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mercoledì, 18 marzo 2009

Circe brasiliana, Ulisse boliviano

Sogni e naufragi personali si intrecciano alla classica epopea Il regista «Il mio è uno specchio che mette a nudo la coscienza degli spettatori sul tema immigrazione»
Da stasera in scena all’Elfo «Odissea», rilettura di Omero dell' argentino apolide César Brie.
Di Livia Grossi, il Corriere della Sera del 17.03.2009.
 
Ulisse è un migrante boliviano, Polifemo è il capo di una banda criminale che lo aiuta a raggiungere il confine degli Stati Uniti, un muro di trenta metri protetto da cani feroci. E mentre in una sorta di Mc Donald' s una Circe brasiliana fa abbuffare i proci con cibo spazzatura, Tiresia lancia la profezia: quando Ulisse tornerà a Itaca, la troverà sconvolta dalla guerra civile. È «L' Odissea» secondo César Brie, spettacolo «tragicamente ironico» che in due ore e mezzo parla di emigrazione e di razzismo, ma anche di sogni e inquietudini in ognuno di noi.
«Ulisse», spiega l' autore, «è uno dei tanti emigranti che, tra nostalgie e necessità, sopravvive lontano dal proprio Paese; un uomo in cui tutti, in Bolivia, si possono riconoscere. In Italia diventa lo specchio che mette a nudo la coscienza degli spettatori sul tema immigrazione». Un argomento che César Brie, artista apolide, conosce bene, da quando giovanissimo fuggì dalla sua Buenos Aires schiacciata dalla dittatura.
Lo spettacolo, frutto di tre anni di lavoro, è il risultato dell' autenticità del suo autore, una qualità che Brie richiede da sempre agli attori del Teatro de los Andes, la sua compagnia multietnica che ha sede a Sucre (Bolivia); una casa-teatro, meta di giovani come Mia Fabbri (Penelope) e Viola Vento (Nausicaa), ventitreenne milanese, appassionata di teatro e intercultura. «Abitando a Sucre si è realizzato un sogno che coniuga il mio bisogno di natura e arte», afferma la ragazza, iscritta alla facoltà di Scienze antropologiche di Bologna. «Qui vivo in una piccola comunità di attori, circondata dal verde, a contatto con la terra. Spero di rimanere ancora un paio d' anni».
Un' Odissea raccontata da giovani attori che, come moderni Ulisse, intrecciano sogni e naufragi personali con le parole di grandi autori, da Pascoli a Joyce. Il tutto senza escludere la cruda realtà. «Mentre provavamo lo spettacolo», sottolinea Viola Vento, ricordando i tragici fatti del maggio 2008, «il razzismo è entrato nel nostro lavoro: sotto i nostri occhi gli indios stavano subendo ogni tipo di violenza e umiliazione. La nostra Odissea è diventata testimonianza del nostro tempo».
In scena, su un palco di canne mobili, che disegnano strade, case e prigioni, molti i rimandi all' oggi tra cui la scena delle «vacche sacre al dio del sole», un gruppo di ragazze sdraiate sulla spiaggia che rispondono alle «attenzioni» degli immigrati facendoli espellere.
Finale purificante: «Se l' Odissea termina con Atena e Zeus che fermano la guerra con un lampo», conclude il regista, «noi tentiamo di fare la stessa cosa facendo cadere la neve, simbolo di pace, parola che vorremmo fosse sempre nel cuore di tutti».
Dal 17/3 al 29/3 all' Elfo, via Ciro Menotti 11. Ore 20.30, 11/22,50 euro. Tel. 02. 71.67.91
postato da: anticap alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: italia, bolivia
lunedì, 16 marzo 2009

Cesar Brie torna a Milano!

Dopo essere stato a Modena arriva a Milano il nuovo spettacolo di César Brie, argentino di nascita ma ormai boliviano di adozione e di cui avevamo già parlato qui.  César Brie è attore, autore e vicino a Sucre ha fondato il Teatro del Los Andes.
Al Teatro Elfo, in via Ciro Menotti 11, dal 17 al 29 marzo 2009, verrà proposto "ODISSEA". Da non perdere assolutamente.
Nelle sue note di regia César Brie indica alcuni punti salienti per la messa in scena:
 
"L'Odissea racconta anche la guerra, ma soprattutto la perdita e il ritorno. Il viaggio, l'esilio, l'amore passionale, l'amore sublimato, la discesa nell'Ade, il canto delle sirene che è allo stesso tempo desiderio allo stato puro e voce del ricordo.
Ulisse è il migrante, il curioso, il guerriero, il naufrago.
Se la sua figura incarna nostalgia, scaltrezza, disperazione, lotta per la sopravvivenza, altri personaggi incarnano fedeltà, attesa, ricerca del padre, nostalgia.
Persino i morti si accalcano di fronte al sangue degli animali sgozzati in sacrificio per dire la sua, per testimoniare.
Ci sono nella Odissea tutti gli aspetti del racconto. La fiaba, la magia, gli eventi, i ricordi, la lotta contro la natura, contro i propri compagni, contro i mostri e contro se stessi.
Chi sono gli Ulisse di oggi? Gli artisti nel loro perenne viaggio attraverso le forme, gli impiegati, ancorati nei loro uffici che vanno via immobili con la loro immaginazione, i migranti che arrivano sulle nostre spiagge naufraghi, fuggendo dai mostri della miseria e la guerra, e la cui fuga adesso si vuole sanzionare come delitto.
Di tutto questo parla l' Odissea. Il racconto dei racconti agli albori dell'uomo”.
postato da: anticap alle ore 10:46 | link | commenti
categorie: italia, informazioni, bolivia
venerdì, 13 marzo 2009

Ancora sulla foglia di coca, Evo, Vienna e gli USA

Rimanendo sul tema del consumo per uso legale della foglia di coca, argomento che Evo ha proposto a Vienna alla Commissione Onu sugli stupefacenti, riporto anche gli articoli pubblicati ieri da il manifesto.
 
di Alberto D'Argenzio, il manifesto del 12.03.2009
Il summit delle Nazioni unite sugli stupefacenti apre in Austria con una provocazione: il leader boliviano porta un sacchetto delle illegalissime foglie e mostra a tutti come si usano: «La coca non è cocaina, chiedo aiuto a Obama». Ma la strategia dell'Onu resta quella fallimentare degli ultimi 10 anni: «Accetteremo pederastia o trafico d'armi? Allora dobbiamo combattere la droga» Vertice di Vienna, il leader della Bolivia mastica foglie mentre lo zar antidroga Costa insiste: «Repressione».
 
