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lunedì, 12 ottobre 2009

Premiati i segnali in America latina?

Speranze obamiste nel cortile di casa, l'America latina: aperture a Cuba ma basi militari in Colombia, disgelo in Bolivia ma prudenza con il golpe in Honduras.

Gianni Minà sul Nobel preventivo a Obama. Da il manifesto.

 

Onestamente appare un pò forzato il Nobel per la pace assegnato a Barack Obama perchè sembra quasi che si sia voluto premiare preventivamente l'inusuale realtà, negli ultimi anni, di un nuovo presidente degli Stati uniti che non annunci o minacci una guerra.

Fa tristezza dover fare questa riflessione per il paese leader delle democrazie occidentali, ma nello stesso tempo questa constatazione regala speranza, per un futuro che solo un anno fa era segnato dalle politiche guerrafondaie di George W. Bush e del suo vice Cheney, grande azionista della Halliburton, la multinazionale che ha ottenuto più appalti nei conflitti in Iraq e in Afghanistan.

Senza contare che l'anno scorso negli Stati Uniti era ancora vigente la legge che autorizzava la tortura per i sospetti di terrorismo e la legge che aboliva l'habeas corpus, cioè un adeguato diritto alla difesa, due orrori sospesi (ma non ancora cancellati) proprio da Obama, come primo atto del suo mandato.

L'impressione, quindi, è che i membri dell'Accademia svedese, che hanno deciso di premiarlo anche se le candidature al Nobel erano scadute a febbraio, quando il neo presidente nordamericano era solo al secondo mese del suo incarico, abbiano voluto esprimere un auspicio, premiare una buona volontà, annunciata dal primo presidente afroamericano ancora prima di sapere se potrà conseguire l'obiettivo.

E' un cambio profondo nei meccanismi che hanno caratterizzato le scelte dei Nobel per la pace, anche quando puzzavano di politica come nel caso di Kissinger che, mentre trattava la pace in Vietnam, autorizzava il terribile colpo di stato in Cile, con l'unica raccomandazione che «tutto succedesse rapidamente», altrimenti non sarebbe riuscito a tenere a bada il Congresso di Washington.

Insomma, quasi sempre si è premiato basandosi su un fatto, questa volta, in un mondo diseredato, prigioniero degli interessi delle industrie dell'energia e della guerra, si è pensato fosse giusto dare riconoscimento ai segnali di pace che Barack Obama ha lanciato fin dall'inizio.

E, in verità, Barack non si è risparmiato, almeno in dichiarazioni di buona volontà, sentendo forse più di altri leader il cambio che la sua stessa persona e la sua storia facevano sperare, in un mondo dove nazioni della vecchia Europa non si fanno scrupolo di respingere l'umanità che scappa dai conflitti, dalle miseria, perfino dai genocidi, gente che spesso arriva da quel ventre di mamma Africa, da dove è partito suo padre.

Obama, è vero, fin'ora non ha praticamente fatto molto, ma ha avuto il coraggio, per esempio, di chiedere ai propri generali, che volevano più truppe, quanto realmente, nei numeri, nella quotidianità, cambierebbe la guerra in Afghanistan e quella mai terminata in Iraq se le concedesse.

E poi non ha solo rinunciato allo scudo spaziale, che doveva essere attivato in Polonia e nella Repubblica Ceca, si è rivolto, invece, direttamente al governo iraniano proponendo un dialogo, e si sta spendendo in prima persona per trovare una via d'uscita all'irrisolvibile incomprensione fra Israele e Palestina.

E' interessante anche constatare il nuovo tratto nei rapporti con i paesi dell'America latina, il vecchio «cortile di casa» affrancatosi in buona parte in questi anni dall'influenza del governo di Washington, distratto dalle guerre del petrolio.

Certo, le contraddizioni delle strategie lasciategli in eredità da Bush nel continente sono molto pesanti. Dalle sette basi militari concesse dal presidente Uribe in Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico, alla patata bollente rappresentata dal colpo di stato in Honduras, che Hillary Clinton, il suo segretario di stato, non è stata capace, fin'ora, di qualificare come «militare», un'accortezza per non sospendere alcuni aiuti strategici ed economici accordati alla repubblica centroamericana da un vecchio patto con l'ex ministro della difesa Rumsfeld.

Ma le relazioni con tutti gli altri paesi, anche quelli indigeni come Bolivia ed Ecuador, dove è in atto una profonda rivoluzione sociale, non sono più tese, subdole, come quando Bush junior inviava ambasciatori che trescavano con le oligarchie e con chi lavorava addirittura per progetti eversivi e di secessione, come nella regione boliviana di Santa Cruz.

Perfino la politica verso Cuba si sta sgelando, malgrado fin'ora ufficialmente siano state aggiustate solo questioni riguardanti i viaggi nell'isola e l'invio di rimesse di parenti. Una delegazione di funzionari del dipartimento di stato e del servizio postale degli Stati uniti, guidata dal sottosegretario aggiunto per l'America latina, la nera Bisa Williams, è volata all'Avana per risolvere una delle tante assurdità dell'embargo, il ripristino delle relazioni postali con Cuba.

Bisa Williams è rimasta poi cinque giorni in più nell'isola e, oltre ad assistere al grande concerto pop tenuto a Plaza de la Revolucion da artisti di tutto il mondo, ha incontrato il vice ministro degli esteri di Cuba Dagoberto Rodriguez.

Ma, realtà sorprendente, l'ufficio di interessi degli Stati Uniti, simbolo dei dispetti fra queste due nazioni da cinqunt'anni nemiche, ha offerto un party al quale hanno partecipato artisti e intellettuali vicini alla Revolucion, ma non sono stati invitati quelli che, da Reagan in poi, sono stati chiamati dissidenti. Questa apertura non è piaciuta a Miami, ma forse rappresenta una svolta.

Può essere che Obama abbia letto attentamente Le vene aperte dell'America latina di Eduardo Galeano che Hugo Chavez, con il solito anticonformismo, gli regalò nel summit di Trinidad perchè lo aiutasse a capire il continente.

I giurati di Stoccolma sono sicuri, evidentemente, che questi sono segnali di chi ha deciso di cambiare la vecchia logica del mondo. Speriamo che siano stati lungimiranti.

postato da: mammamoni alle ore 09:54 | link | commenti
categorie: mondo, america latina
venerdì, 09 ottobre 2009

El Che, 42 años después

CheOggi, anniversario della morte del Che, vi segnaliamo questo sito El Che en Bolivia, ne parla anche il quotidiano La Razon.

El Che ¿héroe o villano?, una pregunta incómoda en tiempos en que el gobernante Movimiento Al Socialismo (MAS) considera que la figura del guerrillero está más viva que nunca y sus ideales están plasmados en el proceso bautizado con el apelativo “de cambio”.

