E da dove i cocaleros hanno di recente «espulso» la Usaid, l'agenzia Usa agli aiuti (aiuti a chi?). Morales ha anticipato che nell'incontro con Shannon gli avrebbe presentato «le prove» dell'incessante ingerenza Usa negli affari interni della Bolivia e della «cospirazione» sistematica dell'ambasciata e dell'Usaid.
postato da: anticap alle ore 08:59 | link | commenti
categorie: bolivia
giovedì, 24 luglio 2008

ALCUNI CHIARIMENTI DOPO LA RIUNIONE DEL 22 LUGLIO

Al di là dell’entusiasmo per la tanto sospirata riunione di ieri, dal forum spagnolo El Rincon Boliviano viene riprodotto un resoconto di questo incontro che riporto tradotto.
Come mi hanno confermato all’Istituto La Casa, dopo aver sentito la referente di La Paz, il Viceministero procederà ad analizzare la posizione di ciascun ente, verificando se ha prodotto tutti i documenti e se quindi permangono i requisiti per il riaccreditamento. Quindi non c’è ancora un via libero.
Il documento, se si suppone veritiero e attendibile, riporta alcune importanti affermazioni.
In particolare dove si afferma esplicitamente che le adozioni internazionali continueranno nel medio periodo ma l’obiettivo è quello di fare in modo che la Bolivia non sia più costretta a ricorrervi.
Così come si ribadisce che sarà obbligatorio il certificato di conformità, suppongo quello dell’autorità boliviana, per consentire l’autorizzazione all’espatrio del minore.
Infine gli enti che operano in Bolivia sono 20 (riportati qui) e 20 devono restare, e, scusate, su questo sono d’accordo con la Viceministra.
 
 
E’ stata fatta questa mattina (22 luglio 2008) la tanto attesa riunione fra la Viceministra e i rappresentanti legali dei organismi accreditati per portare avanti le adozioni nella Bolivia.
 
La Viceministra ha tracciato le grandi linee politiche per l’adozione internazionale, ha ricordato che in base alla Convenzione dell’Aia e alla legislazione boliviana, l’adozione internazionale è una misura di eccezione, che si dà solo quando nel caso di un determinato minore, sono state esaurite tutte le altre alternative (reinserimento familiare, adozione nazionale, collocamento nella famiglia sostituta, ecc).
 
Che l’obiettivo a media e lunga scadenza é che tutti i bambini boliviani, e comunque tutti i boliviani possano rimanere nel loro paese, non dovendo andare in un altro paese attraverso l’adozione o l’emigrazione perché la Bolivia non li offre questa possibilità.
 
A breve termine, le adozioni internazionali continueranno.
 
Per questo sono state fissate alcune linee:
 
1. E’ stata tolta il pausa amministrativo, inoltre non si accetterà nessuna nuova istituzione/ente, poiché che si stima che i 20 organismi che esistono attualmente sono più che sufficienti.
 
2. In relazione agli accordi marco, si é deciso di cominciare un processo di rinnovo uno ad uno. La clausola determinata dice “Limitare e selezionare gli accreditamenti degli organismi intermediari dell’adozione internazionale per un totale di 20 organismi”.
 
3. Questo vuole dire che in maniera bilaterale, il viceministero come autorità centrale, rivedrà la documentazione con ognuno, chiederà i rapporti supplementari e i corrispondenti chiarimenti, rispetto alle denunce di irregolarità commesse dal organismo negli ultimi cinque anni. Sarà un processo che prenderà il tempo che è necessario. Non ci sono scadenze.
 
4. Si impegnano a velocizzare le scadenze (non di attesa delle domande in quanto questi non dipendono di loro) ma da quando il minore è dichiarato ADOTTABILE (cioè in grado di essere adottato). L’atto di dichiarare l’adottabilità é di competenza della Autorità centrale (il Viceministero) e non del giudice. Pertanto le coppie devono essere informate solo dopo che del minor ne è stata dichiarata l’adottabilità, per cui se anche è stato pre-abbinato dal giudice può darsi che questo pre-abbinamento non sia eseguito se il Viceministero valuta che il minore non è adottabile.
 
5. Si é comunicato, che nessun minore uscirà dal territorio boliviano senza il certificato di CONFORMITA’ che rilascia l’autorità centrale boliviana, una volta che è stata dettata la sentenza, ed ha verificato che il processo è stato compiuto con tutti i requisiti.
Questa procedura vige dal marzo del 2005, ma solo pochi paesi la rispettano, anche se è stato comunicato ai rispettivi consolati. Da questo momento la polizia degli aeroporti non lascerà uscire nessun minore che non avrà questo documento.
 
6. Si sono esposti modelli per i rapporti psico-sociali, sia per quelli che arrivano dai paesi di origine delle coppie come per quelli che devono essere elaborati dalle equipe tecniche della Bolivia, con l’obiettivo di unificare i criteri ed evitare le lunghe attese per le richieste nel caso debbano essere completate.
 