Una foglia di coca nella mano, così Evo Morales si presenta all'apertura della 52esima sessione della Commissione stupefacenti delle Nazioni unite. Il tempo di mostrare le foglia e inizia a parlare: «Vengo con molto rispetto a correggere un errore storico: questa è una foglia di coca, non è cocaina. Non è possibile che sia nella lista delle sostanze stupefacenti». Ed ecco che il presidente boliviano inizia a masticarla, la foglia. La provocazione è servita. Applausi da diverse delegazioni, soprattutto sudamericane.
«La masticazione è questo - ha continuato Morales - non fa danno a nessuno, non è che perché acullico (termine che indica l'estrazione del succo della coca tramite masticazione, ndr) sono un tossicodipendente, se fosse così Antonio Maria Costa mi dovrebbe arrestare». Il responsabile dell'Onu per la lotta alla droga, presente sul podio della conferenza, non lo arresta, piovono altri applausi su Morales, che insiste: «Questa foglia è medicina per i popoli, non è dannosa per la salute nel suo stato naturale».
Effettivamente uno studio del 1995 dell'Organizzazione mondiale della salute, condotto in 19 paesi sull'uso della coca e della cocaina, arrivava alla conclusione che «l'uso di foglie di coca non sembra avere effetti fisici negativi, anzi, potrebbe avere effetti terapeutici». Insomma non mancano le prove buone per scagionare la foglia, ma anche così lei è dal 1961 che fa bella mostra nella lista nera delle sostanze stupefacenti delle Nazioni unite. A questo vertice dell'Onu, chiamato a fare il punto dopo dieci anni di politiche repressive fallimentari, condotte prima da Pino Arlacchi e poi da Antonio Maria Costa, scoppia anche il caso foglia di coca. Morales lo aveva promesso, ora spera di coagulare intorno a sé, nelle prossime settimane della Conferenza, una massa critica di stati per poter togliere la coca dalla lista nera. Per riuscirci racconta anche la sua storia: «Per 10 anni ho consumato intensamente foglie di coca quando lavoravo nell'agricoltura e mi sentivo denutrito, e ora ho cinquant'anni». Ma soprattutto conta di guadagnare l'appoggio determinante degli Stati uniti. «Ho ancora speranza - ha insistito Morales in conferenza stampa - perché il presidente Obama possa cambiare questa politica di penalizzazione, di satanizzazione della foglia di coca». «Abbiamo - ha detto - la stessa storia: nessuno in Bolivia aveva pensato che un indio potesse essere presidente, nemmeno si pensava che un nero potesse essere presidente degli Stati uniti, perché - ha insistito - non possiamo migliorare le nostre relazioni, ma non solo, anche partecipare assieme a programmi e progetti politici sulla foglia di coca?». L'obiettivo è quello di razionalizzare la produzione: «Non ci sarà libera coltivazione, ma nemmeno zero coltivazione di coca, come vogliono certi organismi». «Se si parla di zero foglia di coca - ha detto ancora Morales - si parla di zero-cultura indigena».
Il panorama non è comunque facile per la Bolivia, soprattutto perché a Vienna si respira poca voglia di girare pagina e ancora molta voglia di repressione e continuità, non solo sulla coca, ma su tutti i fronti.
Ieri Antonio Maria Costa, pur snocciolando i dati fallimentari di una decade di politiche esclusivamente repressive, ha riproposto la stessa ricetta con cui da 10 anni l'Onu perde la battaglia della droga. Nella bozza del documento finale presentata a Vienna si parla di un obiettivo finale per 2019 di «minimizzare o eliminare la disponibilità e l'uso di droghe illecite», praticamente lo stesso fissato nel 1998 per il 2008. E oggi nel mondo c'è più droga, soprattutto in quello povero, e il crimine organizzato è più forte e ricco di prima.
E quando si parla di necessità di cambiamenti di strategia, Costa non si muove di una virgola: «C'è bisogno di un cambiamento contro la criminalità, non a favore delle droghe». Parole chiare seguite poi da altre che invitano i governi «a non attuare politiche di legalizzazione». «Dovrebbero l'umanità - ha chiesto Costa - accettare la pederastia, la tratta di esseri umani o il traffico di armi per un sentimento ingenuo che considera che sono inevitabili e ingestibili?». «Possiamo reagire in maniera emozionale o razionale - ha detto ancora il responsabile Onu sulle droghe - la reazione emozionale è dire semplicemente legalizziamo la droga e distruggeremo il mercato. Questa è una semplificazione».
Anche le sue «sono semplificazioni», ribatte un cartello di 300 organizzazioni non governative. Queste organizzazioni hanno ieri criticato duramente la strategia antidroga in via di ridefinizione a Vienna: «L'Onu insiste su pratiche hanno fallito e che criminalizzano il consumatore, fomentano la delinquenza e creano un terreno fertile per malattie come l'Aids e la tubercolosi».
 