Entre quienes consideran al Che como un héroe, destacan de éste su bondad, entrega y lucha por los pobres, como principios que justifican sus acciones.

Otros sectores tienen una visión contraria. Es el caso de los militares, quienes hasta hace unos años sostenían una posición crítica frente a la guerrilla de Ñancahuazú. Empero, cuando La Razón preguntó sobre su posición, un oficial remitió a las “sagradas letras del Himno Nacional”, que en su parte IV señala: “Si extranjero poder, algún día, sojuzgar a Bolivia intentare, al destino fatal se prepare...”.

El diputado oficialista José Pimentel respondió que “para hacer un calificativo de un personaje histórico hay que analizar el momento”. En 1967, dijo, los países sudamericanos estaban sometidos por dictaduras militares. “Yo creo que cualquier situación de rebeldía, como la que se dio en Ñancahuazú, era plenamente justificable y una esperanza para el pueblo”.

El Che es producto de la generación del 60, cuando las ideologías estaban en contra de los sometimientos, concluyó.

Para el general (r) Luis Fernando Sánchez, quien anunció que publicará un libro sobre Guevara, “desde el punto de vista de los derechos humanos, de la democracia representativa y la libertad de expresión, era un villano porque su política atentaba contra estos aspectos”.

Aseguró que en la historia del Che existen muchos datos que dan cuenta de que hizo ejecutar a decenas de disidentes cubanos y masacró pueblos enteros de campesinos, en su implacable avance revolucionario.

Desde el punto de vista humano, matizó, “una persona que tiene propósitos reivindicacionistas de tipo social y se lanza a la aventura con las armas y al final brinda su vida, entonces podría ser considerado un héroe”.

 

Si veda anche il sito Resumen Latinoamericano.

postato da: anticap alle ore 09:40 | link | commenti
categorie: america latina, bolivia
mercoledì, 07 ottobre 2009

La Mercedes del popolo

Una folla in lacrime ha reso omaggio a La Negra, come veniva chiamata la cantante argentina Mercedes Sosa. Simbolo della lotta alla dittatura, si schierò contro i militari, fu arrestata e poi costretta all'esilio a Parigi. Tornata nel 1982, affrontò la desolazione del momento con «Solo le pido a Dios». L'ultimo album è «Cantora, un viaje intimo». Sebastián Lacuna, da il manifesto di ieri.

 

Le strade di Buenos Aires erano bagnate dopo una notte di tormenta, ma ieri mattina erano ancora piene di uomini e donne che si accalcavano per rendere l'ultimo omaggio a Mercedes Sosa, il cui corpo era vegliato nella camera ardente montata nel Congresso. «La Negra», come era conosciuta, icona per antonomasia della musica popolare latino-americana e dell'impegno contro tutte le dittature, era morta più di 24 ore prima, alle 5 e un quarto della mattina di domenica e il popolo, a decine di migliaia e molti di loro «morochos» dalla carnagione scura dell'Argentina profonda, era accorso silenzioso per il commiato.

Il feretro di Mercedes sarebbe stato poi salutato da cantanti di tutte le epoche e da una moltitudine nel tragitto dal Congresso alla Chacarita, il maggior cimitero della capitale argentina. Dai balconi gettavano fiori e sventolavano fazzoletti d'addio. Lacrime non solo qui a Buenos Aires. Era morta un'interprete ineguagliabile della musica popolare dell'America latina, e ancor di più. Lei stessa aveva detto poco tempo fa che i premi e gli allori ricevuti nel mondo «non sono solo perché canto ma anche perché penso. Penso agli esseri umani, penso alle ingiustizie. Credo che se io non avessi pensato a queste cose, il mio destino sarebbe stato un altro. Non mi sono sbagliata quando ho cominciato a pensare ideologicamente». Lula da Silva, Michelle Bachelet, Evo Morales, Hugo Chavez, i presidenti di Brasile, Cile, Bolivia e Venezuela, hanno espresso il loro cordoglio e la presidente argentina Cristina Fernandez, molto commossa, è andata di persona a rendere omaggio alla salma in Congresso.

Su richiesta della Negra, le sue ceneri saranno disperse nei tre estremi dell'Argentina: Tucuman, la provincia in cui nacque il 9 luglio del 1935, la capitale culturale del nord argentino e culla dei volti dai tratti indigeni come quelli di Mercedes; Mendoza, alla frontiera con il Cile, la provincia in cui insieme al suo ex-marito Manuel Matus e Armando Tejada Gomez diede nuova vita alla musica folcloristica negli anni '60; e Buenos Aires, la città che le diede una proiezione mondiale.

Il destino ha voluto che nella notte di domenica, poche ore dopo la morte di Mercedes Sosa, nella piazza centrale di Tucuman fosse in programma un concerto con Leon Gieco, autore di una canzone che la voce della Negra rese un inno all'umanità. Il concerto di Gieco si è trasformato inevitabilmente in un commosso omaggio a sua «sorella, madre e amica» quando lui e tutta la piazza hanno intonato le parole della canzone: «Solo le pido a Dios/ que el engaño no me sea indiferente./Si un traidor puede mas que unos cuantos/ que esos cuantos no lo olviden facilmente».

Rodolfo Braceli, biografo di Mercedes, le chiese una volta di definire in tre parole la sua infanzia a Tucuman: «Né tre né due, ma una: felicità», per poi spiegare che la povertà della sua casa natale non aveva mai significato la perdita della speranza. Un altro mondo.

La musica popolare è parte integrante della vita quotidiana delle famiglie e delle scuole del nord argentino. Mercedes lasciò Tucuman come maestra di danze folcloristiche e, dalla fine degli anni '50, Mendoza la trovò già identificata nel comunismo.

Lei stessa raccontò che il mitico cantante Jorge Cafrune nel '65 l'adottò artisticamente, vinse pregiudizi e l'introdusse nei piani alti della musica popolare. Sarà stato per quello che Mercedes aprì la strada negli anni successivi a decine di cantanti che oggi la piangono. Era felice e senza remore quando sul palco poteva duettare con i suoi compagni: lo fece con oscuri cantanti locali e con gente del calibro di Charly Garcia, Fito Paes, Juan Manuel Serrat, Ariel Ramirez, Victor Heredia, Silvio Rodriguez, Pablo Milanes, Joaquin Sabina, Teresa Parodi, Chico Buarque, Caetano Veloso, Milton Nascimento e Luciano Pavarotti.

Tucuman, provincia devastata e traumatizzata dalla dittatura del '76-'83, sarebbe rimasta il punto di riferimento della sua vita. Nei suoi toni, nella naturalezza delle sue reazioni, nel suo repertorio (bisogna risentire Luna tucumana di Atahualpa Yupanki), nel poncho colorato e nei suoi ricordi.

