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mercoledì, 16 settembre 2009

Italia-Bolivia 13 a 1

Milán, Italia.- Se llama Lourdes, tiene 39 años y es de Cochabamba. Vive y trabaja en Italia desde hace 5 años, ha llegado acompañada de su esposo y dos de sus hijos, el mayor de 22 y del menor de 6. Lourdes es doméstica en 13 familias de Milán, empieza a las siete de la mañana y termina a las siete de noche. Todos los días de lunes a sábado.
Rodolfo Faggioni*, Bolpress.

a

Lava, plancha, se ocupa de la limpieza de las casas, da una ojeada a la abuelita que está en la otra habitación o al bebito que está jugando, riega las flores, es decir, hace las mil cosas que los dueños de casa no pueden por encontrarse en el trabajo. Todo esto en trece casas distintas. Dos horas en una casa, tres en otra, y así por toda la semana. Gana de 800 a 900 € al mes (1120-1260 $). Lourdes pero es una "indocumentada" o mejor dicho es una "clandestina" en Italia.

El 1° de Septiembre ha iniciado la "legimitación" de las domésticas "clandestinas". Tienen que presentar toda una serie de documentos, y, sobre todo, se tiene que hacer una aportación "forfait" de 500 € (700 $), que debería ser abonado por el empleador.

La señora Lourdes empieza por este último detalle: "Los 500 € los pago yo" -dice- "el problema es que trabajo en 13 casas distintas y no llego a las 20 horas semanales en una sola casa, que es requerido como condición principal para salir de "clandestina". De sus 13 "dueños de casa" ninguno tiene la intención de hacerle un contrato por las 20 horas semanales.

"Y pensar -dice- que son personas buenas, amables, por Navidad me hacen regalos, en verano me dejan las llaves de casa, soy casi como una persona de familia, se fían de mi, pero no me quieren hacer un contrato y en estas casas trabajo desde hace años".

"El tiempo pasa -continúa- y el 30 de Septiembre caducará la 'legimitación', trabajo más de 20 horas por semana, a veces hasta 30, pero no tengo la posibilidad de ser una persona 'normal' sin miedo de ser repatriada por 'clandestina'".

Lourdes vive en una casa en alquiler, agradece a Italia, gana lo bastante para poder ayudar a su familia en Bolivia, pero no sabe cómo terminará esta odisea. Espera, es lógico, que se resuelva positivamente. Su condición de "clandestina", hace, incluso, que no pueda ser visitada por un médico por miedo de ser denunciada.

Todo esto gracias a un pequeño partido xenófobo y racista establecido en el Norte de Italia, estrecho y fiel aliado del partido de Berlusconi que ha emanado un decreto severo con los "migrantes clandestinos" y que ha sido criticado por los partidos de oposición, por la Conferencia Episcopal Italiana e incluso por el Vaticano, por considerarla una ley no adapta para un país civilizado como es Italia.

 

*Periodista boliviano. Actualmente vive y trabaja en Italia como corresponsal de medios de comunicación latinoamericanos. Desde 1975 es miembro de la Asociación de Prensa Internacional en Italia. En 1995 fue ganador del XXI Premio Internacional "DANTE ALIGHIERI" en Artes, Letras y Comunicación Social en la sección

postato da: mammamoni alle ore 07:36 | link | commenti
categorie: italia, bolivia
martedì, 15 settembre 2009

Ancora su Chavez

Il Chavez che conosco e i media italiani

Gianni Minà, Il manifesto

La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.

La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.

Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.

Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.

Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.

Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.

Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.

Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.

In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti. Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.

Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv “Chavez non ci piace”. Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace?

A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.

A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. "Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio" - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. "Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.

Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.

Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.

Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.

Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.

Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.

 

Qui un’altra risposta da parte di Gennaro Carotenuto al pressappochismo dei media italiani.

postato da: mammamoni alle ore 10:13 | link | commenti
categorie: italia, america latina, bolivia
mercoledì, 19 agosto 2009

Liga Norte: el odio legalizado

Gennaro Carotenuto, trovato su Bolpress
La nueva ley de seguridad impuesta por la separatista Liga Norte en Italia incita al odio racista y legaliza el "escuadrismo" fascista. La inmigración "sin papeles" fue equiparada a un crimen y patotas de ciudadanos financiados por el Estado ya han salido "legalmente" a cazar a los trabajadores extranjeros. Pero la Liga Norte, que domina a un Silvio Berlusconi debilitado por sus escándalos sexuales, va más allá: su objetivo es -también-discriminar a los italianos del sur, empezando por reducir sus sueldos.
a
A partir de ahora todo extranjero que no tenga documentos o que simplemente pierda su empleo (y con ello su derecho a permanecer en la península) cometerá un crimen y puede ser perseguido, encerrado hasta 180 días en un Centro de Identificación y Expulsión -en condiciones mucho peores de las de una cárcel- y finalmente expulsado.
 
