Speranze obamiste nel cortile di casa, l'America latina: aperture a Cuba ma basi militari in Colombia, disgelo in Bolivia ma prudenza con il golpe in Honduras.
Gianni Minà sul Nobel preventivo a Obama. Da il manifesto.
Onestamente appare un pò forzato il Nobel per la pace assegnato a Barack Obama perchè sembra quasi che si sia voluto premiare preventivamente l'inusuale realtà, negli ultimi anni, di un nuovo presidente degli Stati uniti che non annunci o minacci una guerra.
Fa tristezza dover fare questa riflessione per il paese leader delle democrazie occidentali, ma nello stesso tempo questa constatazione regala speranza, per un futuro che solo un anno fa era segnato dalle politiche guerrafondaie di George W. Bush e del suo vice Cheney, grande azionista della Halliburton, la multinazionale che ha ottenuto più appalti nei conflitti in Iraq e in Afghanistan.
Senza contare che l'anno scorso negli Stati Uniti era ancora vigente la legge che autorizzava la tortura per i sospetti di terrorismo e la legge che aboliva l'habeas corpus, cioè un adeguato diritto alla difesa, due orrori sospesi (ma non ancora cancellati) proprio da Obama, come primo atto del suo mandato.
L'impressione, quindi, è che i membri dell'Accademia svedese, che hanno deciso di premiarlo anche se le candidature al Nobel erano scadute a febbraio, quando il neo presidente nordamericano era solo al secondo mese del suo incarico, abbiano voluto esprimere un auspicio, premiare una buona volontà, annunciata dal primo presidente afroamericano ancora prima di sapere se potrà conseguire l'obiettivo.
E' un cambio profondo nei meccanismi che hanno caratterizzato le scelte dei Nobel per la pace, anche quando puzzavano di politica come nel caso di Kissinger che, mentre trattava la pace in Vietnam, autorizzava il terribile colpo di stato in Cile, con l'unica raccomandazione che «tutto succedesse rapidamente», altrimenti non sarebbe riuscito a tenere a bada il Congresso di Washington.
Insomma, quasi sempre si è premiato basandosi su un fatto, questa volta, in un mondo diseredato, prigioniero degli interessi delle industrie dell'energia e della guerra, si è pensato fosse giusto dare riconoscimento ai segnali di pace che Barack Obama ha lanciato fin dall'inizio.
E, in verità, Barack non si è risparmiato, almeno in dichiarazioni di buona volontà, sentendo forse più di altri leader il cambio che la sua stessa persona e la sua storia facevano sperare, in un mondo dove nazioni della vecchia Europa non si fanno scrupolo di respingere l'umanità che scappa dai conflitti, dalle miseria, perfino dai genocidi, gente che spesso arriva da quel ventre di mamma Africa, da dove è partito suo padre.
Obama, è vero, fin'ora non ha praticamente fatto molto, ma ha avuto il coraggio, per esempio, di chiedere ai propri generali, che volevano più truppe, quanto realmente, nei numeri, nella quotidianità, cambierebbe la guerra in Afghanistan e quella mai terminata in Iraq se le concedesse.
E poi non ha solo rinunciato allo scudo spaziale, che doveva essere attivato in Polonia e nella Repubblica Ceca, si è rivolto, invece, direttamente al governo iraniano proponendo un dialogo, e si sta spendendo in prima persona per trovare una via d'uscita all'irrisolvibile incomprensione fra Israele e Palestina.
E' interessante anche constatare il nuovo tratto nei rapporti con i paesi dell'America latina, il vecchio «cortile di casa» affrancatosi in buona parte in questi anni dall'influenza del governo di Washington, distratto dalle guerre del petrolio.
Certo, le contraddizioni delle strategie lasciategli in eredità da Bush nel continente sono molto pesanti. Dalle sette basi militari concesse dal presidente Uribe in Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico, alla patata bollente rappresentata dal colpo di stato in Honduras, che Hillary Clinton, il suo segretario di stato, non è stata capace, fin'ora, di qualificare come «militare», un'accortezza per non sospendere alcuni aiuti strategici ed economici accordati alla repubblica centroamericana da un vecchio patto con l'ex ministro della difesa Rumsfeld.
Ma le relazioni con tutti gli altri paesi, anche quelli indigeni come Bolivia ed Ecuador, dove è in atto una profonda rivoluzione sociale, non sono più tese, subdole, come quando Bush junior inviava ambasciatori che trescavano con le oligarchie e con chi lavorava addirittura per progetti eversivi e di secessione, come nella regione boliviana di Santa Cruz.
