Questo interessante articolo è stato pubblicato nell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique di febbraio 2008. Mi sembra che riassuma bene la situazione e mostri anche i punti deboli che deve affrontare il governo Morales nonché i rischi che provengono dal movimento autonomista.
Detto per inciso, mi sembra del tutto ovvio che il governo Morales, dovendo affrontare delle spinte, direi, secessioniste dai dipartimenti dell’oriente (che ormai si può dire configurano uno scenario “alla Kosovo” ma che non sono sulle prime pagine dei giornali occidentali, almeno fino a quando, e spero non succeda mai, ci saranno i primi veri scontri violenti), dicevo che è ovvio che il governo abbia tutto in mente tranne le adozioni internazionali in cima alle questioni da affrontare e risolvere. Per questo, ma spero di essere smentito, non so se la pausa amministrativa verrà tolta dopo il 18 aprile.
di Franck Poupeau e Hervé Do Alto*
Due anni dopo il suo arrivo al potere, Evo Morales subisce gli assalti delle forze conservatrici in una Bolivia profondamente divisa. L'approvazione di una nuova costituzione da parte dell'Assemblea costituente, senza la presenza dell'opposizione, che la definisce illegale, rappresenta uno dei fattori di questa radicalizzazione. A ciò si aggiunge la sfida lanciata al capo dello stato con la dichiarazione unilaterale di autonomia dei governatori delle ricche regioni di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando.
Anche se negli ambienti della sinistra internazionalista è di moda voler «cambiare il mondo senza prendere il potere», per citare il titolo del celebre libro di John Holloway (1), la Bolivia ha scelto un'altra strada. Alla fine di un ciclo particolarmente conflittuale tra il 1999 e il 2005 (2), è salito al potere Evo Morales, il «primo presidente indio» d'America (3) e si sta impegnando a trasformare la società del suo paese. Eletto il 18 dicembre 2005, al primo turno con il 53,72% dei voti, Morales ha promesso di difendere i diritti delle popolazione indie, oppresse dai tempi della colonizzazione, di farla finita con venti anni di politiche liberiste e di dare applicazione concreta all'«agenda di ottobre» (un insieme di rivendicazioni che si sono concentrate, nell'ottobre 2003, sulla domanda di nazionalizzazione degli idrocarburi e su una rifondazione dello stato attraverso una nuova costituzione).
Dopo il suo arrivo al potere, il governo ha gestito le questioni economiche con pragmatismo; il 3 gennaio 2007 ha negoziato l'uscita della Lyonnaise des eaux dall'impresa di distribuzione dell'acqua di La Paz (4) e, nonostante la spettacolare «nazionalizzazione» annunciata il 1° maggio 2006 (5), ha garantito la continuità dello sfruttamento degli idrocarburi con le multinazionali brasiliane, argentine e spagnole.
Lo spettro di una destabilizzazione orchestrata dalle élite economiche del paese ha spinto il Movimento verso il socialismo (Mas), il partito del presidente, a una grande prudenza nell'elaborazione delle sue politiche pubbliche: mentre alcuni ministeri sono stati oggetto di un profondo rinnovamento del personale, quello dell'Economia è cambiato pochissimo, in modo da garantire una continuità dello stato in un settore così delicato.
Tuttavia due anni dopo l'arrivo di Morales alla presidenza, la situazione politica è bloccata, il suo progetto di nuova costituzione molto contestato e le ricche regioni petrolifere e agroindustriali della media luna (6), cuore economico del paese, hanno «di fatto» proclamato la loro autonomia.
La destra, che al Senato ha la maggioranza (al contrario della Camera dei deputati), ha ostacolato l'adozione della maggior parte delle misure sociali. Nel novembre 2006 la riforma agraria è stata approvata solo grazie all'appoggio di diversi parlamentari dell'opposizione - o dei loro supplenti. L'approvazione della Renta Dignidad, uno stanziamento in favore dei pensionati, è stata ritardata per la stessa ragione durante tutto l'anno scorso. Un'altra misura centrale del programma del Mas, la nazionalizzazione degli idrocarburi ha dovuto essere adottata per decreto nel maggio 2006. Tuttavia la principale difficoltà del Mas deriva dalla sua gestione politica.
La mancanza di chiarezza in questa gestione deriva probabilmente dal fatto che il Mas, nato dal sindacalismo contadino dei cocaleros (7), è più una federazione di organizzazioni sociali che un partito.