In esilio negli anni '70 e '80, scelse un auto-esilio dalla sua provincia natale una volta tornata la democrazia, quando negli anni '90 i traumi del passato spinsero la società tucumana a eleggere con il voto il genocida Antonio Domingo Bussi (oggi condannato all'ergastolo) come governatore.

La crescita della sua fama nella decade dei '70 fu inarrestabile, però il suo repertorio, con canzoni di Violeta Parra, Armando Tejada Gomez, Eduardo Fallù, Atahualpa e Cesar Isella, diventava sempre più scomodo per quegli anni di dittature. Quando arrivò il golpe anche in Argentina, rimase nel paese fin quando fu arrestata, nel '79, dopo un recital a La Plata. Poi andò in esilio.

In questi giorni, la tv ha rimesso in onda un concerto intimo e bellissimo (ritrovabile su Youtube cercando «Mercedes Sosa La cigarra»). Magra, giovane, malinconica, triste la si vede mentre intona, in Svizzera davanti a un pubblico silenzioso, in pieno esilio, la canzone di Maria Estela Walsh che dice: «Tantas veces me borraron/ tantas desaparecì,/ A mi proprio entierro fui/ sola y llorando./ Hice un nudo en el pañuelo/ pero me olvidé despues/ que no era la unica vez,/ y volvì cantando».

Nel 1982 l'Argentina contava già 30 mila desaparecidos, e fra loro una buona parte dei suoi intellettuali e dei suoi sindacalisti più combattivi. Le isole Malvine avevano significato la sconfitta più crudele davanti agli inglesi. Circa 800 ragazzini poveri di provincia avevano lasciato la vita in quella assurda guerra nel sud. La società era spezzata, mai più si sarebbe recuperato i livelli accettabili di eguaglianza sociale che aveva portato il peronismo. Gran parte della classe media cominciava a rendersi conto dell'orrore che non aveva voluto vedere, e che anzi aveva appoggiato. Come affrontare una simile desolazione?

Uno dei modi fu ascoltare Mercedes Sosa che cantava Solo le pido a Dios al teatro dell'Opera della calle Corrientes, a pochi metri dall'obelisco di Buenos Aires.

Era irrefrenabile. Negli anni seguenti, in democrazia, percorse il mondo davanti a teatri sempre gremiti. Roma, New York, Berlino, Tel Aviv. Prima, però, si lanciò a testa bassa contro le dittature del continente. Lo stadio Centenario di Montevideo l'accolse trionfalmente nell '83. Qualche anno dopo fu la volta di Santiago del Cile, dove si ricompose idealmente il duetto con Violeta Parra. Tuttavia l'esilio aveva lasciato una ferita irrimarginabile in Mercedes. Racconta suo figlio Fabian che la Negra lo chiamava da Madrid sull'orlo del suicidio, e 15 anni dopo il ritorno entrò in una depressione profonda, che lei stessa attribuì all'esilio. Ne uscì cantando, come La cigarra.

postato da: anticap alle ore 07:55 | link | commenti
categorie: america latina
martedì, 15 settembre 2009

Ancora su Chavez

Il Chavez che conosco e i media italiani

Gianni Minà, Il manifesto

La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.

La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.

Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.

Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.

Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.

Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.

Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.

Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.

In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti. Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.

Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv “Chavez non ci piace”. Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace?

A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.

A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. "Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio" - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. "Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.

Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.

Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.

Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.

Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.

Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.

 

Qui un’altra risposta da parte di Gennaro Carotenuto al pressappochismo dei media italiani.

postato da: mammamoni alle ore 10:13 | link | commenti
categorie: italia, america latina, bolivia
venerdì, 11 settembre 2009

DIRITTI CIVILI: IN URUGUAY È LEGGE L’ADOZIONE PER LE COPPIE OMOSESSUALI

Da LATINOAMERICA

 

Sulla riva orientale del Río de la Plata si avanza ancora sul piano dei diritti civili e l’Uruguay è il primo paese latinoamericano ad approvare una legge che sancisce il diritto delle coppie omosessuali all’adozione. È stato approvato infatti il nuovo “Codice dell’infanzia e dell’adolescenza” che permette a qualunque coppia, unione civile o convivenza, con almeno quattro anni di durata, il pieno diritto all’adozione.

In realtà, come dice il nome della legge, il focus è sulle garanzie ai minori in un paese che patisce da sempre uno dei più bassi indici di natalità al mondo. Questi possono da oggi entrare con pieni diritti in qualunque famiglia o unione civile o relazione di convivenza a patto che quest’ultima sia riconosciuta da almeno quattro anni, che i due membri abbiano almeno 25 anni d’età e che il minore abbia almeno 15 anni meno del membro più giovane della coppia.

Nel Senato di Montevideo la legge è stata approvata con 17 voti su 23. Hanno votato a favore i senatori della maggioranza del Frente Amplio (centro-sinistra) e alcuni di quelli di uno dei due partiti d’opposizione, quello Colorado, mentre si è opposto il Partito Nazionale (l’unico che si può definire in qualche modo cattolico anche se comunque laico). Questo, con Luís Alberto Lacalle (già presidente negli anni ’90), contenderà a fine anno la presidenza al candidato frenteamplista, l’ex guerrigliero tupamaro Pepe Mujíca.

Si oppone alla legge, anche se in maniera non particolarmente rumorosa, anche la Conferenza Episcopale Uruguayana. Infatti, in maniera più sfumata rispetto ad altri paesi, la Chiesa cattolica uruguayana teme che “una coppia omosessuale non sia il luogo adeguato per lo sviluppo della personalità”.

Nel corso dell’ultima legislatura il parlamento di Montevideo ha approvato la legge sulle unioni civili, oltre a permettere ai gay di servire con pieno diritto nell’esercito. Al contrario non si è concluso l’iter per approvare l’interruzione della gravidanza essenzialmente per l’indisponibilità del presidente Tabaré Vázquez, personalmente contrario, a controfirmare la legge.

Il primo paese ad aver permesso l’adozione alle coppie omosessuali fu l’Olanda nel secolo scorso, nel 1999. Nel corso dell’ultimo decennio, nonostante le leggi siano spesso incomparabili tra loro, l’adozione per coppie omosessuali è stata riconosciuta nei paesi scandinavi, in Inghilterra e Galles, Germania, Spagna, alcuni stati degli Stati Uniti, Israele e Sudafrica. Gennaro Carotenuto

postato da: mammamoni alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: informazioni, america latina, adozione
mercoledì, 09 settembre 2009

«Quei pirati dei Caraibi che donano speranza»

Alonso de Ojeda e Amerigo Vespucci viaggiavano lungo le coste settentrionali del Sudamerica quando giunsero in quello che oggi conosciamo come golfo del Venezuela. Le costruzioni indigene simili a palafitte ricordavano a Vespucci la città lagunare, così chiamò quella zona Venezuola, piccola Venezia. Sono passati 510 anni e Hugo Chavez, un discendente di quegli abitanti è venuto a Venezia, in doppia veste, quella di capo di stato e quella di protagonista del film South of the Border di Oliver Stone. Stone che a sua volta si è ispirato a un libro per realizzare il documentario: I pirati dei Caraibi - un asse di speranza, scritto da Tariq Ali (in uscita oggi edito da Baldini Castoldi Dalai), accreditato quindi come sceneggiatore del film e per questo motivo al Lido.