En tiempo de crisis económica, el PBI italiano cae en picada y los empresarios del norte, que votan a la Liga pero necesitan mano de obra extranjera barata y clandestina para no pagar impuestos, obtuvieron medidas que les permiten chantajear más a los trabajadores: o te sometes (aun más) o te hago expulsar.
 
Aunque en otros países de la Unión Europea la inmigración clandestina sea duramente perseguida (Francia es un ejemplo), sólo en Italia es considerada un delito en sí misma. A ello hay que agregar la financiación por el Estado de patotas de ciudadanos, llamadas "rondas", que, supuestamente desarmadas, pueden marcar y recorrer el territorio para sustituir a la policía. (Una policía a la que el primer ministro Berlusconi continúa bajándole el presupuesto, al punto que se ha quedado sin gasolina para sus patrulleros.)
 
En su gran mayoría, las "rondas" están conformadas por militantes de la propia Liga o de partidos neofascistas que ahora están amparados por la ley para salir a la calle a pegarle al extranjero. "Esta ley está pensada para causar dolor a los inmigrantes", denunció el presidente de la Pastoral de los Migrantes de la Iglesia Católica, monseñor Agostino Marchetto.
 
En primer lugar dolor físico, pues ya se cuentan por decenas los episodios de extranjeros golpeados en las calles italianas. Y a pesar de que por ahora no se ha logrado imponer al personal médico la obligación de denunciar a sus pacientes "indocumentados", se sabe que buena parte de ellos han dejado de asistirse en hospitales públicos por temor a ser denunciados, arrestados y expulsados, como ya ha sucedido.
 
Algunos casos concretos: en aplicación de la ley, a una pareja de ancianos italianos de cerca de 90 años, de la provincia de Ancona, le confiscaron la casa porque ambos fueron denunciados por haber albergado a una mujer ucraniana clandestina que cuidaba de uno de ellos, paralítico.
 
El primer día de vigencia de la ley, un brasileño de 30 años fue atacado y robado en pleno centro de Milán; en el hospital en que se asistió lo denunciaron, fue detenido y enviado a un centro de expulsión junto a otros 11 extranjeros; los recién nacidos de madres "clandestinas" corren el riesgo de convertirse en "bebés fantasma", porque no podrán ser legalmente reconocidos por sus padres, no podrán tener atención médica regular ni ir luego a la escuela. La única categoría de "indocumentados" que fue relativamente considerada por la ley es la del servicio doméstico. Y no todos, sino aquellos -mayoritariamente mujeres- que cuidan a ancianos y suplen así a los deficitarios servicios públicos. Hay entre 300 mil y 500 mil mujeres clandestinas en esa situación, provenientes sobre todo de Europa del este y de Perú.
 
Italia es prácticamente el único país del mundo que no prevé ningún recorrido seguro hacia la integración plena de los ciudadanos extranjeros. Un inmigrante legal (actualmente son 5 millones) que vive, trabaja y paga impuestos en el país puede permanecer décadas sin obtener la ciudadanía ni saber claramente cómo hacerlo. Y si quiere irse o volver a su país de origen pierde todos sus aportes jubilatorios, que si trabaja regularmente está obligado a pagar. Más: al estar vigente el ius sanguinis, un joven nacido en Italia de padres extranjeros inmigrantes legales que no hayan obtenido la ciudadanía, al llegar a los 18 años puede convertirse en "ilegal" y ser expulsado del país en el que nació y vivió.
 
Ya los centros de Identificación y Expulsión están bajo la lupa de Amnistía Internacional, la Cruz Roja y otras organizaciones humanitarias, que consideran aberrante que una persona que no cometió ningún crimen sea literalmente secuestrada durante 180 días en espera de una expulsión hacia un país del que huyó por motivos políticos o económicos. Estas organizaciones denuncian además que las condiciones de vida de esas personas son infrahumanas: viven hacinadas, en espacios mínimos, tiradas en el piso, prácticamente sin atención médica. Como Mohammed, 30 años, egipcio, que dijo a una organización humanitaria: "Hace seis años que trabajo como albañil en Italia, pero nunca nadie quiso regularizarme. Necesitaba operarme del oído y debí internarme. Me trajeron al centro de expulsión directamente desde el hospital". O Susana, una rom nacida en Italia: "Mi familia vino de Yugoslavia. Yo nací acá, tengo marido y dos hijos pero nunca logré tener papeles. Ahora que me expulsan, ¿qué va a ser de mí en un país extranjero?".
 
