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"Imagínense ustedes, en el campo sobre todo, la mayor parte de los niños muere y muy pocos se salvan de esa muerte. Estos temas quisiéramos solucionarlos, no solamente con la participación de los bolivianos, sino también de la cooperación internacional. Resolver, no para Evo; no estoy pidiendo participación de la comunidad internacional para Evo sino para el pueblo boliviano". Evo Morales 22-01-2006
venerdì, 19 dicembre 2008

L’IMPRESA MISTA NELLA NUOVA COSTITUZIONE BOLIVIANA

di Carlos Crespo, professore di Sociologia presso il Centro Studi Universitario (CESU-UMSS) di Cochabamba. Traduzione di Andrea Lorini
 
Il governo ha diffuso la notizia che la nuova Costituzione Politica dello Stato (CPE) elimina la partecipazione dei privati nel settore d’acqua potabile e reti fognarie, in particolar modo le concessioni. Il viceministro all’irrigazione segnalava che nella nuova CPE “le concessioni si annullano, non c’è più nessuna concessione del servizio idrico”. La presidente dell’Assemblea Costituente Silvia Lazarte afferma che “la Costituzione [...] perora per il recupero delle Risorse Naturali (RRNN), come l’acqua, che non può essere privatizzata”. Ratificando questa informazione, Amnesty International aggiunge che l’approvazione della costituzione permetterebbe di proibire “la privatizzazione dell’acqua o la sua inclusione dentro accordi commerciali”; analogamente, sulla stampa elettronica boliviana, si legge: “La nuova Costituzione Politica dello Stato garantisce che l’acqua non sarà privatizzata né i suoi servizi concessionati e acquisisce la categoria di diritto fondamentale”. (vedi: http://www.tarijalibre.tarijaindustrial.com)
All’interno del testo costituzionale, appaiono due modi per eliminare effettivamente la privatizzazione dell’acqua; uno, eliminare la figura privata nel settore, come nel modello ecuadoriano, la cui assemblea costituente ha definito che la gestione dell’acqua è esclusivamente pubblica o comunitaria. Il secondo è lo stabilire che la gestione dell’acqua e dei suoi servizi costituisce un servizio, pertanto non avrà fini di lucro, mettendo un lucchetto alla partecipazione privata. Guardiamo cosa succede nel nuovo modello normativo costituzionale boliviano.
La CPE definisce chiaramente un ruolo da protagonista per lo Stato nella gestione dell’acqua: “è un dovere dello Stato gestire, regolare, proteggere e pianificare l’uso adeguato e durevole delle risorse idriche, con partecipazione sociale, garantendo l’accesso all’acqua a tutti i suoi abitanti”(art.374). Si dice inoltre che “le risorse idriche […] non potranno essere oggetto di appropriazioni private e tanto queste quanto i suoi servizi non verranno dati in concessione e sono soggetti ad un regime di licenze, registri e autorizzazioni conformi alla Legge”. (art. 373 inc.II). Cioè, la risorsa non sarà privatizzata, però, riguardo al servizio, dice solo che non sarà dato in concessione, non fa nessun riferimento alle altre forme di partecipazione privata. L’articolo 309 chiarifica il tutto, con l’introduzione dell’impresa mista all’interno degli obiettivi della forma di organizzazione economica statale (includendo le imprese e le altre entità economiche di proprietà statale): “Amministrare i servizi basici d’acqua potabile e reti fognarie direttamente o attraverso le imprese pubbliche, comunitarie, cooperative o miste” (art. 309)