Incontriamo Tariq all'hotel Des Bains, dopo la tradizionale conferenza stampa. Intorno a noi è un viavai di persone in abito scuro, dai lineamenti da indios e dal bottoncino con tricolore venezuelano. Sono le numerose guardie del corpo di Chavez, lì accanto le Bmw del corpo diplomatico che oggi soppianteranno le Lancia dello sponsor. Ragion di stato.

Il libro è un saggio, quindi viene naturale chiedere come Stone abbia avuto l'idea di farne un film. «Mi ha telefonato lo scorso anno - racconta Ali - io ero in Paraguay, e mi ha detto 'non so se mi conosce, sono Oliver Stone'. Gli confermai di sapere chi fosse. E lui: 'conosce il mio lavoro?' e io: 'sì, conosco il suo lavoro’, e lui: 'ho appena letto Pirati dei Caraibi, mi è piaciuto e vorrei venisse a Los Angeles per discuterne. Così, qualche tempo dopo ci siamo incontrati, lui aveva già girato qualcosa, mi fece vedere quel materiale grezzo e mi chiese cosa ne pensassi. Gli dissi che non funzionava, era troppo complicato, bisognava che fosse tutto più semplice. Lui si disse d'accordo e così è cominciata la collaborazione. Ma il vero progetto su cui sta lavorando Oliver e sul quale stiamo collaborando è un'intervista che mi ha fatto, di otto ore, la più lunga che mi sia mi capitata di fare, dal mattino alla sera, solo con qualche breve pausa. Fa parte di una serie di film che dovrebbe chiamarsi La controstoria oppure La storia segreta dell'impero americano, un progetto stupefacente perché intende rivolgersi ai giovani statunitensi per raccontare quella che è stata la storia del loro paese e si tratta di qualcosa di davvero scioccante».

Tariq, nel libro, è anche sarcastico nei confronti di Hugo Chavez, racconta dei suoi discorsi infiniti, a volte lunghi tre ore e mezzo: «Si spiega così perché non è venuto alla conferenza stampa - ironizza - saremmo ancora tutti là. Ma questo fa piuttosto parte delle abitudini latinoamericane. Ma credo che il problema vero del Venezuela sia quello che viene detto nel film da Néstor Kirchner, ex presidente argentino: tutto il processo è troppo dipendente da una sola persona e questo è sempre pericoloso, per la persona stessa e per il paese intero».

Nel film, accanto a Chavez, compaiono anche altri leader, tra cui la moglie di Kirchner che gli è subentrata come presidente e Stone inanella una figuraccia chiedendole quante paia di scarpe abbia. La risposta ferma è «questa è una domanda che non avrebbe mai fatto a un uomo». «In realtà è una domanda politica - lo difende Tariq - lui intende dire che spera che lei non diventi come Imelda Marcos. Certo può sembrare un po' strana, ma Oliver è così».

Nel film accanto a Chavez intervengono diversi leader latinoamericani, il boliviano Evo Morales, indio, il paraguaiano Fernando Lugo, già vescovo, il brasiliano Lula, ex sindacalista, Raul Castro, rivoluzionario, l'ecuadoregno Rafael Correa, raffinato intellettuale. Sono loro in qualche modo i pirati dei Caraibi che stanno cercando di modificare il ruolo subalterno nei confronti degli Usa e del Fondo monetario internazionale all'insegna della lezione continentale di Simòn Bolivar con cui si ritorna in Italia, perché fu a Roma nel 1905 che giurò a se stesso di diventare El libertador.

A. Catacchio, il manifesto di ieri

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venerdì, 21 agosto 2009

Nel Salar de Uyuni sull’altipiano

Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza

Mentre nel mondo ci si danna l'anima per trovare un'alternativa credibile ai veicoli a petrolio e l'opzione dell'etanolo quale combustibile «verde» non convince affatto, la Bolivia confida nelle sue riserve di litio per lanciare una nuova fonte energetica. E, di lì, dopo il secolare saccheggio dell'argento e dello stagno (oltre a quelli sventati dalle lotte popolari, dell'acqua e del gas), fruire di una nuova (e preziosa) risorsa e di un nuovo peso politico. Come la recente scoperta di enormi depositi di petrolio al largo della costa di San Paolo potrebbe cambiare la storia del Brasile, così le grandi riserve di litio sull'altipiano boliviano potrebbero cambiare la storia della poverissima (per quanto ricchissima) Bolivia. Per verificare l'attendibilità di queste speranze, la Bbc ha spedito il suo inviato Peter Day nel Salar de Uyuni, la più grande e famosa delle distese di sale di cui è costellato l'altipiano.

 

A Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra, perfettamente piana, è di un bianco accecante, fino alla linea lontana dei vulcani sullo sfondo.

Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progetto potenzialmente enorme su cui la Bolivia sta puntando le sue speranze di riscatto.

Ai 3700 metri dell'altipiano andino, nel sud-ovest del paese, le notti sono sotto zero ma i giorni sono caldi anche nel pieno dell'inverno. Il sole nel cielo senza nubi si riflette sulla superficie della più grande distesa saline del mondo: il Salar de Uyuni.

E' un deserto spettacolare. Da decenni ha attratto giovani e avventurosi saccopelisti di ogni parte del mondo, capaci di sobbarcarsi un viaggio lungo e sfiancante in bus, in treno o in veicoli 4x4 per arrivare in quel vasto nulla.

Ma da qualche tempo a fare quel viaggio complicato è altra gente: sono ingegneri e businessmen di alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche al mondo.

Arrivano ormai ogni settimana. E sono attratti verso quella distesa salina da ciò che si trova sotto la crosta di sale e fango, dura come il ghiaccio.

Là sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato, i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio.

Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole anti-depressive. Ma improvvisamente oggi c'è una nuova ed enorme domanda potenziale.

Negli ultimissimi anni molti hanno avuto l'occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molti costruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procurati all'ambiente, stanno cercando di trovare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandi speranze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare e scaricare potenza - dicono - di qualsiasi altra batteria convenzionale.