Nella politica, spesso poco appariscente, di una democrazia rappresentativa, i parlamentari non dispongono tutti dello stesso «capitale militante», a seconda che vengano dai settori contadini, a lungo emarginati e repressi, o dai ceti intellettuali urbani. Questa dinamica sociologica permette di capire perché, nonostante l'assenza ufficiale di «correnti» all'interno del Mas, i parlamentari e i dirigenti del mondo rurale tendano ad affrontare l'opposizione adottando delle posizioni più radicali e mettendo di fronte al fatto compiuto. In questo modo si è rafforzata l'impressione, particolarmente viva nelle «classi medie urbane», che il governo si preoccupi solo delle comunità (indie) dell'Altopiano - gli altipiani andini.
Queste «gaffe» non sono solo semplici trasgressioni formali delle regole di funzionamento democratico, rivelano in realtà la necessità del governo di «passare in forza» su alcuni progetti frenati da un'opposizione che utilizza tutti i ricorsi legali (e talvolta illegali) a disposizione - un paradosso quando si sa che il Mas ha vinto le ultime due elezioni con la maggioranza assoluta.
Il 2 luglio 2006, su iniziativa del governo, si sono svolti due eventi concomitanti: l'elezione dei rappresentanti dell'Assemblea costituente e un referendum sulle autonomie dipartimentali. In questo secondo caso il «no» ha ottenuto a livello nazionale il 56% dei voti (8), ma - confortando gli orientamenti antigovernativi dei loro prefetti - queste autonomie sono state approvate in quattro dei nove dipartimenti (Beni, Pando, Santa Cruz e Tarija), tutti situati nell'est del paese.
Chiedendo di votare no sotto la pressione di organizzazioni sociali mobilitate contro quello che era considerato un «progetto delle élite della media luna», il Mas ha permesso all'opposizione di rinascere dalle sue ceneri elettorali (9), lasciandole il monopolio politico su questo argomento. Tutto ciò dimostra l'incoerenza del Mas, visto che una parte del suo programma voleva proprio promuovere le autonomie «indie» sui territori delle comunità.
Destra all'attacco Nel frattempo per la convocazione dell'Assemblea costituente è stato adottato un sistema di voto molto vicino a quello in vigore, ma senza che vi fosse assicurata una maggiore rappresentazione dei settori sociali. Il Mas, anche se ha ottenuto la maggioranza, con 133 dei 255 parlamentari, non ha raggiunto i due terzi degli eletti, necessari all'approvazione della nuova costituzione. Per diversi mesi una corrente moderata ha cercato di arrivare a un accordo con l'opposizione. Ma nel novembre 2006 ha avuto la meglio la linea radicale, che ha cercato di cambiare la «regola dei due terzi» con un voto a maggioranza semplice.
L'opposizione si è subito impadronita di questo pretesto, per rimobilitare i suoi simpatizzanti contro un governo accusato di «atteggiamenti autoritari» simile a quello di Hugo Chávez in Venezuela (le affinità fra i due dirigenti e i numerosi aiuti concessi da quest'ultimo alla Bolivia facilitano il paragone).
I prefetti, contrari ai rigidi controlli imposti sui loro conti finanziari, hanno sfruttato l'occasione per rafforzare la richiesta di autonomia dipartimentale contro la «dittatura dello stato centrale». Le mobilitazioni antigovernative sono culminate il 12 dicembre 2006 con il cabildo del million, una manifestazione di un milione di persone a Santa Cruz, ironicamente ribattezzata dai sostenitori di Morales il cabildo de los milliones - la raccolta dei milioni - , in riferimento alla quantità di dollari investiti dai grandi imprenditori locali in questa manifestazione.
In seguito i dibattiti si sono radicalizzati. Prima con gli scontri del gennaio 2007, a Cochabamba, fra i sindacalisti contadini e i sostenitori del prefetto dell'opposizione Manfred Reyes Villa (che voleva organizzare un nuovo referendum sull'autonomia del suo dipartimento, dove aveva vinto il «no»); poi sul tema della capitale. L'improvvisa proposta di fare di Sucre la capitale esclusiva della Bolivia - a scapito di La Paz, dove si trova il governo (10) - è stata fin dall'origine fortemente sostenuta dai comitati civici (11) dei dipartimenti orientali.
Tuttavia il Mas non ha incluso questo tema nel dibattito costituzionale, confortato nel suo orientamento da una manifestazione di sostegno che aveva riunito più di un milione di persone a La Paz e a El Alto (12). Di conseguenza i comitati civici di Sucre hanno bloccato, anche con la violenza, la continuazione delle discussioni sulla costituente.