Roberto Zanini, il manifesto del 12.03.2009
Si siede comodo, Evo Morales, assesta la giacchetta decorata che è diventata il suo marchio, e ammucchia sul tavolo tubetti, flaconi, barattoli, sacchetti. Quello che parla al press club Concordia di Vienna non è il presidente della Bolivia, che ha appena lasciato un po' di capi di stato riuniti nel 52esimo vertice Onu sulla lotta alla droga. Quello che parla è Evo l'indio del Chapare, Evo da vent'anni presidente dell'associazione dei cocaleros - carica che non ha mai abbandonato. E sul tavolo c'è un campionario del prodotto-coca: shampoo, creme, infusi... E foglie, le piccole foglie verdi sacre alla cultura andina, che Morales mostra tra le dita. Sta commettendo un reato, dal 1961 le foglie di coca sono narcotici. Ma per oggi nessuno lo arresterà.
Non gli è sempre andata così bene, e quando la coca la coltivava, Morales la galera l'ha conosciuta da vicino. Quella tra la Bolivia e la coca è una partita difficile, che racconta bene luci e ombre della cosiddetta «guerra alla droga» e del suo principale committente, gli Stati uniti. Per Washington, spesso la guerra al narcotraffico è uno strumento nell'arsenale delle interferenze politiche.
La Bolivia è il terzo produttore mondiale di foglie di coca, dopo Colombia e Perù. Dagli anni 80 Onu e Stati uniti finanziano campagne di sradicazione della coca e azioni militari contro i «trafficanti» (con una settantina di morti). Da coltivatore, Morales è stato spesso chiamato narco. Da presidente, Evo ha appeso a una parete del Palacio Quemado di La Paz un ritratto di Che Guevara fatto interamente di foglie di coca. E ha dichiarato guerra alle varie articolazioni degli Stati uniti nel paese: l'ambasciata americana, l'agenzia per lo sviluppo Usaid e l'agenzia antidroga Dea sono state tutte accusate di interferire nella politica del paese, appoggiando e finanziando i governatori dell'opposizione quando la Bolivia si ritrovò sull'orlo della guerra civile, lo scorso anno, e manipoli di civicos assaltarono edifici pubblici e aeroporti nelle province ricche di Santa Cruz, Pando, Beni e Tarija.
Fino ad agosto del 2008, tuttavia, la Bolivia era ancora un alleato degli Usa nella lotta alla droga, con risultati brillanti: 30% in più di sequestri rispetto all'anno precedente, 11 tonnellate di pasta-base sequestrate nei primi sei mesi di presidenza Morales (più di tutta la pasta-base dell'anno precedente), quasi tremila laboratori per la produzione di cocaina distrutti, 2.000 persone arrestate, una crescita del 5% annuo della terra coltivata a coca (contro il 26% annuo della Colombia del filoamericano Uribe).
Poi l'equilibrio crolla. Nel settembre del 2008 Morales espelle l'ambasciatore americano Philip Goldberg, accusandolo di interferire nella politica del paese per il suo concreto appoggio ai governatori ribelli (che Goldberg nega). Passano solo 16 giorni e gli Stati uniti rispondono al fuoco, iscrivendo la Bolivia nella lista nera dei paesi che «hanno fallito» nella lotta alla droga. Non serve che in ottobre La Paz celebri la sradicazione di 5000 ettari di coca, un record: il presidente Bush annuncia la sospensione delle preferenze doganali accordate alla Bolivia. Significa che il paese non può più esportare negli Usa fino a 150 milioni di dollari di beni esentasse. Vanno in fumo, secondo i boliviani, circa 20mila posti di lavoro.
Ma non basta a fermare Morales, che nel novembre del 2008 caccia anche la potente Dea, accusata di finanziare le squadracce dei governatori ribelli. Pochi mesi prima i cocaleros del Chapare avevano cacciato a furor di popolo l'agenzia americana Usaid, che finanziava la sradicazione della coca promettendo di sostenere colture alternative, contro i programmi del governo boliviano (e della Ue) che favorivano l'autocontrollo dei coltivatori e il mantenimento di piccoli appezzamenti familiari.
In febbraio 2009 un rapporto del Dipartimento di stato americano sembra chiudere la partita: in Bolivia «lo scorso anno la produzione di cocaina è cresciuta rapidamente» e il paese «ha fallito negli obblighi internazionali». Ieri a Vienna, invece, Morales si è appellato a Barack Obama chiedendogli di appoggiare la decriminalizzazione della foglia di coca.
postato da: anticap alle ore 07:32 | link | commenti (1)
categorie: bolivia
giovedì, 12 marzo 2009

La segunda fundación de Bolivia

Eduardo Galeano, Bolpress
El 22 de enero del año 2002, Evo fue expulsado del Paraíso. O sea: el diputado Morales fue echado del Parlamento. El 22 de enero del año 2006, en ese mismo lugar de pomposo aspecto, Evo Morales fue consagrado presidente de Bolivia. O sea: Bolivia empieza a enterarse de que es un país de mayoría indígena. Cuando la expulsión, un diputado indio era más raro que perro verde. Cuatro años después, son muchos los legisladores que mascan coca, milenaria costumbre que estaba prohibida en el sagrado recinto parlamentario.
 
Mucho antes de la expulsión de Evo, ya los suyos, los indígenas, habían sido expulsados de la nación oficial. No eran hijos de Bolivia: eran no más que su mano de obra. Hasta hace poco más de medio siglo, los indios no podían votar ni caminar por las veredas de las ciudades. Con toda razón, Evo ha dicho, en su primer discurso presidencial, que los indios no fueron invitados, en 1825, a la fundación de Bolivia.
 
Ésa es también la historia de toda América, incluyendo a los Estados Unidos. Nuestras naciones nacieron mentidas. La independencia de los países americanos fue desde el principio usurpada por una muy minoritaria minoría. Todas las primeras Constituciones, sin excepción, dejaron afuera a las mujeres, a los indios, a los negros y a los pobres en general.
 
La elección de Evo Morales es, al menos en este sentido, equivalente a la elección de Michelle Bachelet. Evo y Eva. Por primera vez un indígena presidente en Bolivia, por primera vez una mujer presidente en Chile. Y lo mismo se podría decir del Brasil, donde por primera vez es negro el ministro de Cultura. ¿Acaso no tiene raíces africanas la cultura que ha salvado al Brasil de la tristeza?
 
En estas tierras, enfermas de racismo y de machismo, no faltará quien crea que todo esto es un escándalo. Escandaloso es que no haya ocurrido antes.
 
Cae la máscara, la cara asoma, y la tormenta arrecia.
El único lenguaje digno de fe es el nacido de la necesidad de decir. El más grave defecto de Evo consiste en que la gente le cree, porque trasmite autenticidad hasta cuando hablando castellano, que no es su lengua de origen, comete algún errorcito. Lo acusan de ignorancia los doctores que ejercen la maestría de ser ecos de voces ajenas. Los vendedores de promesas lo acusan de demagogia. Lo acusan de caudillismo los que en América impusieron un Dios único, un rey único y una verdad única. Y tiemblan de pánico los asesinos de indios, temerosos de que sus víctimas sean como ellos.
 
Bolivia parecía ser no más que el seudónimo de los que en Bolivia mandaban, y que la exprimían mientras cantaban el himno. Y la humillación de los indios, hecha costumbre, parecía un destino.
 
Pero en los últimos tiempos, meses, años, este país vivía en perpetuo estado de insurrección popular. Ese proceso de continuos alzamientos, que dejó un reguero de muertos, culminó con la guerra del gas, pero venía de antes. Venía de antes y siguió después, hasta la elección de Evo contra viento y marea.
 
Con el gas boliviano se estaba repitiendo una antigua historia de tesoros robados a lo largo de más de cuatro siglos, desde mediados del siglo dieciséis:
la plata de Potosí dejó una montaña vacía,
el salitre de la costa del Pacífico dejó un mapa sin mar,
el estaño de Oruro dejó una multitud de viudas.
Eso, y sólo eso, dejaron.
 
Las puebladas de estos últimos años fueron acribilladas a balazos, pero evitaron que el gas se evaporara en manos ajenas, desprivatizaron el agua en Cochabamba y La Paz, voltearon gobiernos gobernados desde afuera, y dijeron no al impuesto al salario y a otros sabias órdenes del Fondo Monetario Internacional.
 
Desde el punto de vista de los medios civilizados de comunicación, esas explosiones de dignidad popular fueron actos de barbarie. Mil veces lo he visto, leído, escuchado: Bolivia es un país incomprensible, ingobernable, intratable, inviable. Los periodistas que lo dicen y lo repiten se equivocan de in: deberían confesar que Bolivia es, para ellos, un país invisible.
 