Se questo tipo auto prendesse piede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica.

E proprio nel Salar de Uyuni, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra, gli esperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio nel mondo.

Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso di costruire un impianto-pilota per imparare come si fa a estrarre il litio da queste distese di sale e poi come far evaporare l'acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale.

Tutto ciò sta provocando grandi aspettative in un paese come la Bolivia privo di sbocchi al mare (persi nella Guerra del Pacifico di fine '800 con Cile e Perù e mai più recuperati nonostante i tentativi e i proclami di tutti i presidenti boliviani).

Per uno straniero la Bolivia è un ben strano paese, il secondo più povero del Sudamerica dopo la Guyana, una società spaccata da grandi linee di divisione - enormi gap fra ricchi e poveri, grandi differenze geografiche fra il lussureggiante est e le alte montagne andine dell'ovest, profonde fratture razziali fra gli ex-immigrati europei che hanno fatto fortuna e la maggioranza di poveri popoli indigeni.

Sono loro che hanno votato in massa per il primo presidente indigeno nel dicembre 2005, portandolo alla presidenza. Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cui proviene.

Ha nazionalizzato i vertici dell'economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso per rompere i grandi latifondi di terra.

Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non sarà preda dalle «multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori», ma sarà sfruttata dallo Stato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas).

Questa è una posizione che provoca orgoglio e entusiasmo fra i sostenitori di Morales. Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi più di un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni '90 la gente del posto abbia marciato per centinaia di chilometri verso la capitale La Paz per bloccare lo sfruttamento straniero di queste distese di sale e sorride a tutti denti accennando alla strategia di Morales per lo sfruttamento «domestico» di questa ricchezza.

Una volta tornati a La Paz, facendo notare, con il filo di fiato lasciato dall'altitudine, al ministero delle miniere Luis Echazu che la Bolivia si prende un bel rischio se davvero vuole diventare, come dice qualcuno, «l'Arabia saudita del litio», la risposta è stata un secco «no»: «Noi vogliamo molto di più. Non vogliamo soltanto processare il metallo, vogliamo anche costruire le batterie»

Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise, che la Bolivia dovrà prendere da fuori, e le multinazionali tradizionalmente diffidano dei paesi socialisti che danno un grosso ruolo allo Stato.

Intanto però, nella distesa del Salar de Uyuni, il «manager» dell'impianto in costruzione per il trattamento del litio Marcelo Castro, allevatore di galline e conigli, nonostante la fatica, si sente molto orgoglioso di essere parte in un grande progetto boliviano.

Se il mondo andrà verso le automobili elettriche, e se il litio sarà davvero il metallo che le farà muovere, e se i boliviani riusciranno a mantenere le aspettative, potremmo presto sentire parlare molto di più di ora della grande distesa salata di Uyuni.

Fonte il manifesto

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mercoledì, 05 agosto 2009

Bolivia: indígenas rumbo a la autonomía

Autonomia indigenasDomenica scorsa è stato approvato il Decreto Supremo che indice per il 6 dicembre (giorno in cui si dovrebbero tenere anche le elezioni presidenziali) il referendum sull’autonomia indigena, referendum che, come giustamente afferma Gennaro Carotenuto,mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native”. Così riporta la notizia il sito della BBC.
 
Bolivia: indígenas rumbo a la autonomía
Mery Vaca, BBC Mundo
 
El gobierno de Bolivia, presidido por el indígena Evo Morales, dio este domingo un paso más para la aplicación de la autonomía indígena en los municipios rurales, que desde enero está reconocida por la Constitución Política del Estado.
 
Morales autorizó a los municipios a realizar referendos para definir si quieren ser autonomías indígenas.
Por medio de un decreto, Morales autorizó a los municipios bolivianos a realizar referendos para definir si quieren convertirse en autonomías indígenas.
Las consultas se celebrarán el 6 de diciembre, de forma simultánea a las elecciones generales. En la misma fecha, Morales se postulará a la reelección presidencial y los bolivianos elegirán también un nuevo Congreso.
Bolivia tiene 36 pueblos indígenas y 327 municipios autónomos que se rigen por las leyes del Estado; sin embargo, si alguno de estos territorios decidiera convertirse en autonomía indígena, las etnias adoptarán para su gobierno sus usos y costumbres que estarán escritos en un estatuto autonómico.
Estos estatutos deben subordinarse a la Constitución y a la futura ley de Autonomías.
De hecho, durante el acto de presentación del decreto, ocho municipios le entregaron al presidente Morales sus proyectos para convertirse en autonomías indígenas.
La entrega coincidió en el Día del Campesino que, a partir de ahora, es también el Día de la Autonomía Indígena.
 
"No es para los terratenientes"
El acto de entrega del decreto se produjo en Camiri, en el departamento oriental de Santa Cruz, justamente donde los opositores a Morales impulsaron las autonomías departamentales y rechazaron las autonomías indígenas.
El presidente señaló: "Con responsabilidad, de manera legal y constitucional, en base a la Constitución Política del Estado, estamos empezando a garantizar la autonomía indígena", a diferencia de la oposición que, según dijo, busca autonomía para proteger a los terratenientes y para dividir Bolivia”.
La nueva Constitución reconoce autonomías departamentales, regionales, municipales e indígenas y, según Morales, todas serán garantizadas.
Sin embargo, la aplicación plena de las autonomías en Bolivia espera por la aprobación de una ley que será tratada por el próximo Poder Legislativo, que se instalará después de las elecciones de diciembre y llevará el nombre de Asamblea Legislativa Plurinacional.
Además del referendo municipal, las etnias podrán también convertirse en autonomías si logran consolidarse como "territorios ancestrales" y por "la agregación de municipios o territorios indígenas, originarios o campesinos", según dice una publicación del Ministerio de Autonomías. En ambos casos se debe cumplir un procedimiento que establecerá la futura ley de Autonomías.
 
Fiesta indígena
El acto de presentación del decreto de autonomías se realizó en medio de una fiesta popular, de la que participaron indígenas de diferentes regiones del país y representantes de los movimientos sociales de otros departamentos.
Según el presidente boliviano, todas las autonomías serán garantizadas.
Durante su discurso, Morales hizo un recorrido por los logros de su gobierno a favor de los indígenas. Citó la redistribución de la tierra, la mecanización del agro y la instalación de las universidades indígenas, entre otros.
Dijo que una vez conquistado el poder político, ahora corresponde que los indígenas tomen el poder económico, es decir, que dejen de depender de los empresarios y que generen sus propios recursos.
Y, como ya lo hiciera en anteriores ocasiones, Morales dijo que ahora sólo controla el Poder Ejecutivo y que, como el Legislativo y el Judicial no acompañan su proyecto político, debe producirse un cambio.
Ese cambio, según los oradores que le antecedieron -todos ellos dirigentes sindicales- se producirá el 6 de diciembre, cuando Morales buscará la reelección y espera obtener una mayoría tal que le permita controlar el Congreso.
postato da: anticap alle ore 10:50 | link | commenti
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venerdì, 26 giugno 2009

E adesso anche l'Ecuador entra nell'Alba

di Geraldina Colotti, il manifesto.
Nel giorno dell'indipendenza, vertice dell'Alternativa bolivariana delle Americhe, che da ora in avanti si chiamerà Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America.
 