¿Hablas milanés?
Su actual ofensiva xenófoba no le ha hecho perder el norte a la Liga Norte: sus enemigos originarios son los italianos del sur, a quienes acusa de ser culpables de todos los vicios del país, en una carrera en la cual los estereotipos y los lugares comunes asumen el carácter de dogma. 
Sicilianos, calabreses, napolitanos residentes en las ricas regiones septentrionales del país deberán ahora someterse a exigencias tales como saber bergamasco o véneto para poder enseñar química o matemáticas a los niños o jóvenes nórdicos. Y peor aun: la Liga promueve la adopción de "jaulas salariales" en función de las cuales por un trabajo similar los sureños (sean funcionarios o trabajadores del sector privado) cobrarán sueldos inferiores a los nórdicos. Y se haría por ley, aunque esa ley viole media docena de artículos de la Constitución. Silvio Berlusconi dio su apoyo a esa iniciativa, antes de desmentirlo, como ha hecho tantas otras veces.
postato da: anticap alle ore 08:08 | link | commenti (3)
categorie: italia
mercoledì, 05 agosto 2009

La reginetta "diavolessa" che fa infuriare La Paz?

Siamo in agosto e purtroppo queste sono le notizie che i giornali scelgono di pubblicare in questi giorni.
Per tutta risposta, riporto di seguito un bellissimo pezzo che parla delle attuali nostre miserie maschili e italiane. Questa, in ogni caso, la notizia della reazione del governo boliviano.
a
Articolo del Corriere on line
a
Miseria del maschile
Tamar Pitch, il manifesto del 2 agosto 2009
Ciò che va in scena da un po' in Italia è la miseria della mascolinità. Più che, genericamente, le donne e, in particolare, le femministe, a dir qualcosa dovrebbero essere gli uomini. Non (soltanto) sulle bugie del presidente del consiglio e sul dibattito pubblico/privato, ma proprio sulla messa in scena di un maschile povero, misero, e, come bene messo in rilievo dalle «puttane», ridicolo. Qui il machismo tradizionale non c'entra proprio. Né c'entrano affatto le osservazioni sulle «donne all'epoca di Berlusconi» di un recente articolo su Repubblica di Michela Marzano. La quale si interroga su qualcosa che non è tipico delle donne italiane né delle donne in genere: ossia, l'ossessione di intervenire sul proprio corpo per renderlo simile a quello di qualche modella o modello. Ossessione rintracciabile ovunque, e in tutti i sessi/generi. Molto ci sarebbe da dire su questo, ma non voglio farlo qui. Invece voglio parlare di questo maschile, della sua deriva ridicola, e poi riflettere su che cosa ci dice sul tipo di regime politico che viviamo.
La miseria: un anziano liftato, truccato, coi capelli finti, assai ricco e potente, ridotto a comprare non tanto sesso, ma ammirazione (le povere ragazze costrette a visionare lunghi video dell'anziano suddetto che si accompagna a capi e cape di stato) mi pare una metafora dell'impotenza del maschile odierno (che nemmeno l'aiutino di qualche medicamento miracoloso riesce a dissimulare).
Un maschile riprodotto dalle patetiche figure dei Bondi, dei Ghedini e dei Cicchitto, nonché dei tristi «tra moglie e marito...», o «...noi non facciamo del moralismo» dei Franceschini e simili.
Vincere, l'ultimo film di Bellocchio, mi ha fatto pensare: com'è che oggi ci rendiamo conto perfettamente di quanto ridicoli (oltre che, va da sé, tutto il resto) fossero Mussolini e la sua esibizione di virilità, quella sì machista, e stentiamo invece a riconoscere lo stesso ridicolo in Berlusconi? Certo, ai tempi le donne erano mogli o puttane, ma stavano al loro posto. Anche oggi per molti uomini sono mogli o puttane, ma al loro posto non ci stanno, tanto che sono state proprio le mogli e le puttane a dire che il re è nudo, e queste ultime a sbeffeggiarlo.
Però, non siamo passati dalla tragedia alla farsa. In realtà, non c'è molto da ridere, giacché questo miserando spettacolo si inserisce perfettamente dentro quel populismo autoritario di cui parla, tra gli altri, Jonathan Simon, a proposito dell'America prima di Obama (Il governo della paura, Cortina). Il populismo autoritario governa con e attraverso la paura e utilizza a piene mani un repertorio simbolico maschilista. In Italia, il tipo ideale di questo populismo è la Lega, dove celodurismo e razzismo sono le due facce della stessa medaglia: «noi», i maschi italiani, ci ergiamo a «protettori» (nei vari sensi di questa parola) delle donne italiane contro gli stranieri barbari e stupratori. Ciò che significa, tra le altre orribili cose, togliere voce alle donne stesse, a dimostrazione del fatto che sessismo e razzismo vanno sempre insieme. Del resto, quando si invocano l'identità e le tradizioni, il popolo e la patria, l'implicito (che nelle pulizie etniche diventa esplicito) è il ferreo controllo sulle donne e i loro corpi, giacché depositarie di identità, tradizioni, e così via.
L'ostilità nei confronti delle donne è però molto visibile anche nei comportamenti e nei discorsi del presidente del consiglio. A lui le donne non piacciono. Gli piaceva, non a caso, la sua mamma. Le tollera se corpi senza voce, se mogli e puttane al modo tradizionale, se gli fanno coro ammirato intorno. Io penso che ne abbia paura.
La paura attraverso cui il populismo autoritario governa e si legittima è in primo luogo la paura delle donne e delle loro libertà, anche se questa paura non è detta esplicitamente. Il consenso diffuso a questo regime va rintracciato anche qui. L'immaginario degli anni novanta, dopo il femminismo, è popolato da mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, minaccia per i figli e l'ordine sociale, persecutrici di padri separati, potenziali assassine di embrioni, smisurate. È un immaginario diffuso, che certo non risparmia chi votava o vota «a sinistra».
L'insicurezza propria dell'epoca in cui viviamo trova i suoi capri espiatori (in Italia) nei migranti, ma (anche, se non soprattutto) è di noi parla questa favola.
E certo in Italia saremo speciali (ma non lo era anche Mussolini?), però le destre estreme vincitrici in Europa utilizzano un repertorio linguistico e simbolico non tanto diverso da quello della Lega, e i giornali dell'«amico Putin» inneggiano alla virilità dell'anziano scopatore. Per fortuna (del maschile) c'è Obama, tutto un altro modo di interpretare le virtù virili.
postato da: anticap alle ore 07:39 | link | commenti
categorie: italia, bolivia
mercoledì, 08 aprile 2009