Perfino la politica verso Cuba si sta sgelando, malgrado fin'ora ufficialmente siano state aggiustate solo questioni riguardanti i viaggi nell'isola e l'invio di rimesse di parenti. Una delegazione di funzionari del dipartimento di stato e del servizio postale degli Stati uniti, guidata dal sottosegretario aggiunto per l'America latina, la nera Bisa Williams, è volata all'Avana per risolvere una delle tante assurdità dell'embargo, il ripristino delle relazioni postali con Cuba.
Bisa Williams è rimasta poi cinque giorni in più nell'isola e, oltre ad assistere al grande concerto pop tenuto a Plaza de
Ma, realtà sorprendente, l'ufficio di interessi degli Stati Uniti, simbolo dei dispetti fra queste due nazioni da cinqunt'anni nemiche, ha offerto un party al quale hanno partecipato artisti e intellettuali vicini alla Revolucion, ma non sono stati invitati quelli che, da Reagan in poi, sono stati chiamati dissidenti. Questa apertura non è piaciuta a Miami, ma forse rappresenta una svolta.
Può essere che Obama abbia letto attentamente Le vene aperte dell'America latina di Eduardo Galeano che Hugo Chavez, con il solito anticonformismo, gli regalò nel summit di Trinidad perchè lo aiutasse a capire il continente.
I giurati di Stoccolma sono sicuri, evidentemente, che questi sono segnali di chi ha deciso di cambiare la vecchia logica del mondo. Speriamo che siano stati lungimiranti.
Oggi, anniversario della morte del Che, vi segnaliamo questo sito El Che en Bolivia, ne parla anche il quotidiano
Entre quienes consideran al Che como un héroe, destacan de éste su bondad, entrega y lucha por los pobres, como principios que justifican sus acciones.
Otros sectores tienen una visión contraria. Es el caso de los militares, quienes hasta hace unos años sostenían una posición crítica frente a la guerrilla de Ñancahuazú. Empero, cuando
El diputado oficialista José Pimentel respondió que “para hacer un calificativo de un personaje histórico hay que analizar el momento”. En 1967, dijo, los países sudamericanos estaban sometidos por dictaduras militares. “Yo creo que cualquier situación de rebeldía, como la que se dio en Ñancahuazú, era plenamente justificable y una esperanza para el pueblo”.
El Che es producto de la generación del 60, cuando las ideologías estaban en contra de los sometimientos, concluyó.
Para el general (r) Luis Fernando Sánchez, quien anunció que publicará un libro sobre Guevara, “desde el punto de vista de los derechos humanos, de la democracia representativa y la libertad de expresión, era un villano porque su política atentaba contra estos aspectos”.
Aseguró que en la historia del Che existen muchos datos que dan cuenta de que hizo ejecutar a decenas de disidentes cubanos y masacró pueblos enteros de campesinos, en su implacable avance revolucionario.
Desde el punto de vista humano, matizó, “una persona que tiene propósitos reivindicacionistas de tipo social y se lanza a la aventura con las armas y al final brinda su vida, entonces podría ser considerado un héroe”.
Si veda anche il sito Resumen Latinoamericano.
Una folla in lacrime ha reso omaggio a
Le strade di Buenos Aires erano bagnate dopo una notte di tormenta, ma ieri mattina erano ancora piene di uomini e donne che si accalcavano per rendere l'ultimo omaggio a Mercedes Sosa, il cui corpo era vegliato nella camera ardente montata nel Congresso. «
Il feretro di Mercedes sarebbe stato poi salutato da cantanti di tutte le epoche e da una moltitudine nel tragitto dal Congresso alla Chacarita, il maggior cimitero della capitale argentina. Dai balconi gettavano fiori e sventolavano fazzoletti d'addio. Lacrime non solo qui a Buenos Aires. Era morta un'interprete ineguagliabile della musica popolare dell'America latina, e ancor di più. Lei stessa aveva detto poco tempo fa che i premi e gli allori ricevuti nel mondo «non sono solo perché canto ma anche perché penso. Penso agli esseri umani, penso alle ingiustizie. Credo che se io non avessi pensato a queste cose, il mio destino sarebbe stato un altro. Non mi sono sbagliata quando ho cominciato a pensare ideologicamente». Lula da Silva, Michelle Bachelet, Evo Morales, Hugo Chavez, i presidenti di Brasile, Cile, Bolivia e Venezuela, hanno espresso il loro cordoglio e la presidente argentina Cristina Fernandez, molto commossa, è andata di persona a rendere omaggio alla salma in Congresso.