Anche l'Ecuador entra ufficialmente a far parte dell'Alba, l'Alternativa bolivariana delle Americhe che comprende Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Dominica. Da oggi, in occasione del vertice straordinario (la VI Cumbre), convocato a Carabobo - non lontano dalla capitale venezuelana, Caracas -, oltre a Quito entrano a far parte dell'alleanza anche San Vincente e Grenadine e Antigua e Barbuda. Sale così a 9 il numero dei paesi dell'Alba, l'alleanza fondata da Chavez e Fidel Castro nel 2004 in opposizione al progetto neoliberista dell'Alca - l'Area di libero commercio per le Americhe, ideata dall'ex-amministrazione Usa -, poi fallito.
Obiettivo dell'Alba è quello di promuovere una politica commerciale «giusta, equa, solidale e complementare» su una base di cooperazione regionale. Un progetto che si aggiunge a quello di Petrocaribe, in cui il Venezuela vende petrolio a prezzi di favore a 18 paesi dell'America latina. L'intento, infatti, è quello di affrancare l'ex cortile di casa degli Usa dalle tutele e dai ricatti esterni, affermando «i principi di sovranità e autodeterminazione dei popoli» . Non a caso, la Cumbre è stata promossa in coincidenza con i festeggiamenti per la vittoria del Libertador Simon Bolivar sull'esercito spagnolo durante la battaglia di Carabobo del 24 giugno 1821, che sancì l'indipendenza del Venezuela.
In Ecuador, l'opposizione - che teme l'intesa anche politica di Correa con Chavez - contesta l'adesione all'Alba e chiede al presidente quali vantaggi porterà al paese dato che il volume del commercio con gli altri componenti dell'Alba rappresenta «appena il 3% del totale di quello ecuadoregno». Ma dal rapporto privilegiato con il Venezuela (il quinto esportatore di greggio al mondo), Correa ha già portato a casa un risparmio di circa 252 milioni di dollari, grazie a un accordo commerciale per la vendita di petrolio grezzo in cambio dell'acquisto di derivati privo di intermediari. E attualmente, l'85% dei progetti relativi al settore energetico in Ecuador ha come partner privilegiato il Venezuela. Un cambio di registro - ha più volte ribadito Correa - rispetto agli accordi precedenti che, proprio a causa dell'enorme potere degli intermediari, facevano sprecare grandi risorse al paese, la cui principale fonte di reddito si basa sul petrolio.
postato da: anticap alle ore 07:34 | link | commenti
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venerdì, 19 giugno 2009

Buen vivir

L’associazione A Sud, che ringraziamo, ha fatto un ottimo lavoro traducendo in italiano i testi delle due nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia, da poco vigenti in seguito all’approvazione dei referendum. La nuova Costituzione boliviana in italiano e la nuova Costituzione dell’Ecuador sono due documenti preziosi, decisamente si collocano tra le costituzioni più avanzate del mondo e andrebbero letti da tutti attentamente.
 
di Marica Di Pierri, il manifesto
Settimane fa, alla Conferenza mondiale sugli oceani (Woc), convocata in Indonesia in prossimità della Giornata Mondiale dedicata alle maggiori distese d'acqua presenti sul nostro pianeta, rappresentanti di 76 paesi si sono riuniti per discutere gli impatti dei cambiamenti climatici sui bacini oceanici.
Gli scienziati hanno avvertito che le temperature in aumento, contribuendo allo scioglimento dei ghiacci artici e antartici, provocheranno l'aumento del livello degli oceani e la conseguente scomparsa di molte isole, iniziando da quelle del sud del Pacifico.
Gli oceani inoltre stanno diventando sempre più acidi, erodendo rocce, coralli e gusci calcarei di svariate specie animali, spegnendo i colori accesi dei fondali e minacciando la biodiversità marina. L'utilizzo dei mari come deposito di scarti industriali, rifiuti di piccola e media taglia e scarichi delle navi, ha reso inoltre gli oceani una enorme pattumiera a cielo aperto. Secondo i dati presentati durante la conferenza più di un milione di uccelli marini e oltre 100 mila tartarughe muoiono ogni anno a causa dei rifiuti non biodegradabili lasciati in mare.
Infine, le correnti oceaniche hanno favorito la formazione di due immense isole interamente costituite da rifiuti alla deriva - definite «sesto continente» - che si trovano rispettivamente nei pressi di Giappone e Hawai e che assieme sommerebbero 2500 chilometri di diametro, vale a dire pressappoco il territorio del Canada. Un emblematico continente di immondizia.
I disastri provocati dal modello di sviluppo onnivoro che tutto consuma e danneggia e il problema della mala gestione di territori e risorse naturali spingono sempre più comunità, gruppi organizzati, associazioni e collettivi a interrogarsi su come dare un contributo dal basso all'elaborazione di alternative in grado di preservare il pianeta. E' quello che ha tentato di fare nei giorni scorsi l'appuntamento annuale con «Pueblo A Sud» svoltosi a Rocca di Papa, uno spazio di dibattito promosso dall'associazione A Sud e aperto alla partecipazione di attivisti, realtà associative, comitati locali e cittadini.
Il punto di partenza sono state le proposte avanzate dalle comunità indigene del sud del mondo, in particolare latinoamericane. Esse sono da anni portatrici di un'idea dello sviluppo talmente altro da essere fondato sull'armonia con il pianeta, sulla solidarietà e sulla sobrietà: il modello chiamato «buen vivir» (da tre giorni è uscito un documento dal titolo «Buen vivir per un altro paradigma di civiltà» e si veda questo testo riportato anche di seguito). Frutto dei processi di organizzazione dal basso, nei nuovi testi costituzionali approvati in Ecuador e Bolivia i beni comuni sono divenuti diritti costituzionali riconosciuti e sono tutelate e previste per la prima volta, accanto alle forme di proprietà e di economia classiche, anche la proprietà collettiva e le economie solidali e comunitarie, fondate un principio di reciprocità, solidarietà e scambio piuttosto che di profitto.
Sono numerosi gli esempi di comunità, movimenti sociali e collettivi latinoamericani, africani, indiani ma anche europei e italiani, che stanno sperimentando nella pratica quotidiana metodi di partecipazione dal basso e di gestione comunitaria delle risorse e dell'economia. Basti pensare alle migliaia di focolai di conflitti socio-ambientali nati in tutti i continenti per contrastare l'imposizione di megaprogetti o politiche economiche lesive dei diritti della popolazione, con le comunità locali che esigono di avere voce in capitolo sulla gestione dei territori nei quali vivono.
 