Italia sigue temblando tras el gran terremoto que mató a 228 personas

Il terremoto raccontato dalla Bolivia, tratto da La Razon.
• Una calle en L´Alquila

La tierra volvió a temblar hoy en Italia, 24 horas después del fuerte sismo que arrasó partes del centro del país matando a 228 personas y dejando sin hogar a 17.000.

El último saldo de víctimas difundido por medios italianos y elaborado en consulta con los hospitales de la región daba cuenta de 228 muertos.

El peor terremoto de los últimos 30 años causó también 1.000 heridos, 100 de ellos de gravedad, según el saldo difundido por el jefe de gobierno italiano Silvio Berlusconi en L'Aquila, capital de la montañosa región de los Abruzos, donde se situó el epicentro del temblor de magnitud 6,2.

El terror se apoderó de nuevo de la región el martes en dos ocasiones. La primera por la mañana, cuando se produjo una fuerte réplica de magnitud 4,7 en la escala de Richter que volvió a provocar la caída de piedras, muebles y enseres de los edificios agrietados.

La segunda entrada la noche, cuando una réplica alcanzó una magnitud 5,5 a 5,7 en la escala Richter, casi la misma que la del sismo del lunes, que fue de 5,8 en la misma escala.

Berlusconi garantizó que los siete mil hombres movilizados para la operación de rescate continuarían sus tareas al menos 48 horas más, "hasta que tengamos la seguridad de que no hay nadie más vivo bajo los escombros".

Hasta el momento, unas 150 personas fueron rescatadas vivas de los escombros. La última cuando ya había oscurecido. Se trata de una joven de 21 años que llevaba 42 horas entre las ruinas.

Pero el caso más excepcional fue el de María D'Antuono, una mujer de 98 años que ha sobrevivido a dos guerras mundiales y varios sismos y que fue rescatada tras pasar 30 horas atrapada.

"Me puse a tejer", contó la señora.

Berlusconi, que rechazó la ayuda de emergencia ofrecida por más de una treintena de países, anunció que sí aceptará asistencia, en particular de Estados Unidos, para la reconstrucción y restauración del inmenso patrimonio artístico perdido, entre monumentos, frescos, iglesias góticas y barrocas.

La decisión fue anunciada tras una "larga conversación" con el presidente estadounidense Barack Obama, explicó el primer ministro.

Las autoridades instalaron tiendas de campaña en campos de fútbol, gimnasios y cuarteles para albergar a unas 15.000 personas.

El centro de coordinación de los socorros revisó a la baja la cifra de quienes perdieron sus hogares, ubicándola en 17.000 personas y no en 70.000 como se había dicho inicialmente.

El servicio de defensa civil calcula que más de 10.000 casas y edificios sufrieron daños.

L'Aquila, abandonada por la mayor parte de sus 60.000 habitantes, se encuentra sin agua y luz y sólo funcionan algunos baños de emergencia instalados por los bomberos.

Muchos se quejaron de la lentitud con que se instalaron las tiendas de campaña y de las condiciones de su primera noche.

"Ni un café nos han ofrecido. Nadie se ocupa de nosotros. Pasé mucho frío", se quejó Giovanni, padre de un bebé de tres meses.

En el casco histórico de L'Aquila ninguna calle se salvó del temblor y todas están cubiertas de piedras y de tejas. En esta zona repleta de monumentos barrocos, numerosas iglesias y un castillo del siglo XV resultaron dañados por el sismo. AFP, Roma.

postato da: anticap alle ore 07:09 | link | commenti
categorie: italia, bolivia
mercoledì, 18 marzo 2009

Circe brasiliana, Ulisse boliviano

Sogni e naufragi personali si intrecciano alla classica epopea Il regista «Il mio è uno specchio che mette a nudo la coscienza degli spettatori sul tema immigrazione»
Da stasera in scena all’Elfo «Odissea», rilettura di Omero dell' argentino apolide César Brie.
Di Livia Grossi, il Corriere della Sera del 17.03.2009.
 