Dal 23 al 25 novembre a Sucre scontri sanguinosi hanno contrapposto studenti e dipendenti municipali contro le forze dell'ordine, che difendevano l'ingresso del liceo militare nel quale si erano rifugiati i costituenti favorevoli alla maggioranza.
L'opposizione ha così potuto delegittimare un progetto di costituzione votato nella notte fra il 24 il 25 novembre e in tutta fretta dai soli parlamentari del Mas e dai suoi alleati (134 costituenti su 255, senza quindi la maggioranza dei due terzi), in assenza dell'opposizione.
Nel frattempo il governo, se vuole conservare il sostegno dei settori sociali che formano la sua base sociale, si trova nell'obbligo di portare a termine i suoi progetti costituzionali.
L'intensità delle proteste che si sono verificate alla fine del 2007 si spiega con la battaglia avviata dalle prefetture della media luna, che lottano per non veder scomparire l'autonomia dipartimentale alla base del loro progetto politico. Infatti la decisione governativa di modificare la distribuzione dei fondi derivanti dall'imposta sugli idrocarburi (Idh), con il finanziamento della Renta Dignidad e attribuendo più denaro ai comuni (a scapito dei dipartimenti), non lascia alle prefetture altra scelta che quella di far cadere l'attuale potere per preservare le loro entrate finanziarie. Le regioni orientali sono infatti le più dinamiche e le più ricche del paese - in particolare grazie allo sfruttamento dei giacimenti di gas presenti sul loro territorio.
In questa prospettiva il conflitto sulla capitale ha rappresentato per l'opposizione solo un pretesto. L'intenzione era quella di frenare una riforma costituzionale che aveva lo scopo di riconoscere le popolazioni indie e di distribuire più equamente le ricchezze della nazione, in particolare le terre.
Di fatto tra i principali esponenti della destra figurano i proprietari più importanti del settore agroindustriale del paese, come Branko Marinkovic, presidente del comitato civile Pro Santa Cruz, e proprietario di una grande impresa nazionale di produzione di olio - un prodotto di prima necessità il cui prezzo è aumentato di più del 20% nel dicembre 2007. Il presidente Morales accusa i dirigenti dell'opposizione di condurre una vera e propria «guerra economica», di favorire l'inflazione sui beni di consumo di base, in particolare la carne, settore controllato dai grandi agroindustriali della Bolivia orientale. Del resto è facile immaginare che una riforma costituzionale diretta a limitare le dimensioni delle haciendas non incontri il loro favore.
Poiché i dirigenti della destra sono anche i proprietari dei grandi media privati (ad esempio la rete televisiva più seguita del paese, Unitel, appartiene a una ricchissima famiglia di proprietari fondiari di Santa Cruz), si è dato grande risalto ai tragici scontri della fine novembre 2007. La sera degli incidenti di Sucre l'opposizione ha dichiarato che la nuova costituzione, approvata nelle sue grandi linee dalla maggioranza, era illegale. Una reazione simile c'è stata il 9 novembre, quando nella città mineraria di Oruro, in assenza del principale partito di opposizione, l'Assemblea costituente ha concluso i suoi lavori approvando, con 165 voti, il testo costituzionale voluto dalle organizzazioni sociali (13).
Al di là degli aspetti congiunturali, le crisi attuali mettono in discussione l'orientamento globale della politica governativa. Fin dalla sua fondazione negli anni '90, il Mas si è distinto per un discorso anticapitalistico, promuovendo l'esercizio della sovranità nazionale grazie alla riappropriazione delle risorse naturali (acqua, gas, miniere, ecc.) nei confronti delle imprese straniere. Dopo la sua vittoria elettorale del 2005, il Mas sembra aver fatto della «decolonizzazione» dello stato e della società il suo principale obiettivo.
Oggi la retorica di governo in favore degli indios fa appello al sindacalismo indigeno-campesino nella definizione dei suoi orientamenti di fondo, questo per consolidare la propria base in un periodo caratterizzato da profondi cambiamenti. Tuttavia la disaffezione nei confronti del processo in corso, evidente nella parte dell'elettorato che non si identifica con un determinato gruppo etnico-culturale, è molto forte in gran parte della Bolivia orientale. Una regione che fa fatica a riconoscersi in una politica sospettata di favorire le sole comunità indie dell'altopiano.
Questa disaffezione arriva in un momento in cui le élite delle regioni in piena espansione propongono un principio di identificazione più accessibile: un'identità regionale, sinonimo di dinamismo economico e di modernità. A questa politica si accompagna un tentativo di delegittimazione dei nuovi rappresentanti governativi con il ricorso a un razzismo a malapena mascherato. In una delle sue numerose dichiarazioni, il sindaco di Santa Cruz, Percy Fernández, ha affermato: «Prima o poi in questo paese per farci rispettare dovremo metterci le piume».