Nada tiene de raro. Esa ceguera no es solamente una mala costumbre de extranjeros arrogantes. Bolivia nació ciega de sí, porque el racismo echa telarañas en los ojos, y por cierto que no faltan los bolivianos que prefieren verse con los ojos que los desprecian.
 
Pero por algo será que la bandera indígena de los Andes rinde homenaje a la diversidad del mundo. Según la tradición, es una bandera nacida del encuentro del arcoiris hembra con el arcoiris macho. Y este arcoiris de la tierra, que en lengua nativa se llama tejido de la sangre que flamea, tiene más colores que el arcoiris del cielo. 
postato da: anticap alle ore 11:06 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia
mercoledì, 11 marzo 2009

Ancora su Evo e la foglia di coca

Evo a Vienna, per il vertice internazionale sulle droghe, ha giustamente fatto rimarcato che la foglia di coca non è cocaina e dopo averne mostrate due le ha masticate.
Qui il link sul sito di Repubblica con alcune foto:
www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/morales-coca/1.html

Di seguito la notiza riportata dall'ABI.

Viena (Austria) 11 mar (ABI).- El presidente de Bolivia, Evo Morales, denunció la madrugada del miércoles (04h00 locales, 08h00GMT) ante la 52 conferencia de Naciones Unidas que la Junta Internacional de Fiscalización de Estupefacientes (JIFE, por sus siglas en inglés) del organismo, cometió un error al clasificar a la hoja de coca en su estado natural como droga en desmedro de sus bondades medicinales, nutricionales y culturales.

    "Quiero decirles con mucho respeto que se cometió un error histórico por la Convención Única de Estupefacientes de Naciones Unidas sobre la hoja de coca que en su estado natural no es estupefaciente. Este error radica en  el inciso 12 del artículo 49 en el que se establece que la masticación de la hoja de coca quedará prohibida dentro de los 25 años siguientes a la entrada en vigor”, aseguró el mandatario boliviano ante el plenario reunido en la capital de Austria después de una década.

    Las intervenciones de Morales arrancaron reiterados aplausos.

    "Esta hoja de coca (muestra varias) no es cocaína, es parte de una cultura que no es estupefaciente y no es posible que esté en la lista uno de estupefacientes de Naciones Unidas”, enfatizó.

    Morales recordó que en su trayectoria fue y es dirigente de una región (Chapare, en el centro de Bolivia), productora de coca.

    "Yo soy productor de hoja de coca, pero no por productor soy narcotraficante. Soy consumidor de esta hoja de coca", afirmó el Presidente boliviano.

    Agregó que la hoja de coca en su estado natural hasta es medicinal por recomendación médica para enfrentar enfermedades como la diabetes y el mal de altura (apunamiento).

    "Por eso vengo a explicarles que esta hoja de coca en su estado natural no es dañina, no causa trastornos mentales, no causa adicción"”, expresó.

    Insistió que el informe de la Comisión de Investigación de Naciones Unidas, sobre la coca de 1950 afirma que “el masticado de coca parece generar una adicción a la droga (…). Y más adelante recomienda que el masticado de la hoja debe ser suprimido porque supuestamente mantiene un círculo vicioso de la mala nutrición”.

    De esa manera, el Presidente de Bolivia planteó la desclasificación de la hoja de coca de la lista mundial de estupefacientes que se desarrollará entre miércoles y jueves en Viena.

    En la testera ecuménica, Morales, que asiste por primera vez a una sesión de de alto nivel de Naciones Unidas sobre estupefacientes, que se verifica cada década, dejó establecida la activación del mecanismo de desclasificación de la coca, arbusto andino, inocuo en estado natural, del Segmento de Alto Nivel.

    Una comitiva integrada por dirigentes de los cultivadores de coca del central Chapare (Cochabamba) y de los Yungas (zona tropical de La Paz), donde también fructifica la hoja, acompañan al gobernante, lo mismo que el portavoz de la Presidencia, Iván Canelas

    Bolivia, tercer mayor productor mundial de coca en su estado natural, y cuyas propiedades medicinales y proteínicas, además de su fuerte contenido cultural en su población, ha defendido en diversos foros internacionales, propone abrir el mercado mundial para productos sanos derivados de la hoja, que estén producidos bajo estricto control gubernamental y en estrecha colaboración con las organizaciones de productores.

    El consumo (masticación) de la hoja se ha extendido a un segmento significativo de su población de 10 millones de habitantes. Las posiciones y planteamientos que se escucharán hasta el jueves en Viena, devendrán en un Plan de Acción o Anexo que servirá de base a los debates en la 52 conferencia de una comisión especial antiestupefacientes de NNUU, a celebrarse en Viena la semana que viene, que a su vez recoge las conclusiones alcanzadas durante las sesiones de Grupos de Trabajo realizadas en 2008.
postato da: anticap alle ore 21:27 | link | commenti
categorie: bolivia

Propiedades medicinales y valor terapéutico de la hoja de coca

Sacha Barrio, bolpress
Recientemente ha cobrado fuerza la campaña por la erradicación de la coca, esta ingenua postura se presenta como la única política capaz de terminar de raíz con el narcotráfico. Trasladando esta lógica tendríamos que pensar en erradicar a la uva, caña de azúcar y la cebada para acabar con el alcoholismo.
 