Ulisse è un migrante boliviano, Polifemo è il capo di una banda criminale che lo aiuta a raggiungere il confine degli Stati Uniti, un muro di trenta metri protetto da cani feroci. E mentre in una sorta di Mc Donald' s una Circe brasiliana fa abbuffare i proci con cibo spazzatura, Tiresia lancia la profezia: quando Ulisse tornerà a Itaca, la troverà sconvolta dalla guerra civile. È «L' Odissea» secondo César Brie, spettacolo «tragicamente ironico» che in due ore e mezzo parla di emigrazione e di razzismo, ma anche di sogni e inquietudini in ognuno di noi.
«Ulisse», spiega l' autore, «è uno dei tanti emigranti che, tra nostalgie e necessità, sopravvive lontano dal proprio Paese; un uomo in cui tutti, in Bolivia, si possono riconoscere. In Italia diventa lo specchio che mette a nudo la coscienza degli spettatori sul tema immigrazione». Un argomento che César Brie, artista apolide, conosce bene, da quando giovanissimo fuggì dalla sua Buenos Aires schiacciata dalla dittatura.
Lo spettacolo, frutto di tre anni di lavoro, è il risultato dell' autenticità del suo autore, una qualità che Brie richiede da sempre agli attori del Teatro de los Andes, la sua compagnia multietnica che ha sede a Sucre (Bolivia); una casa-teatro, meta di giovani come Mia Fabbri (Penelope) e Viola Vento (Nausicaa), ventitreenne milanese, appassionata di teatro e intercultura. «Abitando a Sucre si è realizzato un sogno che coniuga il mio bisogno di natura e arte», afferma la ragazza, iscritta alla facoltà di Scienze antropologiche di Bologna. «Qui vivo in una piccola comunità di attori, circondata dal verde, a contatto con la terra. Spero di rimanere ancora un paio d' anni».
Un' Odissea raccontata da giovani attori che, come moderni Ulisse, intrecciano sogni e naufragi personali con le parole di grandi autori, da Pascoli a Joyce. Il tutto senza escludere la cruda realtà. «Mentre provavamo lo spettacolo», sottolinea Viola Vento, ricordando i tragici fatti del maggio 2008, «il razzismo è entrato nel nostro lavoro: sotto i nostri occhi gli indios stavano subendo ogni tipo di violenza e umiliazione. La nostra Odissea è diventata testimonianza del nostro tempo».
In scena, su un palco di canne mobili, che disegnano strade, case e prigioni, molti i rimandi all' oggi tra cui la scena delle «vacche sacre al dio del sole», un gruppo di ragazze sdraiate sulla spiaggia che rispondono alle «attenzioni» degli immigrati facendoli espellere.
Finale purificante: «Se l' Odissea termina con Atena e Zeus che fermano la guerra con un lampo», conclude il regista, «noi tentiamo di fare la stessa cosa facendo cadere la neve, simbolo di pace, parola che vorremmo fosse sempre nel cuore di tutti».
Dal 17/3 al 29/3 all' Elfo, via Ciro Menotti 11. Ore 20.30, 11/22,50 euro. Tel. 02. 71.67.91
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lunedì, 16 marzo 2009

Cesar Brie torna a Milano!

Dopo essere stato a Modena arriva a Milano il nuovo spettacolo di César Brie, argentino di nascita ma ormai boliviano di adozione e di cui avevamo già parlato qui.  César Brie è attore, autore e vicino a Sucre ha fondato il Teatro del Los Andes.
Al Teatro Elfo, in via Ciro Menotti 11, dal 17 al 29 marzo 2009, verrà proposto "ODISSEA". Da non perdere assolutamente.
Nelle sue note di regia César Brie indica alcuni punti salienti per la messa in scena:
 
"L'Odissea racconta anche la guerra, ma soprattutto la perdita e il ritorno. Il viaggio, l'esilio, l'amore passionale, l'amore sublimato, la discesa nell'Ade, il canto delle sirene che è allo stesso tempo desiderio allo stato puro e voce del ricordo.
Ulisse è il migrante, il curioso, il guerriero, il naufrago.
Se la sua figura incarna nostalgia, scaltrezza, disperazione, lotta per la sopravvivenza, altri personaggi incarnano fedeltà, attesa, ricerca del padre, nostalgia.
Persino i morti si accalcano di fronte al sangue degli animali sgozzati in sacrificio per dire la sua, per testimoniare.
Ci sono nella Odissea tutti gli aspetti del racconto. La fiaba, la magia, gli eventi, i ricordi, la lotta contro la natura, contro i propri compagni, contro i mostri e contro se stessi.
Chi sono gli Ulisse di oggi? Gli artisti nel loro perenne viaggio attraverso le forme, gli impiegati, ancorati nei loro uffici che vanno via immobili con la loro immaginazione, i migranti che arrivano sulle nostre spiagge naufraghi, fuggendo dai mostri della miseria e la guerra, e la cui fuga adesso si vuole sanzionare come delitto.
Di tutto questo parla l' Odissea. Il racconto dei racconti agli albori dell'uomo”.
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martedì, 20 gennaio 2009

DICIAMO SI ALLA NUOVA COSTITUZIONE!!

