Viva Bolivia

"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006
venerdì, 21 agosto 2009

Nel Salar de Uyuni sull’altipiano

Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza

Mentre nel mondo ci si danna l'anima per trovare un'alternativa credibile ai veicoli a petrolio e l'opzione dell'etanolo quale combustibile «verde» non convince affatto, la Bolivia confida nelle sue riserve di litio per lanciare una nuova fonte energetica. E, di lì, dopo il secolare saccheggio dell'argento e dello stagno (oltre a quelli sventati dalle lotte popolari, dell'acqua e del gas), fruire di una nuova (e preziosa) risorsa e di un nuovo peso politico. Come la recente scoperta di enormi depositi di petrolio al largo della costa di San Paolo potrebbe cambiare la storia del Brasile, così le grandi riserve di litio sull'altipiano boliviano potrebbero cambiare la storia della poverissima (per quanto ricchissima) Bolivia. Per verificare l'attendibilità di queste speranze, la Bbc ha spedito il suo inviato Peter Day nel Salar de Uyuni, la più grande e famosa delle distese di sale di cui è costellato l'altipiano.

 

A Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra, perfettamente piana, è di un bianco accecante, fino alla linea lontana dei vulcani sullo sfondo.

Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progetto potenzialmente enorme su cui la Bolivia sta puntando le sue speranze di riscatto.

Ai 3700 metri dell'altipiano andino, nel sud-ovest del paese, le notti sono sotto zero ma i giorni sono caldi anche nel pieno dell'inverno. Il sole nel cielo senza nubi si riflette sulla superficie della più grande distesa saline del mondo: il Salar de Uyuni.

E' un deserto spettacolare. Da decenni ha attratto giovani e avventurosi saccopelisti di ogni parte del mondo, capaci di sobbarcarsi un viaggio lungo e sfiancante in bus, in treno o in veicoli 4x4 per arrivare in quel vasto nulla.

Ma da qualche tempo a fare quel viaggio complicato è altra gente: sono ingegneri e businessmen di alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche al mondo.

Arrivano ormai ogni settimana. E sono attratti verso quella distesa salina da ciò che si trova sotto la crosta di sale e fango, dura come il ghiaccio.

Là sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato, i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio.

Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole anti-depressive. Ma improvvisamente oggi c'è una nuova ed enorme domanda potenziale.

Negli ultimissimi anni molti hanno avuto l'occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molti costruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procurati all'ambiente, stanno cercando di trovare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandi speranze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare e scaricare potenza - dicono - di qualsiasi altra batteria convenzionale.

Se questo tipo auto prendesse piede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica.

E proprio nel Salar de Uyuni, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra, gli esperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio nel mondo.

Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso di costruire un impianto-pilota per imparare come si fa a estrarre il litio da queste distese di sale e poi come far evaporare l'acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale.

Tutto ciò sta provocando grandi aspettative in un paese come la Bolivia privo di sbocchi al mare (persi nella Guerra del Pacifico di fine '800 con Cile e Perù e mai più recuperati nonostante i tentativi e i proclami di tutti i presidenti boliviani).

Per uno straniero la Bolivia è un ben strano paese, il secondo più povero del Sudamerica dopo la Guyana, una società spaccata da grandi linee di divisione - enormi gap fra ricchi e poveri, grandi differenze geografiche fra il lussureggiante est e le alte montagne andine dell'ovest, profonde fratture razziali fra gli ex-immigrati europei che hanno fatto fortuna e la maggioranza di poveri popoli indigeni.

Sono loro che hanno votato in massa per il primo presidente indigeno nel dicembre 2005, portandolo alla presidenza. Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cui proviene.

Ha nazionalizzato i vertici dell'economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso per rompere i grandi latifondi di terra.

Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non sarà preda dalle «multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori», ma sarà sfruttata dallo Stato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas).