7. Rispetto alle statistiche fornite, il dato più importante è stata la brusca contrazione nel numero di adozioni: mentre nel periodo di 2000 -2004 sono state fatte 569 adozioni, dal 2005 al 2007 né sono state fatte 290 (nota mia: se i periodi e i dati sono corretti non c’è nessuna brusca contrazione perché dal 2000 al 2004 sono 4 anni e dal 2005 al 2007 sono 2 anni, se dividiamo 659:2 arriviamo a 284 adozioni in 2 anni, meno delle adozioni fatte nel biennio2005-2007, ma evidentemente non è giusto l’anno di partenza, il 2000).
Questo é successo anche se il numero di minori istituzionalizzati é aumentato, essendo in questo momento all’incirca pari a 18.000.
 
8. Il viceministero, terrá nei prossimi giorni una riunione con tutti i giudici e il presidente della Corte Suprema, per valutare ed unificare i criteri ma sopratutto per conoscere i risultati di un controllo, che è stata realizzato a livello nazionale nel potere giudiziale, e nel quale si sono verificate le irregolarità nei processi.
Richiama l’attenzione sul fatto che alcune domande aspettano parecchi anni ed altri con determinati giudici e certi organismi, concludono in poco tempo(nota mia: questo mi sembra molto interessante da verificare ed è un bene che se ne siano accorti!). Con procedure chiare, si dovrebbero rispettare i turni di ognuno.
postato da: anticap alle ore 16:33 | link | commenti (1)
categorie: racconto, informazioni, adozione
mercoledì, 23 luglio 2008

LA BOLIVIA HA RIAPERTO LE ADOZIONI!

Ore 9.47, chiama la D.ssa Calori dell’Istituto La Casa: “Le volevo dare la notizia in anteprima, siamo stati riaccreditati per la Bolivia”.
La notizia tanto attesa è arrivata!
Il Viceministero ha inviato questa notte il fax della deliberazione con cui ha proceduto al riaccreditamento di 20 enti in totale (quindi anche non italiani), senza nuovi accreditamenti. In questo modo gli entri possono riprendere a inviare nuovi dossiers.
Ora ci mettiamo al lavoro per fare quanto prima i documenti!
postato da: anticap alle ore 10:00 | link | commenti (5)
categorie: racconto, informazioni, adozione

Notizia di ieri

Sul sito di Feyda si legge:
Queridas familias, según las informaciones recibidas desde Bolivia, se prevé que el próximo 22 de julio se celebre una reunión sobre adopción internacional en La Paz donde acudirán representantes de nuestra ECAI. Tan pronto como sepamos los resultados de la misma, volveremos a colgar información en nuestra web.
E sul forum Aibi, Marisol riporta:
“Pues si, ya tenemos la convocatoria oficial y escrita, firmada por la Viceministra de la reunión. La autoridad central la llama reunión informativa: "LINEAMIENTOS DE LA POLITICA DE ADOPCION INTERNACIONAL EN BOLIVIA". Se llevará a efecto el día martes 22 de julio de 8,30 a 12 hrs. »
Quindi la riunione dovrebbe essere avvenuta ieri, vedremo nei prossimi giorni se ci saranno novità.
 
Che sia la volta buona?
postato da: anticap alle ore 07:13 | link | commenti
categorie: racconto, informazioni, adozione
venerdì, 18 luglio 2008

CARCERE A PAGAMENTO - A SAN PEDRO (LA PAZ) PER ENTRARE SI PAGA.

In Bolivia una prigione unica al mondo. Le celle individuali e per famiglia costano da 100 a 1000 dollari a seconda del «quartiere». Donne e figli con i detenuti. Niente guardie, giustizia «comunitaria». E coca di prima qualità in entrata e uscita. Serena Corsi, il manifesto del 17 luglio 2008.
 