 
Ecuador e Bolivia: Buen Vivir, Identità e Alternative al modello
www.censat.org, traduzione di Francesca Casafina da sito di A Sud.
 
Le nuove costituzioni di Ecuador (2008) e Bolivia (2007) considerano il concetto di buen vivir o sumak kawsay come uno dei principali assi tematici dei rispettivi testi costituzionali. Il sumak kawsay rappresenta un modello di vita improntato su un nuovo tipo di relazione tra gli esseri umani e la natura e propone un nuovo orizzonte di vita e un'alternativa di fronte alla visione monoculturale della civiltà occidentale.
 
Nel dicembre 2007 è stata approvata la Nuova Costituzione Politica boliviana. Per la prima volta nella storia costituzionale del paese, la carta magna riconosce il carattere plurinazionale dello stato e garantisce i diritti dei popoli originari. Circa due terzi della popolazione boliviana è di etnia indigena e dichiara di appartenere a una delle tante nazioni originarie, comunità o popoli che abitano da tempi immemorabili sulle terre di quello che adesso è lo stato boliviano. La Bolivia si autodefinisce, oggi, come una società plurale e pluralista che promuove come principi etico-morali e valoriali lo “ama qhilla”, lo “ama llulla”, lo “ama suwa” (non essere pigro, non essere bugiardo, non rubare), il “suma qamaña” (vivir bien), il “ñandereko” (vivere una vita armoniosa), il “teko kavi” (vivere una vita buona)lo “ ivi Maradi” (terra senza male) e il “qhapaj ñan” (cammino o vita nobile)”.
 
Seguendo questo stesso cammino, il 25 luglio 2008 l'Assemblea Nazionale Costituente dell'Ecuador ha approvato il progetto della nuova costituzione dell'Ecuador. Nel settembre dello stesso anno, la maggioranza del popolo ecuadoregno ha espresso la propria approvazione al nuovo testo costituzionale, attraverso un referendum. Anche l'Ecuador ha così potuto avviare un processo di rifondazione dello stato attraverso il riconoscimento della sua natura plurinazionale e sovrana così come dell'eredità storica e culturale dei popoli andini, accordando piena legittimazione al concetto quechua del buen vivir, il sumak kawsay.
 
L'inclusione del sumak kawsay o del suma qamaña nelle nuove costituzioni dell'Ecuador e della Bolivia ha significato il riconoscimento di un modello alternativo di società proposto dai popoli indigeni, tradizionalmente emarginati o ignorati dalle élites al potere e che adesso reclamano un maggiore protagonismo nella vita pubblica e il rispetto della loro diversità culturale. La loro lotta per il diritto alla terra, per mantenere i loro sistemi di credenze, le loro forme di amministrare la giustizia e, in generale, altri modi di concepire e interpretare il mondo, dura ormai da decenni.
 
E' innegabile che si sia compiuto un grande passo in avanti, verso una sempre maggiore decolonizzazione e deoccidentalizzazione del pensiero, da parte di settori storicamente tenuti ai margini della vita pubblica e dei processi decisionali. Senza dubbio, le linee guida dei nuovi testi costituzionali – il sumak kawsay, il buen vivir, la costruzione di stati plurinazionali – devono servire da fondamento per la costruzione di alternative attraverso un processo collettivo che rifugga da derive unidirezionali o del pensiero unico. Non esiste un solo cammino, una sola direzione o un solo attore: è necessario intraprendere una strada che includa la maggioranza degli attori presenti nella scena politica e sociale. Non si può, quindi, prescindere dalle seguenti questioni: come coivolgere i settori meticci, urbani che non si sentono rappresentati dalla filosofia indigena del buen vivir? Come promuovere un dialogo aperto, sincero e autenticamente interculturale per dare sostanza al concetto di buen vivir, così da favorire il rispetto dei diritti collettivi, il riconoscimento della pratica della plurinazionalità, la diversità culturale e l'importanza di vivere in armonia con la natura? E' possibile, attraverso la pratica del buen vivir, rompere con l'omogeneizzazione culturale che impone un modello unico di stato, un unico modello di pensiero e di progettualità politica? 
 
La “vita buona” dell'Occidente. Il “vivir bonito” amerindio E' importante individuare e evidenziare le differenze che intercorrono tra il concetto occidentale di “vita buona” o benessere o “vivere bene” e il “sumak kawsay” o “suma qamaña” dei popoli indigeni del continente latinoamericano. “La tradizione occidentale della “vita buona” ha due fonti: la prima è quella del mito biblico del giardino dell'Eden e la seconda è quella che si riallaccia alla visione aristotelica” (Medina, Javier. Suma Qamaña. Por una convivialidad posindustrial, La Paz, Bolivia, Garza Azul Editores, 2006. Pág. 105). Risulta, quindi, evidente che esistono profonde differenze tra le due concezioni, quella andina e quella occidentale. La prima di queste è la divisione che la cultura occidentale promuove tra l'uomo e la natura. La visione aristotelica di “vita buona” risulta come slegata dal mondo naturale, viene concepita in un contesto urbano, nella polis: tutto ciò che si trova fuori viene considerato “incivile”, in relazione alla vita nei campi o nelle foreste. E' per colpa di questa divisione tra uomo e ambiente, connaturata alla cultura occidentale, che adesso ci ritroviamo a dover affronatare una crisi ambientale senza precedenti. La natura non solo è stata addomesticata ma anche trasformata, manipolata, urbanizzata, mercantilizzata. Niente è riuscito a fuggire dai circuiti letali del capitale: l'acqua, le foreste, i boschi, il cibo, la vita, i semi, l'atmosfera. Sono talmente aggressivi i meccanismi di distruzione delle risorse naturali che la stessa sopravvivenza dell'umanità è messa in pericolo. Ugualmente, nella concezione cristiana, Dio separa la natura dagli uomini: questi dovranno dominare la terra e metterla al loro servizio (Medina, 2006: 105). Nel mito biblico, “la natura era concepita unicamente come un hortus clausus, un orto chiuso, addomesticato, separato dal resto della natura, considerata selvaggia e idomita, dai pericoli e dalle insidie della foresta: un luogo dove gli esseri umani potessero vivere in ozio perpetuo, senza lavorare. Il lavoro diventava quindi un castigo anzi il castigo per eccellenza: mangeranno pane con il sudore della fronte” (Medina, 2006: 105).
 