Questa è una posizione che provoca orgoglio e entusiasmo fra i sostenitori di Morales. Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi più di un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni '90 la gente del posto abbia marciato per centinaia di chilometri verso la capitale La Paz per bloccare lo sfruttamento straniero di queste distese di sale e sorride a tutti denti accennando alla strategia di Morales per lo sfruttamento «domestico» di questa ricchezza.

Una volta tornati a La Paz, facendo notare, con il filo di fiato lasciato dall'altitudine, al ministero delle miniere Luis Echazu che la Bolivia si prende un bel rischio se davvero vuole diventare, come dice qualcuno, «l'Arabia saudita del litio», la risposta è stata un secco «no»: «Noi vogliamo molto di più. Non vogliamo soltanto processare il metallo, vogliamo anche costruire le batterie»

Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise, che la Bolivia dovrà prendere da fuori, e le multinazionali tradizionalmente diffidano dei paesi socialisti che danno un grosso ruolo allo Stato.

Intanto però, nella distesa del Salar de Uyuni, il «manager» dell'impianto in costruzione per il trattamento del litio Marcelo Castro, allevatore di galline e conigli, nonostante la fatica, si sente molto orgoglioso di essere parte in un grande progetto boliviano.

Se il mondo andrà verso le automobili elettriche, e se il litio sarà davvero il metallo che le farà muovere, e se i boliviani riusciranno a mantenere le aspettative, potremmo presto sentire parlare molto di più di ora della grande distesa salata di Uyuni.

Fonte il manifesto

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venerdì, 21 agosto 2009

Contro i veti Usa i muscoli della dignità

di Pablo Stefanoni, il manifesto del 20 agosto 2009.

Bloccato l'acquisto di sei aerei cechi in quanto contengono tecnologia americana. Accordi già stretti con Mosca e annunciati con Pechino. In più cooperazione con l'Iran. «I tempi del servilismo sono finiti». Anche perché ci sono le risorse economiche: le riserve sono al livello record di 8 miliardi di dollari. Ed Evo si avvia a una facile rielezione nelle elezioni di dicembre di fronte a una destra frantumata Morales e il suo vice García Linera si rivolgono a Russia e Cina per rinnovare l'arsenale aereo

Se fino a qualche anno fa l'ambasciatore Usa a La Paz era una specie di viceré e metteva becco su tutto, dalla nomina dei ministri chiave fino alla designazione dei capi militari, quel tempo adesso è finito. Almeno questo è quanto non perdono occasione di mostrare le principali autorità boliviane. Oltre che rispecchiare i loro convincimenti, il presidente Evo Morale e il suo vice Álvaro García Linera sanno bene che queste posizioni «antimperialiste» - come la sospensione delle attività della Dea in Bolivia o l'espulsione dell'ambasciatore Philip Goldberg nel 2008 - incontrano un vasto appoggio politico ed elettorale.

«Sono finiti i tempi del servilismo. Quelli di oggi sono i tempi della dignità e lo Stato ha il denaro sufficiente per garantire la sicurezza delle frontiere e entro poco tempo avremo anche gli aerei da guerra di cui abbiamo bisogno», ha precisato qualche giorno fa García Linera davanti a quello che ha denunciato come un veto di Washington sull'acquisto di sei aerei cechi L-159 costruiti con tecnologia Usa. «Voglio che il popolo boliviano e gli ambasciatori europei sappiano che gli Stati uniti non appoggiano affatto la lotta contro il narco-traffico. Se noi avessimo quei sei velivoli dotati di radar, la lotta contro questo crimine sarebbe molto più efficace», ha rincarato Morales rispondendo ai rapporti dei «gringos» che come al solito mettono in dubbio la politica anti-narcotici di Bolivia e Venezuela. «Se sul piano militare non riusciremo a conseguire la tecnologia Usa, ci rivolgeremo alla tecnologia russa o cinese e io vi garantisco che avremo aerei moderni per proteggere le nostre frontiere e per lottare contro il narco-traffico», ha proseguito García Linera, aggiungendo che la Bolivia ha cessato di essere una «wawa», un neonato dipendente dall'esterno, ed è ormai un adolescente «con più muscoli» e risorse.