El antiguo Tawantinsuyo ha dejado obras palpables que maravillan al hombre, pero para otros lo que deslumbra los sentidos es la magia y filosofía del tejido invisible del antiguo poblador andino, visión que necesariamente surge de una sociedad impregnada de religión.
El propósito que guía el trabajo espiritual con la hoja de coca no es otro que ver el tejido invisible de la naturaleza y el hombre. Para los abuelos andinos la vida está entretejida dentro de una telaraña, dentro de un tejido que lo une y enlaza con la tierra, las estrellas, los animales, los hermanos, los ríos y las plantas. Sobre esta metafísica, todos pueden instruirse sabiendo emplear la sagrada hoja de coca.
El hombre que aprende a relacionarse con la hoja de coca aprende a corresponder con su propio ser, así como con la tierra y las estrellas. El ande nos dice que el universo está contenido dentro de una trama. Es simbólico que la escritura andina esté en forma de tejido, no me refiero a la que vemos en los quipus, me refiero a eso mensajes misteriosos que están codificados en los tejidos antiguos.
Es simbólico que el lenguaje esté entretejido, como la vida misma, y las fibras que se enlazan, pues personifican cómo los actos de los hombres tenían que estar entrelazados con los de sus hermanos, con la tierra, con la lluvia, con toda la vida, porque la vida está entretejida: no estamos separados de nada y de nadie.
La coca despierta los rincones somnolientos de nuestras células, y por consiguiente acrecienta la conciencia y la energía física. Mucho se ha hablado del poder nutritivo de la coca, pero lo mas meritorio de la disciplina del coqueo es crear un terreno vegetal propicio para la reflexión y para el compartir en grupo, una práctica que es parejamente medicinal. Con la coca se mitigan los pensamientos y preocupaciones, la percepción de la vida se hace con menos palabras y discursos. Nutrida con la coca el alma se sensibiliza, el espacio ocupado por el espíritu se torna intuitivo y profundo, el diálogo se vuelve sincero y lleno de compasión. El consumo de la hoja de coca nos instruye en la filosofía del ayni, la reciprocidad. Cuando hay problemas y discordias entre las parejas, se puede poner sobre la mesa unas hojas de coca, mascar en silencio y escucharse plenamente, la coca nos obliga al diálogo sincero y con ella tan sólo podemos hablar nuestra honesta verdad.
Entre los antiguos pobladores del ande prevalecía la idea de que cualquier actividad importante no prosperaría si no estaba acompañada de coca, la coca es la planta que bendice y sacraliza las actividades del hombre, con la que sólo podían esperarse buenos augurios. Para acercarse al templo del sol, Koricancha, se consideraba esencial que los devotos lo hiciesen con coca en sus bocas. Durante el equinoccio de otoño se realizaba el festival del fuego sagrado, sacrificios de coca se realizaban diariamente en el templo, el método era lanzar hojas de coca a las cuatro direcciones, y quemar las hojas en el altar. Las cenizas de la coca quemadas en el altar se ofrecen al río, se lanzan antes del atardecer desde un puente, en dos bolsas llamadas pilculuncu pancar uncu gente jubilosa seguía el sacrificio por las riveras del río durante dos días, para así bendecir la tierra y sus cultivos.
Los incas tenían mucho respeto por los muertos, a quienes llamaban mallquis. Enterrar a un ser querido era un acto de afecto, se acariciaba el cráneo al punto de hacerlo descansar, y no sólo el cuerpo de los soberanos se preservaba. Cada familia colocaba comida y objetos de uso diario sobre sus cadáveres, pero para entrar en el más allá, el alimento de fuerza era la coca, y la boca del fallecido tenía que estar llena de sus hojas. En las momias siempre encontramos una chuspa, y muchas hojas de coca esparcidas sobre el cuerpo. Se dice que el hombre próximo a morir debe poner hojas de coca en sus labios, así su alma entra al mundo de arriba llamado hananpacha. Desde la sombra de un sueño del cual no despiertan, los moralistas condenan la hoja sagrada con el apelativo de toxicomanía y adicción, aun cuando nunca en la historia se ha reportado adicción a la hoja de coca, pero aun así; ¿Es acaso condenable ser apegado a una planta nutritiva, sea hoja de coca, alfalfa o espárragos?
Actualmente el alcohol corre por la sangre del ande, (además de sangre Coca colada) donde, como nadie ignora, se deteriora el tejido social con violencia doméstica, personificando la principal toxicomanía y dejándonos infinidad de heridas sociales. Por otro lado, la hoja de coca jamás ha sido asociada al crimen, al maltrato, ni a la depresión sicológica o la adicción. Nunca en la historia se ha reportado caso alguno de ebriedad o intoxicación debido a la masticación de hojas de coca.
El problema de la adicción a cocaína también encuentra su remedio en la hoja de coca. Es interesante ver cómo una especie vegetal, rica en alcaloides energéticos, tiene a su vez la mayor concentración de calcio, magnesio, y el alcaloide de la reserpina, todos los cuales calman la ansiedad. Las personas adictas a la cocaína pueden romper con el vicio, con ayuda de la hoja de coca, que contiene el antídoto químico de su adicción a la cocaína, de la misma manera que el tabaquismo se puede domar con parches de nicotina. El pirotécnico estímulo a lo sentidos de la cocaína no es en nada comparable al suave y parejo despertar que se observa con la hoja de coca.
Ahora que los fármacos sintéticos tienen precios tan altos y cada vez sabemos más de sus efectos adversos, la gente se está volviendo crítica a la autoridad científica de las industrias farmacéuticas que durante años vienen dominando el mercado. Su poder curativo es cuestionado por un creciente grupo de usuarios, que se alarma justificadamente porque la medicación farmacológica en los sistemas de salud es actualmente la tercera causa de muerte en EE.UU., después de las enfermedades al corazón y el cáncer. Estos, son pacientes hospitalizados que fallecen debido a efectos nocivos no intencionados de los fármacos, de medicinas aprobadas y en sus dosis normales. Según el JAMA 1998 (1) aproximadamente más de 100,000 muertes anuales son reportadas en EE.UU. por reacciones adversas a fármacos, es decir al ingerir medicinas que deberían promover la salud. El mismo informe nos dice que el 7% de los pacientes hospitalizados sufren de severas reacciones a los fármacos, lo cual en muchos casos puede obligar a una prolongada hospitalización, y los discapacita gravemente. Se trata de personas que tomaron sus medicinas según las normalizadas instrucciones de su médico, la cifra no incluye a los cientos de miles de desafortunados que padecieron de una incorrecta administración de fármacos.
Lo curioso es que muchísimas de las drogas alopáticas, sobre todo los analgésicos, como la procaína y lidocaína, son elaboradas a partir de la hoja de coca. La farmacéutica y la Coca cola, por no mencionar el narcotráfico, han acaudalado millones con nuestra materia prima, pero la hoja original y natural, la legítima medicina es peligrosa, se duda de la inocuidad de una planta natural que milenariamente ha curado al hombre y se le convierte en planta condenada y prohibida. Recientemente ha cobrado fuerza la campaña por la erradicación de la coca, esta ingenua postura se presenta como la única política capaz de terminar de raíz con el narcotráfico. Trasladando esta lógica tendríamos que pensar en erradicar a la uva, caña de azúcar y la cebada para acabar con el alcoholismo. No será más acertado fiscalizar los dieciséis insumos químicos con que se elabora el clorhidrato de cocaína.
 