Ogni detenuto è proprietario della propria cella , comprata al prezzo di un centinaio di dollari da un altro detenuto che , scontata la pena, torna in libertà.
Un carcere che sembra una città e che il modello di città sudamericana riproduce in tutto: quartieri «bene»(uno solo per la verità, il Posta) e quartieri per derelitti (praticamente, tutti gli altri: San Martin ,Cancha, Población) ; un'architettura artigianale e stratificata, sviluppata in vicoli che non invogliano i curiosi a infilarcisi per dare un'occhiata; cavi dell'elettricità che si intrecciano a pochi centimetri dalla testa .
E' San Pedro, carcere nel centro storico di La Paz, Bolivia.
Costruito nel secolo XIIX secondo i canoni delle carceri europee dell'epoca, sconfinati ring in cui «a costituire il limite e la minaccia costante per il detenuto non sono secondini...ma esclusivamente gli altri prigionieri», spiega l'antropologa inglese Alison Spedding, docente di Sociologia e Antropologia andina all'Università di San Andrés. A San Pedro vige la «giustizia comunitaria»- questo il nome assunto dai regolamenti di conti - la cui severità farebbe impallidire il più impietoso dei giudici. E un'economia informale che inghiotte tutto il reddito prodotto in quella formale, proprio come succede nelle periferie marginali del continente.
Sì, dimenticando le invalicabili mura che costituiscono il muro esterno, si può dimenticare anche di star passeggiando per un carcere, e immaginare che le persone che spiano di sottecchi il tuo passaggio siano gli abitanti di un qualunque paesino sudamericano: chiassoso, sudicio e vario nella sua ripetitività. Ma è solo per pochi minuti. Poi un dettaglio attira l'attenzione: i bambini, anzichè spostarsi in frotte chiassose, circolano saldamente agganciati alle sottane delle madri, che camminano in fretta e senza guardarsi intorno. Eppure eccoli qui, gli uni e gli altri. Donne e bambini. In un carcere maschile.
«A San Pedro le regole sulla presenza dei famigliari hanno perso importanza ormai molto tempo fa", spiega Gertrudis, una psicologa che lavora all'interno del penitenziario coi progetti del Mlal , il Movimentolaici per l'America latina. «E' sufficiente pagare due soldi perchè i poliziotti all'ingresso fingano di non vedere gli andirivieni di tua moglie che esce al mattino coi bambini...e rientra le sera».
Del resto, il ruolo della polizia a San Pedro non è lo stesso che in un altro carcere. I detenuti hanno rivendicato e ottenuto che non ci siano forze dell'ordine all'interno del recinto penitenziario perchè «si sono resi conto, e sono riusciti a convincere le autorità, del fatto che la presenza di poliziotti aumenta, anzichè prevenire, il livello di violenza all'interno del carcere».
A controllare la situazione è piuttosto una squadra di detenuti scelti a turno quartiere per quartiere, che sfoggiano una divisa disegnata e confezionata fra le mura di casa e un manganello artigianale. «Se vieni scelto, significa che godi del rispetto dei tuoi vicini», dice Pedro, guardia da circa un mese, che passeggia col resto della sua squadra per i vicoli del San Martín. «Ed è lo stesso quartiere che raccoglie i soldi per pagarci: circa 60 boliviani al mese». Sei euro.
L'organizzazione di ogni quartiere, dalla sicurezza alla pulizia (fino all'inquietante gestione della «giustizia comunitaria») è gestita da un delegato, eletto una volta l'anno , e che insieme a quelli degli altri quartieri integra il Consiglio dei delegati, il non plus ultra del potere carceriario . Potere reale, con tanto di compravendita di voti, la vera leva della campagna elettorale.
Ma il politico e il guardiano non sono gli unici mestieri che si possono fare dentro San Pedro. Anzi, è difficile pensare a un lavoro che non riesca a declinarsi anche in questa città da cui non si può uscire ma che, come nella altre, quasi tutto è possibile anche se niente è gratis . Lo stato boliviano non garantisce un tetto sulla testa, nè un pasto al giorno. «La regola è che per entrare a San Pedro si paghino 350 boliviani all'ingresso, e poi almeno altri 1000 per comprarti una cella. Se non ce li hai, cominci a lavorare da salonero , come me», racconta Juan Carlos, 17 anni. Lavorare da salonero significa lavorare per il carcere a uno stipendio «virtuale» di 70 boliviani al mese, finchè non si è raggiunta la somma per coprire il debito dell'entrata.