Queste dichiarazioni hanno come sfondo uno dei principali motivi d'orgoglio dell'amministrazione Morales: le riserve internazionali hanno toccato livelli record e oggi sono più di 8000 milioni di dollari a fronte dei 1700 milioni del 2005, l'anno prima dell'arrivo al potere di Evo Morales. Le ragioni? I buoni prezzi delle materie prime anteriormente alla crisi mondiale e i nuovi contratti firmati con le compagnie petrolifere, che hanno aumentato le imposte raccolte dallo Sato.

In effetti, una settimana prima di queste dichiarazioni bellicose, il ministro della difesa boliviano, Walker San Miguel, ha annunciato un credito di Mosca per l'acquisto di armamento russo pari a 70 milioni di dollari, e la costruzione di un aereo presidenziale Antonov da 30 milioni di dollari. L'obiettivo è quello di ammodernare un arsenale che non si rinnova dagli anni '70 e che il presidente, costretto oggi a viaggiare in aerei prestati, abbia un suo mezzo di trasporto. Evo ha stretto un'alleanza molto stretta con le forze armate, che si manifesta nelle frequenti sfilate miste di indigeni e militari e nel mantenimento delle missioni in Congo e Haiti, criticate da gran parte della sinistra latino-americana.

Giorni fa l'ambasciata Usa a La Paz ha smentito il veto sull'acquisto degli aerei cechi e ha affermato che la richiesta è «in fase di considerazione», oltre a ribadire che gli Stati uniti «appoggiano la lotta contro il narco-traffico in Bolivia».

Oltretutto La Paz si è avvicinata a uno dei principali nemici dell' «impero»: l'Iran di Ahmadinejad, che ha visitato la Bolivia nel 2007, è stato ricevuto da Morales come «un compagno rivoluzionario» e ha firmato accordi di cooperazione per 1.3 miliardi di dollari. La settimana scorsa il ministro degli esteri persiano Manuchehr Mottaki è stato a La Paz per rendere operativi quegli accordi e l'altro giorno il ministro degli esteri boliviano David Choquehuanca ha chiesto al senato - controllato dall'opposizione di destra - di approvarli. Oltre alla collaborazione nel campo degli idrocarburi, gli aiuti della Repubblica islamica dovrebbero convogliarsi sull'installazione di un impianto per la lavorazione del latte, la costruzione di una fabbrica di cemento, l'avvio di un canale televisivo «per i movimenti sociali» - probabilmente nella regione cocalera del Chapare -, e su progetti in campo agro-pecuario e dei fertilizzanti.

Intanto però il paese è entrato in clima pre-elettorale in vista delle elezioni di dicembre. L'atmosfera si è già fatta pesante con lo scoppio qualche giorno fa di due lettere-bomba che hanno lasciato due feriti gravi, uno di loro la moglie di Fidel Surco, leader sindacale campesino e uomo di peso nella nomenclatura del potere. Per quanto le ragioni degli attentati - contro un'impresa di ingegneria e un sindacato di autisti - non siano ancora chiari, Evo Morales ha accusato la destra, degli ex-militari e dei sicari peruviani di volere seminare confusione in vista di un processo elettorale in cui il presidente indigeno non ha rivali. Sono addirittura 12 i candidati dell'opposizione che cercheranno - senza nessuna chance - di impedire la rielezione di Morales. Le inchieste d'opinione, per quello che possono valere, danno a Evo il 50%.

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mercoledì, 19 agosto 2009

Liga Norte: el odio legalizado

Gennaro Carotenuto, trovato su Bolpress
La nueva ley de seguridad impuesta por la separatista Liga Norte en Italia incita al odio racista y legaliza el "escuadrismo" fascista. La inmigración "sin papeles" fue equiparada a un crimen y patotas de ciudadanos financiados por el Estado ya han salido "legalmente" a cazar a los trabajadores extranjeros. Pero la Liga Norte, que domina a un Silvio Berlusconi debilitado por sus escándalos sexuales, va más allá: su objetivo es -también-discriminar a los italianos del sur, empezando por reducir sus sueldos.
a
A partir de ahora todo extranjero que no tenga documentos o que simplemente pierda su empleo (y con ello su derecho a permanecer en la península) cometerá un crimen y puede ser perseguido, encerrado hasta 180 días en un Centro de Identificación y Expulsión -en condiciones mucho peores de las de una cárcel- y finalmente expulsado.
 