¿Se absorben alcaloides tóxicos con la ingestión de la hoja de coca?
Algunos médicos y nutricionistas mal informados desvirtúan a la hoja de coca, porque en la esfera de sus creencias razonan que a pesar de ser rica en nutrientes su uso se descarta como medicina porque contiene los efectos tóxicos de la cocaína, pero nunca han aclarado a qué efectos tóxicos se refieren exactamente. La ciencia nos dice que las trazas de cocaína presentes en la hoja de coca (la hoja de coca contiene 0.5-1% de alcaloide de cocaína) son desactivadas al contacto con la saliva de la boca, de ahí que el auténtico toxicómano nunca degluta el clorhidrato de cocaína. Más bien, trazas de cocaína presentes en la hoja de coca han demostrado ser muy útiles a la salud. Se ha visto que la cocaína se degrada en ecgnonina, y en la sangre es precursora de ciertas sustancias que son muy útiles para combatir el hígado graso, se ha observado que ayuda a movilizar los triglicéridos en el hígado. Además de ejercer una acción sobre los lípidos hepáticos, la ecgnonina también tiene un efecto sobre el metabolismo de carbohidratos y regula el nivel de glucosa en la sangre.
La cocaína se reduce a benzoil egnonina y egnonina en el cuerpo. Esta degradación empieza con el contacto con la saliva, pero ocurre principalmente en el tracto digestivo, en las paredes intestinales ante la presencia de jugos digestivos. La última y completa degradación de la cocaína sucede en el hígado. Adicionalmente sabemos que las propiedades químicas de la sangre con un pH de 7.3 a 7.4 no son favorables para la integridad del alcaloide.
Existen diferentes grados de susceptibilidad a la cocaína. La dosis letal para la cocaína es de 1200mg para adultos. Las hojas de coca, contienen 0.5 a 1% del alcaloide de cocaína. Un mascador de hoja de coca puede usar entre 20 a 80 gramos de hojas, lo cual corresponde a una ingestión de 0.16 a 0.64 Mg del alcaloide por día. Si hacemos el cálculo matemático, para llegar a una dosis letal con la hoja de coca tendríamos que consumir exactamente 150 Kg de hoja de coca. ¿Una persona que pesa en promedio 65kg podrá consumir 150kg de hoja de coca en un día? Aunque tenga la voluntad de hacerlo sería un suicidio imposible. Además ya hemos dicho que la cocaína se degrada en el cuerpo, y si fuera hipotéticamente posible ingerir 150kg de hoja de coca en el cuerpo ésta nunca llegaría al umbral de 1200mg en la sangre.
Por otro lado, hay sustancias toxicas presentes en cada uno de los alimentos que consumimos a diario, por ejemplo la linaza y la almendra contienen cianoides, la leche de vaca contiene opioides llamados cáseomorfina, el trigo también presenta opioides (glúteomorfina) y además lectinas y ácido fítico, la soya tiene anti nutrientes como ácido fítico y el goitrógeno, la papa y la berenjena contienen alcaloides tóxicos como la solanina y la espinaca tiene ácido oxálico.
En otras palabras, todas las plantas contienen antinutrientes y estos no representan mayor problema a la salud, y menos si lo contrarrestamos con los tóxicos de la agricultura o industria alimentaria. El trigo, por ejemplo, tiene dos antinutrientes, la lectinas y la glúteomorfina, pero parejamente se cultiva con 13 agro-pesticidas diferentes, 4 agentes de fumigación usados en graneros, y unos 4 químicos diferentes usados en la panificación, y una lista de preservantes.
Veamos una cita del científico Von Tschudi:
"Dejando de lado todas las nociones extravagantes y visionarias de la coca, claramente soy de la opinión que el uso moderado de la coca, no sólo es inocuo, sino que es conducente a la salud. Para apoyar esta conclusión, puedo referir numerosos ejemplos de longevidad entre los indios, los cuales desde niños han tenido el hábito de masticar coca tres veces al día, y los que en el curso de su vida han consumido no menos de dos mil setecientas libras de coca cuando llegan a la edad de 130, habiendo comenzado a masticar hojas de coca a los 10 años, una onza diaria, y aún así disfrutan de perfecta salud"
La coca es una planta energética por excelencia, nos estimula mental y físicamente, como el café y el té, pero en lo que respecta a las virtudes nutricionales y su aplicación medicinal, comparativamente los beneficios largamente favorecen a la coca. En la sierra, ciertos trabajos son considerados absolutamente imposibles de realizar sin el uso de la coca. Cuando un patrón negocia el salario de su peón, parejamente tiene que negociar cuántas libras de hoja de coca le va a proporcionar. Conforme las propiedades de la coca sean mejor apreciadas, es natural suponer que con el tiempo la coca volverá a ser no sólo una hoja de consumo diario, presente en cada hogar, sino que también estará disponible a la comunidad internacional como medicina activa.
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venerdì, 06 marzo 2009

La foglia di coca

di Alberto D'Argenzio, il manifesto del 5 marzo 2009
Papa Leone XIII e il suo successore Pio X andavano pazzi per il Vin Mariani, un'invenzione di Angelo Mariani, chimico francese di origine corsa che nel 1863 ebbe la brillante idea di trattare del Bordeaux con foglie di coca peruviana. Il tonico divenne un successo commerciale che conquistò anche la Regina Vittoria e Thomas Edison. Non solo, il Vin Mariani nel 1885 diede a John S. Pamberton l'intuizione giusta per creare la Coca-Cola, prima con alcol e poi senza.
I tempi da allora sono cambiati, la pianta di coca ha subito un ostracismo crescente fino a entrare nel 1961 nella lista delle sostanze stupefacenti dell'Onu. «È come se sotto il proibizionismo avessero dichiarato illegale l'uva perché se ne produce il vino», dice Christian Inchauste, ambasciatore boliviano a Bruxelles.
Inchauste ha partecipato ieri a un'audizione pubblica alla sede del Parlamento europeo di Bruxelles dal titolo «Dalla Persecuzione alla Proposta per un commercio legale dei prodotti derivati dalle foglie di coca». «Vogliamo - spiega Inchauste - creare un'alleanza tra parlamenti, governi, società civile e organizzazioni per togliere la foglia dalla lista nera dell'Onu. Dobbiamo creare una massa critica per dimostrare che la pianta e la cocaina prodotta da quella pianta non sono la stessa cosa». L'audizione non cade a caso: giovedì prossimo a Vienna inizia il dibattito sulla strategia Onu sulle droghe, che durerà forse un paio d'anni e che il governo boliviano spera di utilizzare per trovare alleati internazionali. Al momento il Paraguay e anche altri governi sudamericani starebbero studiando la proposta di Evo Morales.
Già due volte, nel dicembre 2004 e nel marzo 2008, il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni, entrambe firmate dall'eurodeputato di Rifondazione Giusto Catania, in cui si chiedeva all'Onu di togliere la foglia di coca dalla lista nera.
Ora dall'audizione del Parlamento arrivano delle proposte pratiche. «Vogliamo definire un processo di utilizzo industriale delle foglie», spiega Catania. In Bolivia è già attivo un progetto, finanziato dalla Ue con un milione di euro, che punta a definire quanta coca è consumata per uso tradizionale, come masticazione e alimentazione, e quanta può essere avviata a un uso commerciale legale. «Dobbiamo assicurare ai contadini un mercato per le loro foglie - continua Catania - mentre tutta la quantità eccedente è chiaro che finisce al narcotraffico ed è questa, solo questa, quella che va combattuta». Insomma, un piano di commercio legale e contrasto al traffico di droga. «Sono due passi nella stessa direzione - insiste Inchauste - due settimane fa Morales è stato a Mosca e Parigi per chiedere mezzi contro il narcotraffico, visto che ora gli Usa non ci danno più finanziamenti. Russia e Francia hanno risposto positivamente».
Quanto all'uso industriale, le applicazioni non mancano. La lidocaina e gli anestetici, in primis, ma anche tessuti, tè, caramelle, sciroppi (anche contro l'alcolismo), dentifrici, alcolici, come l'Agwa de Bolivia, liquore in vendita ad Amsterdam (però a 50 euro la bottiglia). I benefici di un uso alimentare della foglia non sarebbero pochi. Nel 2004 il fisiologo boliviano José Urtado ha presentato una ricerca secondo cui l'uso alimentare delle foglie di coca diminuisce la dipendenza dalla cocaina, senza produrre effetti dannosi per l'organismo. Non a caso le prime immagini scultoree che provano l'uso per masticazione e alimentazione della coca in Bolivia risalgono a 3.000 anni fa. Guardando invece al futuro, Catania proporrà presto alla Coop di commercializzare il tè alla coca in Italia.
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martedì, 03 marzo 2009