«Da cinque mesi, mi sveglio all'alba per lavare le strade del mio quartiere, dare una mano in cucina per la colazione, suonare la campanella dell'appello alle sei». Sono in molti, manco a dirlo, ad arrivare a San Pedro sprovvisti del fondo necessario a comprarsi una cella. «Vieni messo in uno degli stanzoni comuni, dove non ci sono materassi. Devi fabbricarte uno coi cartoni della spazzatura, e così passi il tuo periodo da salonero . Al settimo mese ti buttano fuori, e se qualche parente non ti ha procurato i cento dollari per comprarti la tua cella, hai tre alternative: esserti trovato un amico disposto a ospitarti nella sua ; vivere nella cella di qualcuno per cui in cambio lavori gratis; la terza possibilità è andare a vivere nella Chiesa ma - ammette Juan Carlos - meglio evitarlo...a meno che tu sia disposto a essere trasformato in un prete».
Non tutti passano dalla fase salonero perché non tutti arrivano in carcere squattrinati. Il quartiere Posta , isolato dal resto del carcere da un ingresso a parte, è di gran lunga il più caro: non 100, ma 1000 dollari per una cella. Qui quasi tutti i suoi inqulini sono stranieri, arrestati per la legge 1008, la legge sul traffico di stupefacenti.
«Molto spesso si tratta di persone che non si aspettavano di poter essere arrestate, perchè terzi si sporcavano le mani al posto loro o perchè confidavano su di una struttura sapientemente corrotta», spiega Gertudis. I detenuti del Posta rifiutano di stare insieme ai delinquenti comuni nella situazione di precarietà e povertà che si vive negli altri quartieri, e sono disposti a pagare una cifra folle (considerato il cambio boliviano) pur di esserne separati.
«Quando ci fu il boom del narco-traffico, a fine degli anni '80 e inizio dei '90, Posta era pieno di narco-trafficanti che assoldavano squadre di muratori per costruire celle a più piani, vere regge con bagno privato e diverse stanze da letto, frequentate a piacimento dal resto della famiglia, da prostitute e dai loro scagnozzi».
E da cui continuavano i loro affari ancora più comodamente. Perchè se qui a La Paz si chiede a chiunque dove si può trovare droga a buon mercato e a qualsiasi ora del giorno e della notte, ti risponderà: nel carcere di San Pedro.
«E' il luogo più indicato per la polizia di rimettere in circolazione la droga che sequestrano fuori», dice Gertrudis . E per farla uscire nuovamente, il veicolo molto spesso sono i figli dei detenuti: certo,ovvio, i bambini sono meno controllati delle loro madri e perquisiti con meno zelo .
«Professionalmente, io difendo il sistema di San Pedro - dice Gertrudis -. Parto dal presupposto che nessun carcere riabilita nessuno. Ormai questo dovrebbe far parte del senso comune. Almeno, però, il fatto, di continuare a gestire qualcosa che assomiglia vagamente a una vita, al tempo, a un lavoro, a una relazione uomo-donna... è fuor di dubbio che dimunisca la violenza e il sentimento di castigo a cui è sottoposta la persona detenuta».
Quello che, decisamente, non va,è la presenza di bambini e adolescenti. «In Bolivia come altrove, i bambini sono ammessi solo nelle carceri femminili, e solo fino al quinto anno d'età». A San Pedro, invece, rimangono fino all'adolescenza, cioè fino a quando sono ritenuti in grado di affrontare la strada e cavarsela da soli. «Ma è inevitabile che, crescendo qua dentro, riflettano e riproducano l'atmosfera di violenza che respirano». Perchè San Pedro è pur sempre un carcere, dove si sopravvive aderendo alla violenza o, al contario, disinteressandosi il più possibile all'esistenza del resto dei detenuti; dove suicidi e omicidi sono all'ordine del giorno e dove, vista la presenza ufficiosa di donne e bambine, non mancano gli stupri. «E' noto, anche alle autorità, il caso di don Abramo, che condivide una cella piuttosto grande con la moglie e le figlie. Il paradosso è che la condanna che sta scontando è dovuta allo stupro di una delle sue figlie».
Riccardo, cooperante in Bolivia da trent'anni e sposato con una militante del Mas, aggiunge: «la Bolivia sta cambiando con Evo Morales, ma per fare breccia nel sistema carcerario, tenerne sotto controllo la corruzione, e in generale migliorare la situazione dei diritti umani, potrebbero volerci decenni».
In Bolivia, il paese dei linciaggi impuniti ai danni di ladri e borseggiatori, la violenza serpeggia nelle perenne -e apparente-calma andina, e non è raro che un detenuto preferisca la solitudine forzata di Chonchocoro, il carcere di massima sicurezza nell'altipiano di El Alto, alla simulata e scivolosa libertà di San Pedro.
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mercoledì, 16 luglio 2008