En tiempo de crisis económica, el PBI italiano cae en picada y los empresarios del norte, que votan a la Liga pero necesitan mano de obra extranjera barata y clandestina para no pagar impuestos, obtuvieron medidas que les permiten chantajear más a los trabajadores: o te sometes (aun más) o te hago expulsar.
 
Aunque en otros países de la Unión Europea la inmigración clandestina sea duramente perseguida (Francia es un ejemplo), sólo en Italia es considerada un delito en sí misma. A ello hay que agregar la financiación por el Estado de patotas de ciudadanos, llamadas "rondas", que, supuestamente desarmadas, pueden marcar y recorrer el territorio para sustituir a la policía. (Una policía a la que el primer ministro Berlusconi continúa bajándole el presupuesto, al punto que se ha quedado sin gasolina para sus patrulleros.)
 
En su gran mayoría, las "rondas" están conformadas por militantes de la propia Liga o de partidos neofascistas que ahora están amparados por la ley para salir a la calle a pegarle al extranjero. "Esta ley está pensada para causar dolor a los inmigrantes", denunció el presidente de la Pastoral de los Migrantes de la Iglesia Católica, monseñor Agostino Marchetto.
 
En primer lugar dolor físico, pues ya se cuentan por decenas los episodios de extranjeros golpeados en las calles italianas. Y a pesar de que por ahora no se ha logrado imponer al personal médico la obligación de denunciar a sus pacientes "indocumentados", se sabe que buena parte de ellos han dejado de asistirse en hospitales públicos por temor a ser denunciados, arrestados y expulsados, como ya ha sucedido.
 
Algunos casos concretos: en aplicación de la ley, a una pareja de ancianos italianos de cerca de 90 años, de la provincia de Ancona, le confiscaron la casa porque ambos fueron denunciados por haber albergado a una mujer ucraniana clandestina que cuidaba de uno de ellos, paralítico.
 
El primer día de vigencia de la ley, un brasileño de 30 años fue atacado y robado en pleno centro de Milán; en el hospital en que se asistió lo denunciaron, fue detenido y enviado a un centro de expulsión junto a otros 11 extranjeros; los recién nacidos de madres "clandestinas" corren el riesgo de convertirse en "bebés fantasma", porque no podrán ser legalmente reconocidos por sus padres, no podrán tener atención médica regular ni ir luego a la escuela. La única categoría de "indocumentados" que fue relativamente considerada por la ley es la del servicio doméstico. Y no todos, sino aquellos -mayoritariamente mujeres- que cuidan a ancianos y suplen así a los deficitarios servicios públicos. Hay entre 300 mil y 500 mil mujeres clandestinas en esa situación, provenientes sobre todo de Europa del este y de Perú.
 
Italia es prácticamente el único país del mundo que no prevé ningún recorrido seguro hacia la integración plena de los ciudadanos extranjeros. Un inmigrante legal (actualmente son 5 millones) que vive, trabaja y paga impuestos en el país puede permanecer décadas sin obtener la ciudadanía ni saber claramente cómo hacerlo. Y si quiere irse o volver a su país de origen pierde todos sus aportes jubilatorios, que si trabaja regularmente está obligado a pagar. Más: al estar vigente el ius sanguinis, un joven nacido en Italia de padres extranjeros inmigrantes legales que no hayan obtenido la ciudadanía, al llegar a los 18 años puede convertirse en "ilegal" y ser expulsado del país en el que nació y vivió.
 