La «radicalizzazione india» del governo ha due conseguenze. La prima è che il sostegno incondizionato alla legittimità storica e politica della causa india ne suggerisce una collocazione a un livello superiore alla legalità democratica. In queste condizioni, se delle forze politiche si dovessero contrapporre a questa causa, non sarebbe più necessario rispettare le regole costituzionali, che peraltro l'opposizione di destra continua a violare a proprio favore. E quando quest'ultima utilizza le tecniche della mobilitazione (blocchi stradali, assemblee pubbliche, ecc.) che erano in passato privilegio dei movimenti sociali anticapitalistici o indios, il potere si trova di fronte a una difficoltà insormontabile: in quanto governo popolare non può ricorrere alla forza e quindi non può fare altro che definire queste resistenze «faziose» e al servizio delle «vecchie oligarchie».
I comitati civici hanno facilmente aggirato la questione, ponendosi come difensori della «democrazia» (assimilata al diritto all'autodeterminazione delle regioni) contro l'autoritarismo dello stato centrale. Sempre pronti a denunciare il «populismo» delle forze di sinistra, gli osservatori politici si guardano bene dall'utilizzare tale termine per l'opposizione di destra contro il governo di Morales. Al contrario, la critica di un'opposizione considerata il prodotto di una vecchia «oligarchia» impedisce ai sostenitori del Mas di comprendere le ragioni del rafforzamento della credenza collettiva nel valore delle identità regionali.
La seconda conseguenza della radicalizzazione india del governo risiede nella sua incapacità nel definire un progetto capace di coinvolgere i settori non indios della popolazione: le «classi medie urbane » e le regioni orientali del paese che, nonostante una proporzione di voti in favore del Mas in aumento nel corso degli ultimi anni, non sembrano aver beneficiato della (prudente) politica di redistribuzione delle ricchezze, di cui il potere ha messo in evidenza soprattutto i risultati ottenuti nella società rurale.
Perché la destra vuole la capitale a Sucre Nel progetto di nuova costituzione, il riconoscimento della wiphala, la bandiera multicolore che simboleggia le popolazioni indie, come simbolo del paese allo stesso titolo della bandiera nazionale contribuisce ad allontanare vasti settori meticci delle regioni orientali o delle città dal progetto di trasformazione sociale del governo. In questo senso la ricomposizione della sinistra boliviana sulle tematiche riguardanti l'identità e sulla riabilitazione della diversità etnica rispetto alle disuguaglianze di classe e a una critica degli effetti del capitalismo, mostra i suoi limiti. E rende più difficile l'allargamento della base sociale del potere.
La conversione in massa e spesso opportunista degli intellettuali di sinistra in favore di questo discorso «postcoloniale», soprattutto nelle città di La Paz e di El Alto, considerate come il cuore del potere centrale, permette anche di capire la forza di un tema come quello della capitale: far tornare la sede del governo da La Paz a Sucre significherebbe contestare l'egemonia delle regioni dell'altopiano che sono fra i primi sostenitori del Mas. Ciò giustifica le tesi della destra, che non esita a strumentalizzare il discorso parlando di «razzismo alla rovescia».
Si dovrà vedere se in un paese come la Bolivia, contrassegnato dalla forza delle disuguaglianze sociali, dalla discriminazione etnica e dal razzismo anti-indio, il governo di sinistra sarà in grado di tenere un altro discorso, e se si potrà evitare un'espressione violenta delle forme di risentimento accumulate nel corso della storia coloniale.
Il tentativo del Mas di «forzare la mano» nel dicembre 2007 rischia di provocare il rifiuto di un progetto di nuova costituzione che comporta dei progressi storici in materia di costruzione di uno «Stato plurinazionale comunitario», decentrato, autonomo e democratico, e che riconosce i diritti delle popolazioni «originarie» (14). Di fatto il testo costituzionale garantisce la pluralità economica (comunitaria, statale e privata), il riconoscimento da parte dello stato dei diritti fondamentali (educazione, accesso ai servizi di base, diritto al lavoro, sussidio di vecchiaia, sistema sanitario universale, ecc.), l'esistenza di diversi livelli di autonomia (dipartimento, province, municipi e territori indios) e l'affermazione della sovranità nazionale sulle ricchezze nazionali (la cui industrializzazione sarà favorita, così come gli investimenti nazionali e le strutture associative dei piccoli produttori urbani e rurali)
Gli eventi recenti mostrano che, con il pretesto di denunciare gli «eccessi autoritari» e la «sospensione della democrazia», un «populismo conservatore» può utilizzare le regole democratiche (e talvolta dei mezzi che lo sono molto meno) per bloccare qualunque tentativo di cambiamento. In definitiva il problema è quello di sapere se in Bolivia sarà possibile avviare una «rivoluzione fuori dalla rivoluzione», cioè fondata sulla legittimità di un voto e su un'azione di governo rispettosa delle regole costituzionali.