Su richiesta della Negra, le sue ceneri saranno disperse nei tre estremi dell'Argentina: Tucuman, la provincia in cui nacque il 9 luglio del 1935, la capitale culturale del nord argentino e culla dei volti dai tratti indigeni come quelli di Mercedes; Mendoza, alla frontiera con il Cile, la provincia in cui insieme al suo ex-marito Manuel Matus e Armando Tejada Gomez diede nuova vita alla musica folcloristica negli anni '60; e Buenos Aires, la città che le diede una proiezione mondiale.
Il destino ha voluto che nella notte di domenica, poche ore dopo la morte di Mercedes Sosa, nella piazza centrale di Tucuman fosse in programma un concerto con Leon Gieco, autore di una canzone che la voce della Negra rese un inno all'umanità. Il concerto di Gieco si è trasformato inevitabilmente in un commosso omaggio a sua «sorella, madre e amica» quando lui e tutta la piazza hanno intonato le parole della canzone: «Solo le pido a Dios/ que el engaño no me sea indiferente./Si un traidor puede mas que unos cuantos/ que esos cuantos no lo olviden facilmente».
Rodolfo Braceli, biografo di Mercedes, le chiese una volta di definire in tre parole la sua infanzia a Tucuman: «Né tre né due, ma una: felicità», per poi spiegare che la povertà della sua casa natale non aveva mai significato la perdita della speranza. Un altro mondo.
La musica popolare è parte integrante della vita quotidiana delle famiglie e delle scuole del nord argentino. Mercedes lasciò Tucuman come maestra di danze folcloristiche e, dalla fine degli anni '50, Mendoza la trovò già identificata nel comunismo.
Lei stessa raccontò che il mitico cantante Jorge Cafrune nel '
Tucuman, provincia devastata e traumatizzata dalla dittatura del '76-'83, sarebbe rimasta il punto di riferimento della sua vita. Nei suoi toni, nella naturalezza delle sue reazioni, nel suo repertorio (bisogna risentire Luna tucumana di Atahualpa Yupanki), nel poncho colorato e nei suoi ricordi.
In esilio negli anni '70 e '80, scelse un auto-esilio dalla sua provincia natale una volta tornata la democrazia, quando negli anni '90 i traumi del passato spinsero la società tucumana a eleggere con il voto il genocida Antonio Domingo Bussi (oggi condannato all'ergastolo) come governatore.
La crescita della sua fama nella decade dei '70 fu inarrestabile, però il suo repertorio, con canzoni di Violeta Parra, Armando Tejada Gomez, Eduardo Fallù, Atahualpa e Cesar Isella, diventava sempre più scomodo per quegli anni di dittature. Quando arrivò il golpe anche in Argentina, rimase nel paese fin quando fu arrestata, nel '79, dopo un recital a
In questi giorni, la tv ha rimesso in onda un concerto intimo e bellissimo (ritrovabile su Youtube cercando «Mercedes Sosa La cigarra»). Magra, giovane, malinconica, triste la si vede mentre intona, in Svizzera davanti a un pubblico silenzioso, in pieno esilio, la canzone di Maria Estela Walsh che dice: «Tantas veces me borraron/ tantas desaparecì,/ A mi proprio entierro fui/ sola y llorando./ Hice un nudo en el pañuelo/ pero me olvidé despues/ que no era la unica vez,/ y volvì cantando».
Nel
Uno dei modi fu ascoltare Mercedes Sosa che cantava Solo le pido a Dios al teatro dell'Opera della calle Corrientes, a pochi metri dall'obelisco di Buenos Aires.
Era irrefrenabile. Negli anni seguenti, in democrazia, percorse il mondo davanti a teatri sempre gremiti. Roma, New York, Berlino, Tel Aviv. Prima, però, si lanciò a testa bassa contro le dittature del continente. Lo stadio Centenario di Montevideo l'accolse trionfalmente nell '83. Qualche anno dopo fu la volta di Santiago del Cile, dove si ricompose idealmente il duetto con Violeta Parra. Tuttavia l'esilio aveva lasciato una ferita irrimarginabile in Mercedes. Racconta suo figlio Fabian che
Il Chavez che conosco e i media italiani
Gianni Minà, Il manifesto
La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.
La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.
Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.
Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.
Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.
Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.
In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti. Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.
Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv “Chavez non ci piace”. Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace?
A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. "Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio" - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. "Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.
Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.
Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.
Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.
Qui un’altra risposta da parte di Gennaro Carotenuto al pressappochismo dei media italiani.