Ya los centros de Identificación y Expulsión están bajo la lupa de Amnistía Internacional, la Cruz Roja y otras organizaciones humanitarias, que consideran aberrante que una persona que no cometió ningún crimen sea literalmente secuestrada durante 180 días en espera de una expulsión hacia un país del que huyó por motivos políticos o económicos. Estas organizaciones denuncian además que las condiciones de vida de esas personas son infrahumanas: viven hacinadas, en espacios mínimos, tiradas en el piso, prácticamente sin atención médica. Como Mohammed, 30 años, egipcio, que dijo a una organización humanitaria: "Hace seis años que trabajo como albañil en Italia, pero nunca nadie quiso regularizarme. Necesitaba operarme del oído y debí internarme. Me trajeron al centro de expulsión directamente desde el hospital". O Susana, una rom nacida en Italia: "Mi familia vino de Yugoslavia. Yo nací acá, tengo marido y dos hijos pero nunca logré tener papeles. Ahora que me expulsan, ¿qué va a ser de mí en un país extranjero?".
 
¿Hablas milanés?
Su actual ofensiva xenófoba no le ha hecho perder el norte a la Liga Norte: sus enemigos originarios son los italianos del sur, a quienes acusa de ser culpables de todos los vicios del país, en una carrera en la cual los estereotipos y los lugares comunes asumen el carácter de dogma. 
Sicilianos, calabreses, napolitanos residentes en las ricas regiones septentrionales del país deberán ahora someterse a exigencias tales como saber bergamasco o véneto para poder enseñar química o matemáticas a los niños o jóvenes nórdicos. Y peor aun: la Liga promueve la adopción de "jaulas salariales" en función de las cuales por un trabajo similar los sureños (sean funcionarios o trabajadores del sector privado) cobrarán sueldos inferiores a los nórdicos. Y se haría por ley, aunque esa ley viole media docena de artículos de la Constitución. Silvio Berlusconi dio su apoyo a esa iniciativa, antes de desmentirlo, como ha hecho tantas otras veces.
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mercoledì, 12 agosto 2009

Centenario del Hogar Carlos de Villegas

La DirectoraCon colpevole ritardo, leggo sul quotidiano La Razon di La Paz che il 27 luglio si è festeggiato il centenario della fondazione dell’Hogar Carlos de Villegas. Ne parla anche il quotidiano El Diario qui.
 
Un emotivo encuentro junto a sus ex alumnas.
Las ex alumnas del Hogar Carlos de Villegas rindieron un homenaje a esta casa de estudio y vivienda que las albergó por al menos dos décadas. En un conmovedor encuentro, las ex estudiantes entregaron un reconocimiento a quienes fueron sus maestros, amigos y a las que incluso consideran como madres.
El Hogar, que este año celebra sus 100 años, es uno de los centros que ofrece ayuda a los niños y adolescentes huérfanos de la ciudad de La Paz y trabaja con la congregación del colegio Amor de Dios.
La reunión se caracterizó por su emotividad y uno de los momentos en el que este sentimiento estuvo a flor de piel fue cuando las ex alumnas entregaron el reconocimiento y ofrecieron palabras de gratitud a las funcionarias y religiosas del hogar, muchas de las cuales son consideradas como madres.
“Quisimos agradecer todo el apoyo que nos dieron las religiosas en nuestra formación y educación. Así como también agradecer a las damas de la sociedad protectora de la infancia y su directiva”, comentó emocionada Mary Perales, representante de las ex alumnas.
“Como asociación hemos hecho el reconocimiento a todo el personal de religiosas del colegio Amor de Dios. Ellas (las hermanas) son la que nos han formado y educado, merecían este acto”, agregó Perales.
Al encuentro asistió Carlos de Villegas, bisnieto de Alfredo de Villegas, quien hace 100 años donó la vivienda donde se ubica el Hogar, en la avenida 20 de Octubre, entre las calles Rosendo Gutiérrez y Belisario Salinas.
El acto contó también con invitados especiales como los músicos bolivianos Fernando Jiménez, el maestro Ernesto Cavour y la declamadora Elizabeth Fiorilo Sucre.
Se contó, además, con la presencia de las religiosas de las comunidades del colegio Amor de Dios que trabajan en La Paz, Cochabamba, Oruro y localidades de otros departamentos.
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giovedì, 06 agosto 2009