Notizie dalla Spagna per le A.I. in Bolivia.

Alcune notizie sulle adozioni internazionali in Bolivia recuperate dal sito dell’ente spagnolo Feyda e che portano la data del 23 giugno 2008.
Oltre a confermare che la pausa amministrativa è stata sospesa si dice che il Viceministero sta prendendo tempo per convocare la riunione informativa per tutti gli enti in cui saranno rese note la nuova normativa e le condizioni per firmare gli accordi quadro con gli enti per l’accreditamento. Sono state proposte alcune date ma nessuna ancora è confermata. Questa lentezza, che si ritrova anche negli abbinamenti, viene giustificata dalla situazione politica e sociale attuale della Bolivia. Però nel messaggio del 25 maggio parlano di una disponibilità del personale migliorata visibilmente.
 
Equipo directivo de la ECAI FEYDA.
Lunes, 23 de Junio de 2008
 
Las personas del Equipo, que se han desplazado a Bolivia, para ver de aclarar la situación de los expedientes que tramita nuestra ECAI, han sido recibidas en el Viceministerio de Asuntos de Género y Generacionales, por profesionales del Equipo Técnico y han analizado la situación de cada uno de ellos.
A pesar de habernos comunicado que la Pausa Administrativa había terminado, no hemos podido conseguir el documento que lo acredita, porque el Viceministerio se está tomando su tiempo para poder convocar la reunión informativa para todos los estamentos, instituciones y Asociaciones involucrados en los procesos de ADOPCIÓN INTERNACIONAL.
En dicha reunión se hará pública la normativa que va a regir a partir de este momento y las condiciones para poder firmar acuerdos con Entidades Colaboradoras de Adopción Internacional.
Se han citado varias fechas pero todas han sido pospuestas hasta hoy.
Mantendremos informadas a todas nuestras familias en cuanto se produzca el evento.
No obstante seguimos teniendo preasignaciones en distintas regionales, aunque el Viceministerio responde siempre con mucha lentitud.
Estas son las condiciones que se dan en Bolivia para las adopciones, debido a su situación política y social. Esperamos que todo se vaya estabilizando y encuentren el equilibrio y la paz necesarios para los pueblos que buscan su desarrollo.
DIRECCIÓN DE LA ECAI FEYDA
 
Equipo directivo de la ECAI FEYDA.
Domingo, 25 de Mayo de 2008
 
Queridas familias:
Estuvimos en la ciudad de La Paz por más de una semana, el equipo trabajó mucho para conseguir que escuchen y atiendan sus demandas.
La comisión que llegó de España, expuso de manera muy favorable, sobre el procedimiento que se tiene en ese país (procedimiento pre-adoptivo y post-adoptivo), por otra parte, se mostró las dificultades por las que atravesamos en nuestro trabajo en Bolivia, finalmente la jurídica que llegó de España, expuso y fundamentó acertadamente las alegaciones para que sean admitidos todos los expedientes que quedaron sin el OK del Viceministerio por razones ajenas a nuestra voluntad, más al contrario debidas a disposiciones sorpresivas y no concertadas de esas autoridades.
De principio a fin escuchamos que la pausa administrativa se había levantado, sin embargo cuando se les pidió una ejemplar de esta disposición descubrimos que en realidad no lo han hecho hasta la fecha.
Consultadas sobre cuando se dará a conocer oficialmente sobre esta y otras disposiciones, las autoridades del Viceministerio indican que convocarán a una reunión donde darán a conocer sobre el levantamiento de la pausa y explicarán todos los puntos de interés en materia de adopción.
Por tanto, lo que resta es esperar esta reunión para luego iniciar el trabajo que corresponda.
Sabemos que toda espera significa mucho sacrificio para todos, pero tengan la seguridad que los más interesados en que esto funcione somos nosotros , los que luchamos en la ciudad de La Paz, minuto a minuto, día a día, advertimos que los resultados fueron óptimos puesto que la disponibilidad del personal mejoró visiblemente.
Los saluda:
Los equipos de Feyda España y Feyda Bolivia.
 
Questo è il sito dell’ente Feyda.
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martedì, 15 luglio 2008

La Paz, mi ciudad

Dicen que cumples
no sé cuántas letras de años
Pero tú ya existías
como existen los nevados

La Paz
Mi ciudad…
Con tus poros de caseras
tu derrumbe permanente
tus lunares de heladeros
tus habuelas con sus lentes

Y tu jolke en Munaypata
te has comido las estrellas
Y hasta tienes graderías
con tus amores a medias

Con tus canchas inclinadas
y tus perros disecados

Utopista…Cementerio
con tu muelita del Diablo

Tus mejillas de laderas
y tus marchas sin motivo
y tus frutas esparcidas
el Montículo tu ombligo

Y hasta tienes una Ceja
que parece un hombro eterno
y tu jopo de Illimani…
y tus ríos con ruleros…

La Paz… Mi ciudad
Eres llockalla lavando autos
Eres matraca con su moreno
Eres mi pena con su alegría
Eres la coca de los obreros
Eres la casa que nunca tuve
Eres la viuda del mártir pobre
Eres la tumba de los tiranos.

La Paz… mi ciudad
Recibe todo mi amor
Por los próximos 500 años
 
(Texto de Manuel Monrroy Chazarreta)
 
La Paz_Illimani_2 
Grazie a Willy Jordan
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L'ira di Morales: Europa vergogna

Dopo una breve pausa di vacanza torniamo con una bella notizia: i nostri amici di La Paz, Erika ed Hernan, hanno adottato una bella bimba di 8 mesi di Oruro! Sembra proprio che le adozioni nazionali funzionino… Riporto poi l’intervista fatta a Evo da il manifesto del 28 giugno.
 