Di fatto, le forme d’organizzazione economiche riconosciute nella nuova CPE sono: la comunitaria, la statale, la privata e la cooperativa sociale, le quali “potranno costituire imprese miste” (art. 306, inc. IV). Insomma, contraddicendo quanto affermato dal governo e dagli intellettuali organici, nonostante la maggiore presenza statale nella gestione delle risorse idriche e dei suoi servizi, la partecipazione privata non solo non scompare, bensì viene costituzionalizzata attraverso l’impresa mista, figura giuridica che era assente nella versione dell’Assemblea Costituente approvata ad Oruro, dove si diceva che i servizi pubblici verranno amministrati “direttamente o attraverso imprese pubblico-comunitarie” (art.310).
Due fattori tra loro relazionati spiegano questa modifica. Da una parte, il generalizzato fallimento dei modelli di privatizzazione dei servizi dell’acqua potabile nel mondo, e la resistenza sociale da essi generata (la guerra dell’acqua di Cochabamba ha costituito un referente e un modello da seguire per l’attivismo internazionale dell’acqua), ha obbligato la cooperazione internazionale a ripensare le strade della partecipazione privata, e la più diffusa è la cosiddetta “società pubblico-privata”, o imprese miste (Vives, et. al, 2007; FOMIN, 2005; Benavides, J & Vives, A, 2005). La forma classica della privatizzazione e/o concessione totale del servizio non viene più difesa da nessuno, però sì per quanto riguarda le alleanze pubblico-private. E la Bolivia non è un’eccezione; la figura dell’impresa mista arriva attraverso la cooperazione internazionale. Non dimentichiamoci che il finanziamento della voce acqua potabile e sanitizzazione nel Piano Nazionale di Sviluppo (528 milioni di dollari in programmi e progetti di preinvestimento e investimento) proviene fondamentalmente da crediti e donazioni della coooperazione internazionale. Oggi, organizzazioni come il BID (Banca Interamericana di Sviluppo) e la GTZ/KfW, che difendono e promuovono i modelli misti, sono i principali finanziatori del settore dell’acqua potabile e dell’irrigazione. È evidente che il governo boliviano ha ceduto alla pressione che suppone le condizionalità di queste applicazioni, accettando l’impresa mista come un modello di gestione dei servizi d’acqua potabile e reti fognarie. Questo fatto, senza dubbio, può orientare il futuro modello dell’impresa d’acqua a La Paz/El Alto, attualmente in discussione, e aprire la possibilità di un’impresa mista in quelle città.
Il dilemma si prospetta per le organizzazioni sociali altegne, in particolarmodo la FEJUVE (Federazione di Giunte dei Vicini), leader della resistenza contro l’impresa Aguas del Illimani/Suez: metteranno in discussione la struttura normativa costituzionale, oggi del tutto appoggiata nonostante leda il principio antiprivatizzatore che orientò la lotta altegna dell’acqua?
Oggi, il movimento nazionale dell’acqua, nell’aver deciso di appoggiare il governo e/o il processo, in generale è neutralizzato nella sua capacità d’azione collettiva autonoma, pertanto difficilmente sorgerà un movimento critico della costituzionalizzazione della partecipazione privata nel settore dell’acqua, questa volta sotto la forma di impresa mista.
Infine, la defezione del governo boliviano di fronte alla cooperazione internazionale, in un tema fondamentale come la partecipazione privata nel settore dell’acqua, mostra due cose: oltre alla retorica anti-imperialista dei governanti, la Bolivia continua ad essere un paese sottomesso al potere sovranazionale delle multinazionali e delle organizzazioni della cooperazione internazionale. In secondo luogo, governi che si autodefiniscono come antineoliberisti e di sinistra, rivendicando una matrice indigena, come nel caso boliviano, non garantiscono che l’acqua e i suoi servizi non vengano mercificati; ciò è la loro privatizzazione e la loro articolazione alla diciplina del mercato.
 