Afirman que la burocracia impide adopción de niños

In questi giorni molto difficili per alcune coppie adottive, a cui va tutto il nostro incoraggiamento, anche sui giornali si torna a parlare di adozioni. Questo articolo è stato pubblicato da La Razon ieri. Qui trovate invece i motivi per cui gli hogares sono ancora pieni.
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Un organismo que cuida a infantes y una diputada elaboran un anteproyecto de ley. 
Representantes de la Cámara de Diputados y de las instituciones que tienen a su cargo a niños huérfanos coincidieron ayer que la burocracia estatal impide la adopción de los infantes.
La Comisión de Desarrollo Sostenible de la Cámara de Diputados y el Hogar Carlos de Villegas organizaron el taller “Celeridad en los Procesos de Adopción” para elaborar un anteproyecto de ley que busque mayor eficacia en este proceso.
La presidenta de la citada comisión, Claudia Paredes, informó que su propuesta a los representantes de los diferentes sectores fue modificar la actual norma de adopciones. “Hay una ley que data de hace 10 años, a través del Código Niño, Niña, Adolescente, y que no se ajusta a los tiempos porque no contempla el hacinamiento en el que se hallan los niños en los hogares, así como los que están en situación de abandono”.
En las mesas técnicas se identificaron los obstáculos de las adopciones en los procesos administrativos, pues el trámite supera los seis meses que indica la norma, y los niños esperan incluso hasta dos años por una familia que ya les anticipó un hogar.
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mercoledì, 05 agosto 2009

Bolivia: indígenas rumbo a la autonomía

Autonomia indigenasDomenica scorsa è stato approvato il Decreto Supremo che indice per il 6 dicembre (giorno in cui si dovrebbero tenere anche le elezioni presidenziali) il referendum sull’autonomia indigena, referendum che, come giustamente afferma Gennaro Carotenuto,mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native”. Così riporta la notizia il sito della BBC.
 
Bolivia: indígenas rumbo a la autonomía
Mery Vaca, BBC Mundo
 
El gobierno de Bolivia, presidido por el indígena Evo Morales, dio este domingo un paso más para la aplicación de la autonomía indígena en los municipios rurales, que desde enero está reconocida por la Constitución Política del Estado.
 
Morales autorizó a los municipios a realizar referendos para definir si quieren ser autonomías indígenas.
Por medio de un decreto, Morales autorizó a los municipios bolivianos a realizar referendos para definir si quieren convertirse en autonomías indígenas.
Las consultas se celebrarán el 6 de diciembre, de forma simultánea a las elecciones generales. En la misma fecha, Morales se postulará a la reelección presidencial y los bolivianos elegirán también un nuevo Congreso.
Bolivia tiene 36 pueblos indígenas y 327 municipios autónomos que se rigen por las leyes del Estado; sin embargo, si alguno de estos territorios decidiera convertirse en autonomía indígena, las etnias adoptarán para su gobierno sus usos y costumbres que estarán escritos en un estatuto autonómico.
Estos estatutos deben subordinarse a la Constitución y a la futura ley de Autonomías.
De hecho, durante el acto de presentación del decreto, ocho municipios le entregaron al presidente Morales sus proyectos para convertirse en autonomías indígenas.
La entrega coincidió en el Día del Campesino que, a partir de ahora, es también el Día de la Autonomía Indígena.
 