Sulla riva orientale del Río de
In realtà, come dice il nome della legge, il focus è sulle garanzie ai minori in un paese che patisce da sempre uno dei più bassi indici di natalità al mondo. Questi possono da oggi entrare con pieni diritti in qualunque famiglia o unione civile o relazione di convivenza a patto che quest’ultima sia riconosciuta da almeno quattro anni, che i due membri abbiano almeno 25 anni d’età e che il minore abbia almeno 15 anni meno del membro più giovane della coppia.
Nel Senato di Montevideo la legge è stata approvata con 17 voti su 23. Hanno votato a favore i senatori della maggioranza del Frente Amplio (centro-sinistra) e alcuni di quelli di uno dei due partiti d’opposizione, quello Colorado, mentre si è opposto il Partito Nazionale (l’unico che si può definire in qualche modo cattolico anche se comunque laico). Questo, con Luís Alberto Lacalle (già presidente negli anni ’90), contenderà a fine anno la presidenza al candidato frenteamplista, l’ex guerrigliero tupamaro Pepe Mujíca.
Si oppone alla legge, anche se in maniera non particolarmente rumorosa, anche
Nel corso dell’ultima legislatura il parlamento di Montevideo ha approvato la legge sulle unioni civili, oltre a permettere ai gay di servire con pieno diritto nell’esercito. Al contrario non si è concluso l’iter per approvare l’interruzione della gravidanza essenzialmente per l’indisponibilità del presidente Tabaré Vázquez, personalmente contrario, a controfirmare la legge.
Il primo paese ad aver permesso l’adozione alle coppie omosessuali fu l’Olanda nel secolo scorso, nel 1999. Nel corso dell’ultimo decennio, nonostante le leggi siano spesso incomparabili tra loro, l’adozione per coppie omosessuali è stata riconosciuta nei paesi scandinavi, in Inghilterra e Galles, Germania, Spagna, alcuni stati degli Stati Uniti, Israele e Sudafrica. Gennaro Carotenuto
Alonso de Ojeda e Amerigo Vespucci viaggiavano lungo le coste settentrionali del Sudamerica quando giunsero in quello che oggi conosciamo come golfo del Venezuela. Le costruzioni indigene simili a palafitte ricordavano a Vespucci la città lagunare, così chiamò quella zona Venezuola, piccola Venezia. Sono passati 510 anni e Hugo Chavez, un discendente di quegli abitanti è venuto a Venezia, in doppia veste, quella di capo di stato e quella di protagonista del film South of the Border di Oliver Stone. Stone che a sua volta si è ispirato a un libro per realizzare il documentario: I pirati dei Caraibi - un asse di speranza, scritto da Tariq Ali (in uscita oggi edito da Baldini Castoldi Dalai), accreditato quindi come sceneggiatore del film e per questo motivo al Lido.
Incontriamo Tariq all'hotel Des Bains, dopo la tradizionale conferenza stampa. Intorno a noi è un viavai di persone in abito scuro, dai lineamenti da indios e dal bottoncino con tricolore venezuelano. Sono le numerose guardie del corpo di Chavez, lì accanto le Bmw del corpo diplomatico che oggi soppianteranno le Lancia dello sponsor. Ragion di stato.
Il libro è un saggio, quindi viene naturale chiedere come Stone abbia avuto l'idea di farne un film. «Mi ha telefonato lo scorso anno - racconta Ali - io ero in Paraguay, e mi ha detto 'non so se mi conosce, sono Oliver Stone'. Gli confermai di sapere chi fosse. E lui: 'conosce il mio lavoro?' e io: 'sì, conosco il suo lavoro’, e lui: 'ho appena letto Pirati dei Caraibi, mi è piaciuto e vorrei venisse a Los Angeles per discuterne. Così, qualche tempo dopo ci siamo incontrati, lui aveva già girato qualcosa, mi fece vedere quel materiale grezzo e mi chiese cosa ne pensassi. Gli dissi che non funzionava, era troppo complicato, bisognava che fosse tutto più semplice. Lui si disse d'accordo e così è cominciata la collaborazione. Ma il vero progetto su cui sta lavorando Oliver e sul quale stiamo collaborando è un'intervista che mi ha fatto, di otto ore, la più lunga che mi sia mi capitata di fare, dal mattino alla sera, solo con qualche breve pausa. Fa parte di una serie di film che dovrebbe chiamarsi La controstoria oppure La storia segreta dell'impero americano, un progetto stupefacente perché intende rivolgersi ai giovani statunitensi per raccontare quella che è stata la storia del loro paese e si tratta di qualcosa di davvero scioccante».