La empresa mixta en la nueva Constitución boliviana
Carlos Crespo
 
(CESU-UMSS).- El gobierno ha difundido la noticia que la nueva CPE elimina la participación privada en el sector agua potable y alcantarillado, particularmente las concesiones. El viceministro de riego señalaba que en la nueva CPE "las concesiones se anulan, no hay más concesiones de recurso hídrico" . La presidenta de la Asamblea Constituyente Silvia Lazarte afirma que "la constitución... aboga por la recuperación de los RRNN, como el agua, que no puede ser privatizada" (http://abi.bo). Ratificando esta información, Amnistía Internacional alega que la aprobación de la constitución permitiría prohibir "la privatización del agua o su inclusión en acuerdos comerciales" (http://www.amnesty.org/es); en el mismo sentido, en la prensa electrónica boliviana, se lee: "La nueva Constitución Política del Estado garantiza que el agua no será privatizada ni sus servicios concesionados y adquiere categoría de derecho fundamental" (http://www.tarijalibre.tarijaindustrial.com).
Se me ocurren dos maneras de eliminar efectivamente la privatización del agua en el texto constitucional; una, eliminar la figura privada en el sector, como en el modelo ecuatoriano, cuya asamblea constituyente ha definido que la gestión del agua es exclusivamente pública o comunitaria. La segunda es establecer que la gestión del agua y sus servicios constituyen un servicio, por tanto no tendrá fines de lucro, poniendo un candado a la participación privada. Veamos que sucede en el nuevo marco normativo constitucional boliviano.
La CPE señala claramente un rol protagónico al Estado en la gestión del agua: "... Es deber del Estado gestionar, regular, proteger y planificar el uso adecuado y sustentable de los recursos hídricos, con participación social, garantizando el acceso al agua a todos sus habitantes..." (Art. 374). Asimismo, se dice que "Los recursos hídricos... no podrán ser objeto de apropiaciones privadas y tanto ellos como sus servicios no serán concesionados y están sujetos a un régimen de licencias, registros y autorizaciones conforme a Ley. (Art. 373 inc. II). Es decir, el recurso no será privatizado, pero del servicio solo dice que no será concesionado, no hace referencia de otras formas de participación privada. El artículo 309 lo aclara, con la introducción de la empresa mixta dentro los objetivos de la forma de organización económica estatal (incluyendo a las empresas y otras entidades económicas de propiedad estatal):
"Administrar los servicios básicos de agua potable y alcantarillado directamente o por medio de empresas públicas, comunitarias, cooperativas o mixtas. (Art. 309).
De hecho, entre las formas de organización económicas reconocidas en la nueva CPE se hallan la comunitaria, estatal, privada y social cooperativa, las cuales "podrán constituir empresas mixtas (art. 306, inc. IV). En suma, contradiciendo lo afirmado por el gobierno e intelectuales orgánicos, a pesar de la mayor presencia estatal en la gestión de los recursos hídricos y sus servicios, la participación privada no solo que no desaparece, sino que se la constitucionaliza a través de la empresa mixta, figura jurídica que estaba ausente en la versión de la Asamblea Constituyente aprobada en Oruro, donde se decía que los servicios públicos serian administrados "directamente o por medio de empresas público-comunitarias" (art. 310).
Dos factores interrelacionados explican esta modificación. Por un lado, el generalizado fracaso de los modelos de privatización de los servicios de agua potable en el mundo, y la resistencia social que ha generado (donde la guerra del agua de Cochabamba ha constituido un referente y modelo a seguir para el activismo internacional del agua), ha obligado a la cooperación internacional repensar las vías de participación privada, y la más difundida es la llamada "sociedad público privada", o empresas mixtas (Vives, et. al, 2007; FOMIN, 2005; Benavides, J & Vives, A, 2005). La forma clásica de privatización y/o concesión total del servicio es un figura que nadie defiende, pero sí las alianzas público privadas. Y Bolivia no es la excepción; la figura de la empresa mixta llega vía cooperación internacional. No olvidemos que el financiamiento del componente agua potable y saneamiento en el Plan Nacional de Desarrollo ($US 528 millones en programas y proyectos de pre inversión e inversión), fundamentalmente proviene de créditos y donaciones, de la cooperación internacional. Hoy, organismos como el BID y la GTZ/KfW, defensores y promotores de los modelos mixtos, son los principales financiadores del sector agua potable y riego . Es evidente que el gobierno boliviano ha cedido a la presión que suponen las condicionalidades de estos soportes, aceptando la empresa mixta como modelo de gestión de los servicios de agua potable y alcantarillado. Este hecho sin duda puede orientar el futuro modelo de la empresa de agua en La Paz/el Alto, actualmente en discusión, y abrir la posibilidad de un empresa mixta en aquellas ciudades.
El dilema se plantea para las organizaciones sociales alteñas, particularmente la FEJUVE, líder de la resistencia a la empresa Aguas del Illimani/Suez: cuestionarán el marco normativo constitucional, hoy respaldado totalmente, aunque vulnere el principio antiprivatizador que orientó la lucha alteña del agua? Hoy, el movimiento nacional del agua, al haber decidido apoyar el gobierno y/o el proceso, en general está neutralizado en su capacidad de acción colectiva autónoma, por tanto difícilmente surgirá un movimiento crítico de la constitucionalización de la participación privada en el sector agua, esta vez como empresa mixta.
Finalmente, la defección del gobierno boliviano ante la cooperación internacional, en un tema fundamental como la participación privada en el sector agua, muestra dos cosas: más allá de la retórica anti imperialista de los gobernantes, Bolivia continua siendo un país sometido al poder supranacional de las corporaciones y los organismos de cooperación internacionales. Segundo, gobiernos autodefinidos como anti neoliberales y de izquierda, reivindicando una matriz indígena, como en el caso boliviano, no garantizan que el agua y sus servicios no sean mercantilizados, esto es su privatización y su articulación a la disciplina del mercado.
 
Bibliografia:
- Benvides, Juan & Vives, Antonio (2005) Public private partnership: from plain vanilla to local flavour; Infraestructure and Financial Market review, Vol II, No 2. Pp 1-5.
- Fondo Multilateral de Inversión -FOMIN (2005) Plan de acción para grupos de proyectos del FOMIN. Apoyo a la competitividad mediante asociaciones público privadas; 12 pp.
- Vives, et. al. (2007) Estructuración financiera de proyectos de infraestructura en asociaciones público privadas: una aplicación a proyectos de agua y saneamiento; Washington: Banco Interamericano de Desarrollo. 99 pp.
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categoria: bolivia


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