"No es para los terratenientes"
El acto de entrega del decreto se produjo en Camiri, en el departamento oriental de Santa Cruz, justamente donde los opositores a Morales impulsaron las autonomías departamentales y rechazaron las autonomías indígenas.
El presidente señaló: "Con responsabilidad, de manera legal y constitucional, en base a la Constitución Política del Estado, estamos empezando a garantizar la autonomía indígena", a diferencia de la oposición que, según dijo, busca autonomía para proteger a los terratenientes y para dividir Bolivia”.
La nueva Constitución reconoce autonomías departamentales, regionales, municipales e indígenas y, según Morales, todas serán garantizadas.
Sin embargo, la aplicación plena de las autonomías en Bolivia espera por la aprobación de una ley que será tratada por el próximo Poder Legislativo, que se instalará después de las elecciones de diciembre y llevará el nombre de Asamblea Legislativa Plurinacional.
Además del referendo municipal, las etnias podrán también convertirse en autonomías si logran consolidarse como "territorios ancestrales" y por "la agregación de municipios o territorios indígenas, originarios o campesinos", según dice una publicación del Ministerio de Autonomías. En ambos casos se debe cumplir un procedimiento que establecerá la futura ley de Autonomías.
 
Fiesta indígena
El acto de presentación del decreto de autonomías se realizó en medio de una fiesta popular, de la que participaron indígenas de diferentes regiones del país y representantes de los movimientos sociales de otros departamentos.
Según el presidente boliviano, todas las autonomías serán garantizadas.
Durante su discurso, Morales hizo un recorrido por los logros de su gobierno a favor de los indígenas. Citó la redistribución de la tierra, la mecanización del agro y la instalación de las universidades indígenas, entre otros.
Dijo que una vez conquistado el poder político, ahora corresponde que los indígenas tomen el poder económico, es decir, que dejen de depender de los empresarios y que generen sus propios recursos.
Y, como ya lo hiciera en anteriores ocasiones, Morales dijo que ahora sólo controla el Poder Ejecutivo y que, como el Legislativo y el Judicial no acompañan su proyecto político, debe producirse un cambio.
Ese cambio, según los oradores que le antecedieron -todos ellos dirigentes sindicales- se producirá el 6 de diciembre, cuando Morales buscará la reelección y espera obtener una mayoría tal que le permita controlar el Congreso.
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mercoledì, 05 agosto 2009

La reginetta "diavolessa" che fa infuriare La Paz?