L'ira di Morales: Europa vergogna
«La direttiva sui rimpatri è un'aggressione alla vita e all'umanità»: il presidente della Bolivia minaccia di sospendere i negoziati tra Comunità andina e Unione. E per il referendum su di lui, fissato per il 10 agosto e boicottato dai separatisti, avverte: «Il popolo ha capito chi vuole il controllo di terra e gas».
Pablo Stefanoni, il manifesto del 28 giugno 2008
 
Il presidente boliviano Evo Morales dice di essere molto deluso dall'Europa, che considerava «un alleato strategico» nella lotta per i diritti umani. Vestito casual, parla anche dell'attuale situazione della Bolivia e si entusiasma per la possibilità di una secca sconfitta della destra nel referendum revocatorio fissato per il 10 agosto, che adesso i prefetti (governatori) dei 4 dipartimenti della cosiddetta «mezzaluna» autonomista guidata da Santa Cruz, respingono. Il presidente indigeno è convinto che la consultazione convocata dal Congresso sia una luce in fondo al tunnel della crisi politica del paese, dove il progetto autonomista delle élites dell'oriente e del sud cozza contro il progetto di costituzione - di conio nazionalista e indigenista - approvato dalla Costituente nel dicembre 2007. «Che il popolo decida se vuole che il processo di cambiamento vada avanti o che torni il neo-liberismo», dice Morales con tono di sfida. E dedica anche alcune parole all'ambasciatore Usa Philip Goldberg, richiamato a Washington «per consultazioni» dopo le proteste davanti alla sua ambasciata di La Paz per l'asilo politico concesso negli States all'ex-ministro della difesa di Gonzalo Sánchez de Lozada (anche lui al sicuro negli Usa), Carlos «el Zorro» Sánchez Berzaín, che ordinò la repressione, più di 60 morti, durante la «guerra del gas» del 2003.
 
La direttiva rimpatri approvata dall'euro-parlamento è la «direttiva vendetta»?
In tempi di guerra e di fame, l'America latina ha aperto le porte agli europei con grande generosità. Senza bisogno di visti. Ma quando un po' di latino-americani cercano di migliorare le loro condizioni di vita in Europa si scontrano con la discriminazione, il razzismo, il disprezzo e adesso con l'espulsione e il carcere. Cos'è la cosiddetta direttiva rimpatri?
Ho sostenuto molte volte che l'Europa è un alleato strategico nella difesa dei diritti umani, però con questo tipo di provvedimenti perdo un po' di speranza. È un'aggressione contro la vita e l'umanità. È importante dare battaglia contro questo tipo di direttive. Sembra che la globalizzazione sia valida solo per il commercio, guardando al mercato e ai soldi, non agli esseri umani.
 
Questo può frenare i negoziati commerciali in corso fra Can, la Comunità andina, e Ue?
Sto pensando di sospendere i negoziati. Che senso hanno quando loro stanno decidendo di espellere i nostri fratelli e sorelle? La Bolivia non ha mai pensato di espellere nessuno. Ho detto anche che tutti quelli nati in Bolivia, oltre che boliviani, sono originari. Anche se, ovvio, alcuni di noi sono originari da millenni - e molto poveri - e qualcuno è originario contemporaneo - pochi ma in genere molto ricchi. La colonizzazione ha implicato l'accaparramento di milioni di ettari di terre indigene e delle nostre risorse naturali ma neanche così abbiamo mai pensato di espellere chicchessia. Sa a che conclusione sto arrivando? Loro, gli europei, parlano di cooperazione però in realtà non c'è alcuna cooperazione da parte dell'Europa perché in ogni caso si tratta di una restituzione rispetto al saccheggio perpetrato ai danni dei nostri predecessori. Se l'Europa vuol continuare a sbandierare la lotta per i diritti umani, deve annullare questa direttiva rimpatri.
 
Se l'ambasciatore Usa Philip Goldberg tornerà a La Paz gli consentirà di entrare al palazzo presidenziale?
Sono e morirò anti-imperialista. Una cosa è garantire la proprietà privata - tutti abbiamo qualche proprietà privata - e un'altra è il capitalismo, il neo-liberismo, la globalizzazione e l'imperialismo per aumentare l'accumulazione dei capitali in poche mani. Il mio desiderio è vedere la Bolivia liberata dalla presenza dell'Usaid, l'agenzia di cooperazione del governo Usa, e questo già si comincia a vedere da questa settimana nel Chapare dove i compagni hanno deciso che se deve andare via. La Bolivia non si inginocchia più davanti all'impero. I governatori dell'opposizione si sono uniti nel rifiuto del referendum revocatorio.
 
Qual è la strategia del governo di fronte alla possibilità di un boicottaggio?
Sarà il popolo a dover resistere ai rappresentanti dell'oligarchia e delle conventicole. Il popolo ha già capito chi sono i cacicchi locali nei dipartimenti cosiddetti autonomi che vogliono il controllo totale di risorse nazionali come la terra e il gas. E si sta già ribellando. I governatori d'opposizione stanno facendo appello a un grande accordo nazionale.
 