SI A LA CPE!!Domenica 25 gennaio si vota in Bolivia per la nuova Costituzione.
E’ una svolta storica per questo paese e per l’America Latina. La Bolivia dopo secoli di sottomissione e sfruttamento è riuscita a darsi una costituzione democratica e avanzata, un documento sicuramente non perfetto ma assolutamente all’avanguardia su molti temi, sui quali è molto avanti anche rispetto alle carte costituzionali europee. Per darvi un altro esempio vi segnalo l’articolo che riporto di seguito, dove si parla di tutela dell’ambiente e della madre terra.
Questo ovviamente, succederà se domenica prevarranno i SI, come noi ci auguriamo e come dicono i pronostici.
Alcuni nostri amici saranno in Bolivia domenica e noi li invidiamo parecchio per avere la possibilità di vivere questo momento fondamentale. Non possiamo votare, ma vorremmo convincere quante più persone possibile a dire un forte e chiaro SI!!.
In bocca al lupo Bolivia.
 
 
La Madre Tierra en la Constitución
Miguel Lora Fuentes, Bolpress
Es periodista. Trabajó en los matutinos Presencia, La Prensa, Los Tiempos y el semanario Pulso. Fue profesor en la Universidad Pública El Alto. En la actualidad es editor de Bolpress.com
 
El proyecto civilizatorio moderno formulado por filósofos iluministas del siglo XVIII es que el hombre se "emancipe" de la magia, los mitos y la fe y conquiste la sabiduría y el mejoramiento social "infinitos" de la mano de una ciencia "objetiva", "universal" y "emancipadora", para dominar todos los espacios de la naturaleza. 1
 
Desde Descartes, Newton, Bacon y Comte, la cultura humana y la naturaleza son dos mundos separados y opuestos entre sí. La razón científica binaria despojó a la naturaleza de sus valores mitológicos y religiosos inherentes a la identidad de la especie humana, al tiempo que confutó la imaginación del hombre, separó la mente del cuerpo y el saber de los sentimientos.
La tierra, la vida, el trabajo, los sueños y las esperanzas del ser humano se han convertido en accesorios desechables de la maquinaria del capital, y se desvalorizan en relación directa con la valorización del mundo de las cosas o fetiches. (Marx)
Las criaturas de la modernidad ajenas a su propio cuerpo y trabajo, a su esencia humana, a su vida genérica y a la naturaleza fuera de ellas (Marx) libran una feroz competencia por ventajas, beneficios e intereses antagónicos, única forma de relacionamiento humano. (Adorno)
La desenfrenada "voluntad de desear" y las "exigencias irrazonables" de "desarrollo" y "bienestar" del "súper hombre" moderno sin Dios, aparentemente "relajado, tolerante y civilizado" y perpetuamente insatisfecho y perdido de "sí mismo", desencadenaron los peores desastres mundiales del siglo XX, entre ellos la debacle medioambiental irreversible. (Heidegger)
La ciencia hegemónica supuestamente neutral, ajena a las relaciones de poder y "siempre benéfica" inventó la bomba atómica, ultra tecnificó la expoliación capitalista y ahora contempla impotente la destrucción de la tierra.
El super especializado conocimiento occidental es inútil y periclita ante la sinrazón del desarrollo económico, producción, consumo y acumulación de propiedad privada individual "infinitos" en un planeta con recursos naturales limitados. 2
Lo paradójico es que al comenzar el Siglo XXI, fulguran en la oscuridad los saberes milenarios y los valores colectivos de las "primitivas" y "salvajes" "tribus" indígenas del hemisferio Sur despreciadas por la "superior y más intensa" (Hegel) filosofía "iluminista" del siglo XVIII.
 