Siamo in agosto e purtroppo queste sono le notizie che i giornali scelgono di pubblicare in questi giorni.
Per tutta risposta, riporto di seguito un bellissimo pezzo che parla delle attuali nostre miserie maschili e italiane. Questa, in ogni caso, la notizia della reazione del governo boliviano.
a
Articolo del Corriere on line
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Miseria del maschile
Tamar Pitch, il manifesto del 2 agosto 2009
Ciò che va in scena da un po' in Italia è la miseria della mascolinità. Più che, genericamente, le donne e, in particolare, le femministe, a dir qualcosa dovrebbero essere gli uomini. Non (soltanto) sulle bugie del presidente del consiglio e sul dibattito pubblico/privato, ma proprio sulla messa in scena di un maschile povero, misero, e, come bene messo in rilievo dalle «puttane», ridicolo. Qui il machismo tradizionale non c'entra proprio. Né c'entrano affatto le osservazioni sulle «donne all'epoca di Berlusconi» di un recente articolo su Repubblica di Michela Marzano. La quale si interroga su qualcosa che non è tipico delle donne italiane né delle donne in genere: ossia, l'ossessione di intervenire sul proprio corpo per renderlo simile a quello di qualche modella o modello. Ossessione rintracciabile ovunque, e in tutti i sessi/generi. Molto ci sarebbe da dire su questo, ma non voglio farlo qui. Invece voglio parlare di questo maschile, della sua deriva ridicola, e poi riflettere su che cosa ci dice sul tipo di regime politico che viviamo.
La miseria: un anziano liftato, truccato, coi capelli finti, assai ricco e potente, ridotto a comprare non tanto sesso, ma ammirazione (le povere ragazze costrette a visionare lunghi video dell'anziano suddetto che si accompagna a capi e cape di stato) mi pare una metafora dell'impotenza del maschile odierno (che nemmeno l'aiutino di qualche medicamento miracoloso riesce a dissimulare).
Un maschile riprodotto dalle patetiche figure dei Bondi, dei Ghedini e dei Cicchitto, nonché dei tristi «tra moglie e marito...», o «...noi non facciamo del moralismo» dei Franceschini e simili.
Vincere, l'ultimo film di Bellocchio, mi ha fatto pensare: com'è che oggi ci rendiamo conto perfettamente di quanto ridicoli (oltre che, va da sé, tutto il resto) fossero Mussolini e la sua esibizione di virilità, quella sì machista, e stentiamo invece a riconoscere lo stesso ridicolo in Berlusconi? Certo, ai tempi le donne erano mogli o puttane, ma stavano al loro posto. Anche oggi per molti uomini sono mogli o puttane, ma al loro posto non ci stanno, tanto che sono state proprio le mogli e le puttane a dire che il re è nudo, e queste ultime a sbeffeggiarlo.
Però, non siamo passati dalla tragedia alla farsa. In realtà, non c'è molto da ridere, giacché questo miserando spettacolo si inserisce perfettamente dentro quel populismo autoritario di cui parla, tra gli altri, Jonathan Simon, a proposito dell'America prima di Obama (Il governo della paura, Cortina). Il populismo autoritario governa con e attraverso la paura e utilizza a piene mani un repertorio simbolico maschilista. In Italia, il tipo ideale di questo populismo è la Lega, dove celodurismo e razzismo sono le due facce della stessa medaglia: «noi», i maschi italiani, ci ergiamo a «protettori» (nei vari sensi di questa parola) delle donne italiane contro gli stranieri barbari e stupratori. Ciò che significa, tra le altre orribili cose, togliere voce alle donne stesse, a dimostrazione del fatto che sessismo e razzismo vanno sempre insieme. Del resto, quando si invocano l'identità e le tradizioni, il popolo e la patria, l'implicito (che nelle pulizie etniche diventa esplicito) è il ferreo controllo sulle donne e i loro corpi, giacché depositarie di identità, tradizioni, e così via.
L'ostilità nei confronti delle donne è però molto visibile anche nei comportamenti e nei discorsi del presidente del consiglio. A lui le donne non piacciono. Gli piaceva, non a caso, la sua mamma. Le tollera se corpi senza voce, se mogli e puttane al modo tradizionale, se gli fanno coro ammirato intorno. Io penso che ne abbia paura.
La paura attraverso cui il populismo autoritario governa e si legittima è in primo luogo la paura delle donne e delle loro libertà, anche se questa paura non è detta esplicitamente. Il consenso diffuso a questo regime va rintracciato anche qui. L'immaginario degli anni novanta, dopo il femminismo, è popolato da mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, minaccia per i figli e l'ordine sociale, persecutrici di padri separati, potenziali assassine di embrioni, smisurate. È un immaginario diffuso, che certo non risparmia chi votava o vota «a sinistra».
L'insicurezza propria dell'epoca in cui viviamo trova i suoi capri espiatori (in Italia) nei migranti, ma (anche, se non soprattutto) è di noi parla questa favola.
E certo in Italia saremo speciali (ma non lo era anche Mussolini?), però le destre estreme vincitrici in Europa utilizzano un repertorio linguistico e simbolico non tanto diverso da quello della Lega, e i giornali dell'«amico Putin» inneggiano alla virilità dell'anziano scopatore. Per fortuna (del maschile) c'è Obama, tutto un altro modo di interpretare le virtù virili.
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martedì, 04 agosto 2009

La più bella via di La Paz

jaen_lane

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Utente: anticap
"Yo como tú amo el amor, la vida, el dulce encanto de las cosas el paisaje celeste de los días de enero. También mi sangre bulle y río por los ojos que han conocido el brote de las lágrimas. Creo que el mundo es bello, que la poesía es como el pan, de todos. Y que mis venas no terminan en mí, sino en la sangre unánime de los que luchan por la vida, el amor, las cosas, el paisaje y el pan, la poesía de todos." Roque Dalton, 1975


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