Qual è la risposta del governo?
Che peso morale ha per parlare di un accordo nazionale, gente che si muove al di fuori della legalità e della costituzione, con pratiche razziste e fasciste? Se vogliono parlare di riconciliazione che rinuncino prima ai loro privilegi, ai latifondi... Il loro obiettivo è creare inflazione, accaparrando prodotti, per poi gettare la responsabilità su Evo Morales. L'unico prodotto di cui in realtà c'è penuria è il grano, che è un problema mondiale. Prima il grano ci veniva regalato da Usa e Canada per creare dipendenza. Ma per il resto dei prodotti alimentari si tratta di speculazione da parte di alcuni imprenditori.
 
A lei piace scommettere sui risultati elettorali. Azzarda un pronostico sul 10 agosto?
Se si votasse domani per il referendum revocatorio, sono sicuro che supereremo il 54% ottenuto nelle elezioni del 2005. Sono ottimista. Di tanto in tanto si parla di destabilizzazione della Bolivia e di possibili attentati contro di lei? Crede che la sua vita sia in pericolo? Nel settembre dell'anno passato, l'oligarchia di Santa Cruz sostenne che la sua politica di logoramento del presidente indigeno era fallita. Allora andarono a bussare alle porte delle caserme per sollecitare un golpe militare ma le forze armate rifiutarono. Parlarono perfino di come assassinarmi usando mano d'opera colombiana... e alla fine del 2007 scrissero che la tomba del presidente indigeno sarebbe stata l'inflazione. Se è vero che nei referendum per l'autonomia nelle loro regioni hanno preso l'80%, perché scappano adesso dal referendum revocatorio? Ho la netta sensazione che i governatori neo-liberisti e filo-Usa il 10 agosto non supereranno la prova e dovranno andarsene tutti. Anche Rubén Costas, quello di Santa Cruz? Non può stare molto tranquillo neanche lui. Ho analizzato i dati del referendum del 4 maggio a Santa Cruz. Però il problema non è sulle persone. È sul modello economico: deve tornare il neo-liberismo o si deve andare sempre più avanti nel processo di cambiamento? Credo sia un processo senza ritorno. Per questo respingono, adesso, il referendum revocatorio. Si fanno le loro consultazioni illegali e dicono che il referendum revocatorio, approvato per legge dal Congresso, è illegale. Una bella contraddizione. La loro richiesta di anticipare le elezioni generali, mentre c'è un presidente eletto con il 54% dei voti, è un colpo alla democrazia.
 
Quindi il referendum revocatorio si farà in ogni caso?
Deve tenersi sì... o sì. Sono contento di tre cose che sono riuscito a ottenere finora: i cambi strutturali, i cambi sociali e per aver fatto piangere l'oligarchia.
 
Quale sarà il rapporto di forze fra il governo e l'opposizione dopo il 10 agosto?
È’ nelle mani del popolo. Dipenderà dai risultati. Dalla consistenza della vittoria popolare.
 
Questa è la versione in spagnolo pubblicata dal quotidiano argentino Clarin.
 
“¿Qué sentido tiene hacer negocios con Europa cuando ellos están pensando en expulsar a nuestros hermanos y hermanas?”
 
"¿Cómo es, jefes?", saluda Evo Morales con la frase popularizada en una reciente biografía. Se lo ve optimista, con esa dosis redoblada de energía que le insufla lo que más le gusta de la política: la pelea electoral.
El presidente boliviano está en plena campaña para el referéndum revocatorio del 10 de agosto que comprende tanto su cargo como el de los mandatarios de la media luna rica. Pese al rechazo a la consulta por parte de los gobernadores de derecha, está seguro de que su gestión será ampliamente ratificada.
En esta entrevista exclusiva realizada en la sede del gobierno en el Palacio Quemado de La Paz, también aparece el tema del gas, que es un punto incómodo en la agenda con Argentina y con Brasil, naciones de las cuales Bolivia es proveedor excluyente.
El país del altiplano reconoció esta semana que no podrá enviar los volúmenes pactados con Argentina y que sólo fluyen unos 2 millones de metros cúbicos diarios frente a los 7,7 millones pautados con Buenos Aires. El mandatario indígena denuncia un boicot de las petroleras que le impide alcanzar esas metas. Pero a la hora de revisar el tema de las inversiones recuerda el compromiso que le hizo el ex presidente Néstor Kirchner en 2006: invertir Argentina si las transnacionales no invierten. Y avanza un poco más al no negar que existe la alternativa incluso de apelar a Irán para conseguir esos capitales.
 
¿Los prefectos (gobernadores) opositores se unieron para rechazar el referéndum revocatorio, ¿cuál va a ser la estrategia del gobierno?
El pueblo ya está identificando a los caciques de estas regiones llamadas autónomas que quieren controlar tierras y recursos económicos como el gas. Si es verdad que en los referendos autonómicos sacaron el 80% ¿por qué se escapan ahora del revocatorio? Siento que los prefectos neoliberales y proyanquis se van todos.
 