Nuevo paradigma
El régimen social de la Constitución Política del Estado Unitario Social de Derecho Plurinacional Comunitario de Bolivia se destaca como uno de los más exhaustivos, completos y progresistas del mundo.
La Constitución Plurinacional protege como nunca antes al individuo con un amplio menú de derechos y garantías ciudadanas de la normativa internacional de derechos humanos; y al mismo tiempo garantiza el "vivir bien" de todos los habitantes en sus múltiples dimensiones, un valor colectivo de la filosofía comunitarista indígena incorporado a la Constitución por primera vez en la historia.
La sociedad plurinacional boliviana privilegia la dimensión intersubjetiva y la identidad esencialmente comunal de los seres humanos, "incompletos" como individualidades aisladas en tanto existen en una relación de interdependencia con la colectividad y el entorno natural. 3
Ahora el derecho a la libertad individual es tan fundamental como la redistribución justa de la riqueza y de los excedentes económicos. La eliminación de la exclusión social y económica, el desigual acceso a recursos productivos y las inequidades regionales se han convertido en deberes prioritarios del Estado plurinacional con carácter de mandato constitucional.
El modelo económico plural reconoce la forma económica privada capitalista, y también garantiza las economías colectivas (comunitaria, estatal y social cooperativa), todas ellas iguales ante la ley, y articuladas por principios de complementariedad, reciprocidad, solidaridad, redistribución, igualdad, sustentabilidad, equilibrio, justicia, transparencia y seguridad jurídica.
El Estado Plurinacional constitucionaliza a la "Pachamama" como categoría filosófica esencial del nuevo modelo civilizatorio boliviano. Los pueblos indígenas de todo el mundo veneran a la Madre Tierra no como una deidad a la que se teme y se suplica misericordia -como el Dios cristiano-, sino como el útero y casa común de todas las especies de organismos vivos que "existen" "abiertos al mundo" a través de sus ojos, boca, nariz, oídos y poros de su piel, intercambiando materia y energía con el entorno natural.
En cierta forma, "pertenecen" a la Pachamama las diversas formas de vida y la especie humana, la cual no "está sobre" la Tierra sino que "es" en la Naturaleza desnuda donde desarrolla culturas diversas y sistemas de relacionamiento con el medio ambiente.
La sociedad plural boliviana establece que las riquezas naturales son bienes comunes de propiedad social, y por eso sólo reconoce derechos de "uso" y "aprovechamiento" de recursos naturales, y múltiples -y no "absolutos"- derechos propietarios de la tierra, siempre y cuando ésta cumpla una función económica social, es decir que produzca en beneficio de la sociedad, del interés colectivo y de su propietario.
Son deberes primordiales del Estado y del ciudadano industrializar y aprovechar los recursos naturales de forma responsable y planificada; conservar el medio ambiente para el bienestar de las generaciones futuras, y sobre todo proteger y respetar a la Pachamama.
Merecen la máxima sanción penal los delincuentes traidores a la patria que por afán de lucro individual se apropian, sobreexplotan y contaminan la Tierra como un factor económico productivo cualquiera.
 
Notas:
1. Jürgen Habermas, Modernidad: un proyecto incompleto; Revista Punto de Vista, N 21, Buenos Aires, agosto de 1998. Theodor Adorno y Max Horkheimer, Dialéctica del iluminismo, Editora Nacional, Madrid, 2002.
2. La grave enfermedad de la Tierra se manifiesta con lluvias prolongadas, inundaciones y sequías, alteración de las estaciones agrícolas, huracanes, terremotos, desglaciaciones, aumento del nivel del mar, expansión de enfermedades endémicas y hambrunas. Se agotan los recursos naturales e innumerables especies de fauna y flora se extinguieron o están al borde de la desaparición. La revolución verde y el explosivo crecimiento urbano devastó la biodiversidad. La temperatura media se elevará de 1.8 C a 4.0 C. en el siglo XXI.
3. Raúl Prada y Carlos Romero, ex asambleístas del MAS.
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martedì, 25 novembre 2008

La Navidad (il Natale) de 182 mil niños depende de la solidaridad

Ricordiamocene quando, presi dall’orgia consumistica natalizia, andremo in giro per regali.
 
Seis instituciones están en campaña en La Paz para recaudar dinero o en su caso juguetes usados y/o ropa en buen estado. Tratto da La Razon
 