Gli USA ancora contro la Bolivia

Ancora una volta il governo degli Stati Uniti, non si smentisce (come dire, il lupo perde il pelo ma non il vizio). Un articolo de La Razon di qualche giorno fa riporta alla ribalta la questione del narcotraffico a seguito della pubblicazione del rapporto annuale USA sulla lotta alla droga (un malloppo di centinaia di pagine dove si analizzano tutti i paesi).
Ovviamente in questo rapporto non si perde occasione di attaccare il governo boliviano e mettere in guardia dai rischi di coltivazione della foglia di coca che, ricordiamolo ancora una volta, non è cocaina (sembra che gli USA siano molto bravi a guardare in casa d’altri, ma un po’ meno nella propria…). Il motivo di tale critica? E’ scritto all’inizio del capitolo dedicato alla Bolivia:
 
“On September 15, 2008, the President of the United States determined for the first time that Bolivia had “failed demonstrably” to adhere to its obligations under international counternarcotics agreements. This determination was made due to a number of factors, including the forced departure of the U.S. Agency for International Development (USAID) and the Drug Enforcement Administration (DEA) from the coca growing Chapare region, continued increases in coca cultivation and cocaine production, the Government of Bolivia's (GOB) policies to expand the cultivation of “licit” coca, and its unwillingness to regulate coca markets. The GOB’s decisions to expel the U.S. Ambassador in September and all Drug Enforcement Administration (DEA) personnel in November, based on false accusations of conspiracy – seriously damaged counternarcotics cooperation, and call into question whether the GOB will continue any bilateral efforts with the United States in this area”.
 
Ovvero, il Presidente degli USA (Bush) a settembre 2008 ha sentenziato che per la prima volta la Bolivia ha fallito in modo dimostrabile ai suoi obblighi di attuazione degli accordi internazionali in materia di lotta alla droga. Perché? Perché vi è stata la partenza forzata della DEA e dell’USAID dalla regione del Chapare. Come a dire, siccome ci hanno mandato via e non hanno fatto come abbiamo voluto noi, ora diciamo che non sono bravi nella lotta alla droga.
Come già avevamo avuto modo di ricordare in questo post, nell’agosto 2008 un importante settimanale USA, parlava viceversa dei “sorprendenti successi della Bolivia nella lotta alla droga”. Per completezza di informazione, questa è la prima parte del rapporto USA, qui invece la seconda.
Di seguito l’articolo de La Razon e la risposta, fonte ABI, del governo boliviano.
 
Un informe del Gobierno de EEUU advierte que el aumento de la coca y de la producción de droga en Bolivia pone en riesgo a los países vecinos, como a Estados Unidos y también a Europa. 
 
Estados Unidos advierte que la creciente producción de coca y cocaína que se registra en Bolivia se convierte en una amenaza para los países vecinos, como para Estados Unidos y Europa.
Esa es una de las conclusiones del informe sobre la estrategia internacional de control de narcóticos 2009, elaborada por el Departamento de Estado, y que fue presentado oficialmente ayer.
En el año 2008, según el informe, el Gobierno de Bolivia erradicó más de 5.000 hectáreas de coca en todo el país, de las cuales cerca del 95 por ciento se efectuó en el trópico de Cochabamba (Chapare) y en la región de Yapacaní. “No obstante, el cultivo de coca y la capacidad para la producción de cocaína crecieron rápidamente debido a un mayor cultivo y a la adopción de métodos más eficientes para la fabricación de cocaína por parte de traficantes bolivianos”.
Evo Morales, dice el reporte, “quien permanece como presidente de las federaciones de productores de coca de Chapare, continúa promoviendo la política del Gobierno de ‘cocaína cero, pero no coca cero’, mientras que la producción de cocaína sigue creciendo marcadamente”.
Su administración promovió el incremento, asegura, de la coca legal de 12 mil a 20 mil hectáreas, medida que benefició al Chapare, y violó la ley boliviana vigente y los acuerdos internacionales.
En Yungas, advierte el informe, firmó un acuerdo con 25 mil productores para reducir 6.900 hectáreas hasta el 2010. Sin embargo, según el reporte, este acuerdo también legaliza el cultivo en una extensión de 6.500 hectáreas adicionales, “elevando por lo tanto los niveles de producción ‘legal’ por encima de las 18.500 hectáreas. Con las 7.000 legalizadas en Chapare, el total supera las 25.500 has.”.
Además, dice que la producción de coca creció de 23.200 a 29.500, según cálculos oficiales del Gobierno estadounidense.
EEUU asegura que Bolivia es el tercer mayor productor de cocaína en el mundo y es una importante zona de tránsito de cocaína de origen peruano. El potencial estimado de producción de cocaína se incrementó de 100 toneladas métricas (por año) el 2003 a por lo menos 120 el 2008.
A esto se suma que durante el año pasado, “también se hizo evidente un incremento sostenido en el uso del ‘método colombiano’ (que ya no requiere pisacocas) que es más eficaz en la producción de cocaína (utilizando la maceración mecanizada de coca y de solventes en vez de ácidos para la extracción del alcaloide)”. Según la DEA, como resultado, el dato estimado de producción anual de 120 toneladas métricas de cocaína podría incrementarse hasta en 60 por ciento. Es decir, a 192.
Pone énfasis en que el incremento en las incautaciones de laboratorios y de cocaína del 2007 al 2008 es probablemente un resultado directo de un incremento de los cultivos el 2007 y de la proliferación de laboratorios el 2008 para procesar coca.
Esto, según EEUU, “es una amenaza para los países vecinos, así como para Estados Unidos y Europa. Las autoridades chilenas y argentinas informan un crecimiento de laboratorios de producción de clorhidrato de cocaína en sus países, abastecidos por cocaína base boliviana. Las autoridades brasileñas han declarado que la mayor parte de la cocaína incautada en Sao Paulo proviene de Bolivia, siendo un creciente porcentaje de origen peruano que transita por Bolivia hacia Brasil”.
El informe afirma que “la mayor parte de las exportaciones de cocaína de origen boliviano se trasladan a otros países latinoamericanos y luego a Europa; relativamente una poca cantidad se exporta a Estados Unidos. Crecientes informes de inteligencia sugieren un nexo con mexicanos, colombianos y con el área de las tres fronteras (Argentina, Brasil y Paraguay). En 2008, el gobierno de EEUU desmanteló tres organizaciones importantes relacionadas con la provisión de cocaína boliviana y organizaciones mexicanas”.
Apunta que el conflicto crece entre organizaciones rivales que intentan apropiarse de territorios y de rutas de tráfico. Esto es más evidente en Cobija (Pando), donde docenas de narcotraficantes rivales fueron asesinados el 2008. Anteriormente, este tipo de violencia era infrecuente en Bolivia. La violencia en Cobija ha obligado a muchas personas a huir cruzando la frontera hacia Brasil, una tendencia que probablemente continuará el 2009.
Como conclusión, manifiesta que EEUU está preocupado “por la creciente influencia de los cárteles colombianos y mexicanos y por la posibilidad de un número creciente de crímenes relacionados con el narcotráfico en Bolivia”, y alienta al Gobierno a ampliar la erradicación en los Yungas, redoblar sus esfuerzos en el Chapare, eliminar nuevas plantaciones de coca y ampliar sus esfuerzos de interdicción.
 