¿Rubén Costas (de Santa Cruz) también?
No está lejos. Pero el debate no es de personas, es de modelo económico: vuelve el neoliberalismo o se profundiza el cambio. Yo creo que este proceso de cambio es sin retorno. Por eso rechazan el referéndum revocatorio. Su pedido de adelantar elecciones, cuando hay un presidente elegido con el 54%, es un golpe a la democracia.
 
Los prefectos están llamando a un gran acuerdo nacional, ¿cuál es su respuesta hoy a esa convocatoria?
Qué moral tienen para hablar de un acuerdo nacional quienes operan ilegal e inconstitucionalmente, con métodos racistas y fascistas. Si quieren hablar de reconciliación que renuncien a sus privilegios, al latifundio... Su plan es crear inflación, ocultando productos, para echarle la culpa a Evo Morales.
 
A usted le gusta apostar sobre los resultados electorales, ¿se anima a pronosticar una cifra para el 10 de agosto?
Si mañana fuera el referéndum revocatorio estoy seguro que pasaremos el 54%, soy optimista.
 
¿Entonces, el revocatorio va sí o sí?
-Tiene que hacerse sí o sí. Y para cerrar esta parte, yo estoy contento con tres cosas que logré en este tiempo en la presidencia. Con los cambios estructurales, con los cambios sociales, y con que hago llorar a las oligarquías.
 
Bolivia reconoció que no llegará a los montos de exportación de gas comprometidos con Argentina, ¿sigue creyendo que hubo boicot de las empresas petroleras?
Las empresas generalmente sólo están por la plata y no por la patria. Sólo están para acumular capital y por eso algunas de ellas ponen cualquier pretexto para sabotear las inversiones.
 
¿Y cómo se enfrentará esa situación?
-Estamos obligados a prepararnos. Y ya les advertí y les advierto: en el momento en que no garanticen la inversión nosotros vamos a recuperar esos campos e invertir ahí. El (ex) presidente Kirchner nos dijo: si no tienen plata llámenme por teléfono e invierto'. Ahí, presidentes, ex presidentes, y algunas empresas nos estamos juntando para invertir.
 
¿Qué empresas concretamente?
Lo ideal es que la empresa del Estado (YPFB) invierta, pero todavía no estamos suficientemente preparados. Y si no podemos como YPFB buscaremos a empresas estatales como socias, e incluso otras empresas privadas. En Medio Oriente no tendría muchos problemas para garantizar esas inversiones. O, finalmente, apelar al crédito internacional donde también tenemos buenas propuestas.
 
Se habló de Gazprom de Rusia o de empresas iraníes.
No quiero comentar los nombres, pero sí estamos preparando un Plan B que permita acabar con el chantaje y el boicot de algunas empresas.
 
¿Cree que es posible llegar a un acuerdo con Argentina para revisar los volúmenes hasta que estas inversiones den resultados?
Entre presidentes tenemos la obligación de complementarnos y acordar para atender las demandas de nuestros pueblos.
 
¿La directiva retorno aprobada por el Parlamento Europeo es como dijo la "directiva de la vergüenza"?
En momentos de guerras y de hambrunas, Latinoamérica le abrió las puertas y recibió a los europeos con brazos cariñosos, no había visas. Pero cuando algunos latinoamericanos buscan mejorar sus condiciones de vida en Europa se enfrentan a la discriminación, al racismo y ahora a la expulsión. ¿Qué es si no la directiva retorno?
 
Usted habló de Europa como un aliado estratégico, ¿cómo queda ahora?
Yo dije muchas veces que Europa es un aliado estratégico en la defensa de los Derechos Humanos, pero con esta clase de directivas pierdo esperanzas. Es una agresión a la vida y a la humanidad. Es importante dar una batalla contra este tipo de directivas. Parece que sólo hay globalización para el comercio, mirando el mercado y la plata, y no el ser humano.
 
¿Esto puede frenar las negociaciones comerciales en marcha entre la Comunidad Andina (CAN) y Europa?
Sí. Qué sentido tiene cuando ellos están hablando de expulsar a nuestros hermanos y hermanas. Bolivia nunca pensó en expulsar. Incluso dije que acá todos somos originarios pero claro, algunos somos originarios milenarios muchos y pobres- y algunos son originarios contemporáneos, pocos pero muy ricos. Europa habla de cooperación pero en todo caso es una devolución del saqueo a nuestros antepasados. Si Europa quiere seguir abanderando la lucha por los Derechos Humanos debe revisar esta directiva retorno.
 
¿Si regresa el embajador estadounidense Philip Goldberg (en consulta en Washington luego de las protestas ante su embajada) lo dejará ingresar al Palacio o lo podrá en el congelador?
Sólo dos palabras. Soy y voy a morir antiimperialista. Una cosa es garantizar la propiedad privada, todos la tenemos, y otra es el capitalismo, el neoliberalismo, la globalización.
postato da: anticap alle ore 11:10 | link | commenti (1)
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