Secondo la visione greca, la “vita buona” era vincolata alla “vita contemplativa, al lavoro dell'intelletto e del corpo, alle arti, alla politica e alla possibilità di disporre di tempo libero per fare tutto ciò che venisse richiesto dallo spirito” (Medina, 2006: 106); niente che riguardasse il lavoro e, meno che mai, le attività manuali, che offendevano la natura umana. Questa concezione dicotomica avrà un immenso costo sociale, soprattutto in termini di separazione tra la natura e l'uomo, tra la campagna e la città, tra la mente e il corpo: a causa di questo, verrà negata la possibilità a milioni di persone, nel corso della storia, di vivere una vita degna e “buona”. Il lavoro manuale, nella società greca, sarà destinato agli esseri umani considerati barbari o incivili: le donne e gli schiavi. Dissociando il concetto di “vita buona” da quello del lavoro, si otterà come risultato solo una grande ingiustizia storica e sociale: l'immensa maggioranza della popolazione che lavora per assicurare il benessere della minoranza. (Medina, 2006: 106-107).
 
Al contario, il “suma qamaña” dei popoli andini della Bolivia o il “sumak kawsay” degli indigeni quecha dell'Ecuador presuppone una stretta relazione con la terra, con i “chacras” dove fiorisce la vita e che forniscono agli uomini sostentamento, con gli animali, con il lavoro collettivo nella “minga”. Il sumak kawsay andino è associato alla vita di comunità, in equilibrio con la natura e con il mondo spirituale. I popoli indigeni americani, le società contadine e, in generale, tutte le comunità legate alla terra non cercano di cambiare il mondo quanto piuttosto di comprenderlo, credono nell'equilibrio e nell'armonia fra tutte le forme viventi. (Medina, 2006: 108). Per questa ragione il buen vivir non esclude nessuno anzi incorpora una pluralità di elementi che appartengono alla cosmovisione dei diversi popoli indigeni: visione del futuro, conoscenze e saperi, etica e spiritualità, relazione con la madre terra. I popoli indigeni conducono il loro cammino di apprendimento e socializzazione nella “chacra”, in relazione con l'elemento terra. E' attraverso di essa che viene insegnato ad amare e ad amarla.
 
Ecco perché il sumak kawsay come principio ispiratore delle nuove costituzioni rappresenta un'alternativa: considera le relazioni tra uomo e natura sotto una diversa prospettiva, pone l'esigenza di stipulare un nuovo contratto sociale, che recuperi la dimensione etica e spirituale dei rapporti fra tutte le creature del pianeta. Il buen vivir ci propone un nuovo modello di vita, che rifiuta tutte le derive monoculturali. Senza dubbio la realtà è complessa. A partire dal XIX secolo, in Europa molte persone sono state costrette a lasciare la campagna per trasferirsi in città , a causa della cosiddetta “rivoluzione industriale” e a tutte le trasformazioni che questa ha comportato. Il risultato è stato una crescita senza precedenti degli agglomerati urbani. Le città andavano popolandosi di lavoratori, operai, immigrati, mendicanti, prostitute, gente che viveva ai margini, dando vita a quella che numerosi studiosi chiamano “massa”: concetto utilizzato per designare le classi sociali considerate “pericolose”, quelle che non beneficiarono dei vantaggi derivanti dal progresso industriale (Ortiz, 1996: 71). L'America Latina non rimase immune da questo fenomeno. A partire dalla metà del secolo scorso, i governi latinoamericani, con l'appoggio di organismi internazionali e programmi di aiuto allo sviluppo si impeganrono nella promozione di politiche “desalloristas” per favorire processi di industrializzazione e modernizzazione, ottenendo come risultato lo spostamento di enormi fette di popolazione dalla campagna verso i centri urbani industrializzati e il conseguente impoverimento di massa dei migranti e degli ex-lavoratori della terra. L'avvento della società moderna portò a una serie di cambiamenti importanti: urbanizzazione, industrializzazione, meccanizzazione, migrazione, conflitti ambientali, emergere di nuovi attori sociali, ingresso delle donne nel mondo del lavoro, formazione di un mercato interno, omogeneizzazione. Questo nuovo paradigma di civilizzazione ha prodotto – e continua a produrre – una molteplicità di crisi, tra cui una delle più gravi è sicuramente quella ambientale. L'aspetto paradossale è questo: più cibo produciamo più aumenta la crisi alimentare, più si genera ricchezza e più crescono la povertà e le disuguaglianze, maggiori sono i progressi nel campo della tecnologia e maggiori le fette di popolazione, a livello mondiale, che non possono beneficiarvi. La modernità implica la disintegrazione della società tradizionale e delle culture ancestarli e, con essa, il tentativo da parte delle élite al potere di creare stati nazionali basati sull'omogeneizzazione e sul “modello unico di società”. Come ci ricorda Renato Ortiz: “la modernità non è solo industria ma anche nazione”. (Ortiz, 1996: 85). Il benessere occidentale significa preminenza dell'individuo sulla collettività, proprietà privata della terra e libertà di commercio.
 
Di fronte a questa realtà, il sumak kawsay ci esorta a ripensare le nostre relazioni con il mondo naturale, a recuperare il dialogo con la terra che i popoli indigeni non hanno mai perduto, ci invita a riconoscere le diversità culturali senza pregiudizi o intenti discriminatori e a superare il concetto di stato-nazione come ci viene presentato dalla civiltà occidentale.
 
L'America Latina è un mosaico di storie, culture e territori diversi, una complessità di visioni. Non esiste una sola America, pura e originaria, anche se non per questo bisogna dimenticare l'importanza delle radici, dei saperi e delle tradizioni dei popoli ancestrali. Anzi dobbiamo recuperare questo immenso e ricco patrimonio, per procedere nel nostro cammino.
 
Che il concetto di sumak kawsay sia diventato il centro dei dibattiti costituzionali dei paesi andini è un passo estremamente importante perché, fra le altre cose, ci ha permesso di credere ancora una volta che un altro mondo sia possibile. A partire da questo, è possibile elaborare e promuovere un nuovo paradigma di civilizzazione che ci aiuti a superare la crisi ambientale e sociale che l'umanità sta vivendo. Nel caso dell'Ecuador, l'incorporazione del concetto di buen vivir nel nuovo testo costituzionale ha significato il riconoscimento di tutta una serie di diritti e garanzie, molti dei quali già ampiamente riconosciuti dal diritto internazionale: accesso all'acqua, al cibo, al lavoro, alla salute, a un ambiente sano, a un'informazione libera e trasparente.
 
Il momento storico che stiamo vivendo ci invita al cambiamento. E' necessario promuovere alternative contro il potere del capitale mondiale. E' tempo di trasformazioni. E' tempo di buen vivir!
 
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