La «rivoluzione democratica culturale» voluta da Morales è sostenuta da classi storicamente subalterne, che nonostante il loro impegno nelle lotte presenti e passate (contro la dittatura degli anni Settanta e Ottanta, e poi contro le politiche neoliberiste degli anni Novanta e dell'inizio del duemila), controllano ancora male le «regole» di quel gioco parlamentare e istituzionale da cui fino a oggi erano state tenute lontano.
Il Mas si trova di fronte a un difficile dilemma: con il ruolo sempre più importante del mondo rurale nella società boliviana, il governo corre il rischio di alienarsi le simpatie di una popolazione urbana sempre più sedotta dalla retorica anti-india di élite regionali che hanno tutto da perdere con il nuovo testo costituzionale. Se non sarà accompagnato da gesti visibili nei confronti delle classi medie, il progetto di instaurare contemporaneamente diritti civili, economici e sociali per i settori più poveri, rischia di alimentare una dinamica di conflitto etnico-sociale. In questa ipotesi non si può escludere il ritorno a uno scontro fuori da un contesto legale, destinato a rompere lo status quo fra i settori popolari e la destra autonomista.
L'esasperazione delle lotte attuali minaccia, quindi, di rimettere in discussione uno dei risultati più significativi della «rivoluzione democratica» boliviana: la concessione di una vera e propria cittadinanza politica alle popolazioni subalterne, che cominciano a essere rappresentate in ambito governativo e nelle strutture decisionali.
note:* Rispettivamente borsista presso l'Istituto francese di studi andini (La Paz) e dottorando in scienze politiche (Istituto di studi politici di Aix-en-Provence, Cspc/Crealc). Le affermazioni di questo articolo impegnano solo i loro autori e non le istituzioni a cui sono collegati.
(1) John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, ed.Carta-Intramoenia, 2004.
(2) Si legga Maurice Lemoine, «In Bolivia un movimento sociale forte ma diviso», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2005.
(3) Non dobbiamo però dimenticare l'indio zapoteco Benito Juárez, che fu presidente del Messico dal 1867 al 1872.
(4) Epilogo della mobilitazione popolare che a El Alto ha chiesto e ottenuto (il 13 gennaio 2005) la fine della concessione trentennale accordata alla multinazionale Aguas del Illimani-Lyonnaise des eaux.
(5) Né espropriazione né espulsione: si è trattato soprattutto di un aumento delle imposte versate dalle multinazionali e di una rinegoziazione dei loro contratti. In questo modo lo stato, che nel 2005 aveva ottenuto meno di 300 milioni di dollari per lo sfruttamento del gas e del petrolio, riceverà nel 2007 1,6 miliardi di dollari.
(6) Santa Cruz, Tarija, Beni, Pando: i quattro dipartimenti dell'est formano una sorta di mezzaluna nei confronti del resto del paese.
(7) Produttori di coca, per lo più della regione del Chapare.
(8) Il «no» ha vinto con una grande maggioranza nei dipartimenti di La Paz, Oruro, Potosi, Chuquisaca, e in maniera più ridotta a Cochabamba.
(9) Il principale partito di opposizione, Podemos, ha raccolto il 28% dei voti in occasione delle presidenziali del 2005, e il 15% nell'elezione dei rappresentanti all'Assemblea costituente.
(10) Sucre è la capitale costituzionale, ma dalla fine del XIX secolo e dopo la guerra federale che ha contrapposto Sucre a La Paz, è quest'ultima che ospita la sede del governo e il potere esecutivo e legislativo.
(11) Comitato che raggruppa le organizzazioni imprenditoriali e sociali a livello dipartimentale.
(12) Immenso agglomerato urbano sopra La Paz.
(13) Più di due terzi dei votanti, ma non dell'insieme dei costituenti (255).
(14) «È considerata come nazione o popolo indigeno originario qualunque collettività umana che condivide un'identità culturale, una lingua, una tradizione storica, delle istituzioni, un territorio e una cosmovisione, la cui esistenza è anteriore alla colonia spagnola» (art. 30).
(Traduzione di A. D. R.)