La Paz rechaza informe de EEUU y afirma que DEA no volverá a Bolivia
El gobierno de La Paz aseguró el viernes que la Agencia Antidrogas de EEUU (DEA) no volverá a Bolivia, al tiempo de rechazar tajantemente un informe del Departamento de Estado que denunció supuestas flaquezas de su lucha antidrogas.
En tono de indignación, la administración del presidente progresista Evo Morales señaló que el Departamento de Estado miente y agrede al Gobierno de Bolivia cuando afirma que "con el apoyo político de lo más altos niveles del gobierno boliviano, los productores de coca continúan incrementando los cultivos, especialmente en los Yungas, donde la producción de cocaína se ha incrementado marcadamente".
"El Informe maneja arbitrariamente las cifras referidas a la lucha antidrogas en Bolivia en el año 2008 sobre la base de estimaciones no corroboradas por ningún organismo internacional", señaló en una nota de respuesta la Cancillería boliviana.
En un "Informe sobre la Estrategia para el Control Internacional de Narcóticos 2009", el Departamento de Estado indicó que Bolivia pasó de ser un país de "preocupación" a "gran preocupación", debido al exceso en el cultivo de coca, base para la fabricación sintética de cocaína.
"El país andino sigue siendo el tercer productor de cocaína en el mundo, y es una zona de tránsito importante para la cocaína de origen peruano", apunta el informe, al tiempo de postular el retorno de la DEA al país sudamericano.
Colombia y Perú, en ese orden, son los más grandes productores mundiales de hoja de coca.
La Cancillería de Bolivia reiteró que mantiene inalterable su compromiso de combatir al narcotráfico con o sin la ayuda del Gobierno de los Estados Unidos, y subrayó que la DEA, expulsada del país andino en 2008 por sospechas de urdir un complot para derrocar a Morales, no volverá al país.
Dijo que el informe de Washington conserva todavía la tozuda miopía de la burocracia antinarcóticos de la administración de George W. Bush, cuyas políticas de corte injerencista degradaron la relación bilateral.
El viceministro boliviano de Defensa Social, Felipe Cáceres, aseguró, por otra parte, que el Estado realiza los todos esfuerzos para la erradicación de la coca excedentaria en el trópico de Cochabamba y en los Yungas de La Paz con el despliegue de 1.700 efectivos y la eliminación, en tres años, de más de 17.000 hectáreas de cultivos ilegales.
"La Fuerza de Tarea Conjunta (FTC) con más de 1.700 efectivos ha empezado la racionalización de cultivos excedentarios principalmente en el trópico de Cochabamba", emporio de la droga entre 1989 y 2003, detalló Cáceres.
El funcionario boliviano sostuvo que el diagnóstico de EEUU, unilateral como el mecanismo de descertificación con que juzga los desempeños antidrogas de medio centenar de países, no consigna los logros de Bolivia entre 2006 y 2008.
Cáceres afirmó que la FTC prosigue las tareas de erradicación con el fin de erradicar 5 mil hectáreas de coca excedentaria hasta fines de 2009.
Un informe reciente de la Fuerza Especial de Lucha Contra el Narcotráfico, que apoya los dichos de Cáceres, afirma que en los que va del año, se incautó de más de 600 toneladas de cocaína y marihuana en el país andino.
"La próxima semana trasladaremos seis campamentos a la localidad de la Asunta (Yungas, donde se ha centrado el cultivo de coca excedentaria), eso significa que iniciaremos la racionalización voluntaria concertada. De esta manera el Gobierno nacional cumplir con la Ley (antidrogas) 1008, cumplirá y con los convenios internacionales", insistió Cáceres.
El informe de Washington revela un incremento en la producción del alcaloide de 100 toneladas, en 2003, a 120 toneladas en 2008.
Afirma que el cultivo de hoja de coca creció de 23.200 a 29.500 hectáreas" en el último tiempo.
El gobierno de Morales viene de comprometer ayuda para el combate antidrogas de Bolivia en Rusia y Francia.
Bolivia eliminó entre 1997 y 2005 más de 65.000 hectáreas de sembríos ilegales y 17.000 más en los últimos tres años, a un promedio de casi 6.000 al año.
La expulsión de la DEA y otra agencia de EEUU, Usaid, a lo que sumó el retiro del embajador Philip Golberg de la legación de La Paz, a fines del año precedente, repercutió en el comercio bilateral, principalmente después que la administración Bush levantara las facilidades arancelarias a las manufacturas bolivianas, lo que el gobierno de Morales calificó de represalias.
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