Tariq, nel libro, è anche sarcastico nei confronti di Hugo Chavez, racconta dei suoi discorsi infiniti, a volte lunghi tre ore e mezzo: «Si spiega così perché non è venuto alla conferenza stampa - ironizza - saremmo ancora tutti là. Ma questo fa piuttosto parte delle abitudini latinoamericane. Ma credo che il problema vero del Venezuela sia quello che viene detto nel film da Néstor Kirchner, ex presidente argentino: tutto il processo è troppo dipendente da una sola persona e questo è sempre pericoloso, per la persona stessa e per il paese intero».
Nel film, accanto a Chavez, compaiono anche altri leader, tra cui la moglie di Kirchner che gli è subentrata come presidente e Stone inanella una figuraccia chiedendole quante paia di scarpe abbia. La risposta ferma è «questa è una domanda che non avrebbe mai fatto a un uomo». «In realtà è una domanda politica - lo difende Tariq - lui intende dire che spera che lei non diventi come Imelda Marcos. Certo può sembrare un po' strana, ma Oliver è così».
Nel film accanto a Chavez intervengono diversi leader latinoamericani, il boliviano Evo Morales, indio, il paraguaiano Fernando Lugo, già vescovo, il brasiliano Lula, ex sindacalista, Raul Castro, rivoluzionario, l'ecuadoregno Rafael Correa, raffinato intellettuale. Sono loro in qualche modo i pirati dei Caraibi che stanno cercando di modificare il ruolo subalterno nei confronti degli Usa e del Fondo monetario internazionale all'insegna della lezione continentale di Simòn Bolivar con cui si ritorna in Italia, perché fu a Roma nel 1905 che giurò a se stesso di diventare El libertador.
A. Catacchio, il manifesto di ieri
Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza
Mentre nel mondo ci si danna l'anima per trovare un'alternativa credibile ai veicoli a petrolio e l'opzione dell'etanolo quale combustibile «verde» non convince affatto,
A Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra, perfettamente piana, è di un bianco accecante, fino alla linea lontana dei vulcani sullo sfondo.
Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progetto potenzialmente enorme su cui
Ai
E' un deserto spettacolare. Da decenni ha attratto giovani e avventurosi saccopelisti di ogni parte del mondo, capaci di sobbarcarsi un viaggio lungo e sfiancante in bus, in treno o in veicoli 4x4 per arrivare in quel vasto nulla.
Ma da qualche tempo a fare quel viaggio complicato è altra gente: sono ingegneri e businessmen di alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche al mondo.
Arrivano ormai ogni settimana. E sono attratti verso quella distesa salina da ciò che si trova sotto la crosta di sale e fango, dura come il ghiaccio.
Là sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato, i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio.
Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole anti-depressive. Ma improvvisamente oggi c'è una nuova ed enorme domanda potenziale.
Negli ultimissimi anni molti hanno avuto l'occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molti costruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procurati all'ambiente, stanno cercando di trovare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandi speranze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare e scaricare potenza - dicono - di qualsiasi altra batteria convenzionale.
Se questo tipo auto prendesse piede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica.
E proprio nel Salar de Uyuni, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra, gli esperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio nel mondo.
Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso di costruire un impianto-pilota per imparare come si fa a estrarre il litio da queste distese di sale e poi come far evaporare l'acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale.
Tutto ciò sta provocando grandi aspettative in un paese come
Per uno straniero
Sono loro che hanno votato in massa per il primo presidente indigeno nel dicembre 2005, portandolo alla presidenza. Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cui proviene.
Ha nazionalizzato i vertici dell'economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso per rompere i grandi latifondi di terra.
Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non sarà preda dalle «multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori», ma sarà sfruttata dallo Stato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas).
Questa è una posizione che provoca orgoglio e entusiasmo fra i sostenitori di Morales. Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi più di un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni '90 la gente del posto abbia marciato per centinaia di chilometri verso la capitale
Una volta tornati a
Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise, che
Intanto però, nella distesa del Salar de Uyuni, il «manager» dell'impianto in costruzione per il trattamento del litio Marcelo Castro, allevatore di galline e conigli, nonostante la fatica, si sente molto orgoglioso di essere parte in un grande progetto boliviano.
Se il mondo andrà verso le automobili elettriche, e se il litio sarà davvero il metallo che le farà muovere, e se i boliviani riusciranno a mantenere le aspettative, potremmo presto sentire parlare molto di più di ora della grande distesa salata di Uyuni.
Domenica scorsa è stato approvato il Decreto Supremo che indice per il 6 dicembre (giorno in cui si dovrebbero tenere anche le elezioni presidenziali) il referendum sull’autonomia indigena, referendum che, come giustamente afferma Gennaro Carotenuto, “mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native”. Così riporta la notizia il sito della BBC.