Al menos seis entidades se movilizan durante esta temporada en la ciudad de La Paz para hacer especial la Navidad de más de 182 mil niños, que esperan los aportes de la población.
Como cada fin de año, jovenes de distintas edades que conforman el voluntariado de Carros de Fuego recorren las calles de la sede de gobierno, en grupo, portando urnas. A esto, ellos le llaman “anforear”; el objetivo es recaudar fondos para pagar los juguetes que distribuirán a cerca de 61 mil niños en Navidad.
Por su parte, Radio Televisión Popular (RTP), espera donaciones en juguetes, ropa o golosinas para que estos productos lleguen a siete mil niños de Apolo, primera sección de la provincia Franz Tamayo en La Paz.
“El 17 de diciembre partiremos a Apolo a entregar los juguetes, la ropa y las golosinas a los más de siete mil niños que viven ahí”, contó César Ajpi, productor de la Tribuna Libre del Pueblo.
De igual manera, el sacerdote, Vicente de la Fuente, director de la Ciudad del Niño, espera que este año se vendan más de 30 mil panetones elaborados por lo niños y adolescentes de ese hogar, a fin de que las recaudaciones se inviertan en la manutención de los 115 niños que viven bajo su amparo. “Lo que la Prefectura nos da es una miseria”, lamentó.
En El Alto, el padre Sebastián Obermaier empezó su propia campaña para comprar o bien reunir juguetes a fin de que más de 50 mil niños alteños reciban un regalo cerca de la Nochebuena. “La Telemaratón 2008 será el 20 de diciembre en la iglesia de San Miguel (zona Sur)”, donde se podrán hacer las donaciones que serán entregadas el 23 de diciembre, según indicó.
Aldeas Infantiles SOS pusieron a la venta las tradicionales tarjetas navideñas, almanaques, los muñecos Catalina y Lorenzo y discos compactos con villancicos, grabados por los niños con el grupo folklórico Los Kjarkas.
Esperamos superar el millón de bolivianos para la manutención de los 14 mil niños que viven en los hogares a nivel nacional”, señaló María Victoria, gerente de Recaudaciones de Aldeas Infantiles SOS. Y la Prefectura de La Paz inició una campaña para beneficiar con regalos a 50 mil niños de las provincias de La Paz y Pando.
 
Las seis campañas y sus objetivos
 
Carros de Fuego
El objetivo Por la Sonrisa de un Niño es llegar a recaudar Bs 856.136 para pagar 61 mil regalos. Los más de 600 voluntarios de esta organización caminan en grupo; llevan credenciales.
 
Ciudad del Niño
Niños y adolescentes elaboran más de 30 mil panetones cuya venta se usará en la manutención de 115 menores de edad que viven en ese hogar. Los precios oscilan de Bs 5 a 26.
 
Padre Obermaier
Como cada año, el Padre Sebastián Obermaier se ha propuesto regalar un juguete a 50 mil niños de El Alto. Recibe dinero en efectivo y juguetes. Para hacer donaciones llame al 2833130.
 
Radio Televisión Popular
La Tribuna Libre del Pueblo de RTP recibe la ayuda de la población, en sus instalaciones, para llegar a siete mil niños de Apolo con juguetes, ropa y golosinas en esta Navidad.
 
Aldeas Infantiles SOS
Las casetas de Aldeas SOS esperan la visita de la población para que ésta escoja entre tarjetas, almanaques, muñecos y CD. La idea es superar el millón de bolivianos en recaudación.
 
Prefectura de La Paz
Espera reunir 50 mil juguetes para niños de provincias paceñas y pandinas. Para ello, realizará una Telemaratón, el 7 de diciembre en el Coliseo Cerrado. Ingreso: un juguete nuevo.
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martedì, 11 novembre 2008

GENTE NORMALE, CIOÈ RIBELLE

Abbiamo ricevuto una mail che ci informava di questa importante iniziativa a cui ci sentiamo di dare il nostro appoggio.
  el agua es nuestra carajo
GENTE NORMALE, CIOÈ RIBELLE
Boris Rios - Coordinadora del Agua y la Vida de Cochabamba - in Italia dal 12 al 25 novembre
 
Ciclo d’incontri con Boris Rios, della Coordinadora de defensa del Agua y la Vida e responsabile della Fundaciòn Abril di Cochabamba 
 
Hanno fatto la prima Guerra dell’Acqua, nel 2000. Hanno combattuto per difendere il loro gas, nel 2003.
E da cinquecento anni lottano per la difesa delle loro culture originarie
Bolivia 1999 – 2009: un decennio di partecipazione, lotte, creatività.
 
Un processo politico fondamentale, quello boliviano, partito con la Guerra dell’Acqua ed in costante evoluzione. Che ha le sue radici nella cultura indigena della gestione comunitaria dei beni comuni ed è laboratorio sociale di nuove forme di democrazia.
E che ora si sta incamminando verso il referendum costituzionale del 25 gennaio 2009.
In collaborazione con la Coordinadora del Agua y la Vida di Cochabamba,il movimento nato in seguito alla Guerra dell’Acqua di Cochabamba nel 2000,  l’Associazione YAKU organizza una serie di incontri in varie città d’Italia per parlare di Bolivia e del cammino politico del suo popolo, attraverso le lotte sociali, le offensive razziali, l’autonomia.
Ma non sarà un discorso unidirezionale: gli incontri sono animati dalla volontà di interscambio fra l’esperienze del popolo boliviano, da sempre impegnato coraggiosamente nella difesa dei propri beni comuni, verso l’autodeterminazione sociale e la crescita collettiva, e i protagonisti dell’Italia che esige il cambiamento: dagli studenti delle Università in mobilitazione, ai movimenti sociali e le organizzazioni che lavorano per sensibilizzare la gente attorno alla necessità di riappropriarsi del concetto di bene comune, e difenderlo. L’acqua, in primis, ne è metafora per eccellenza. Ma anche l’istruzione, il territori, il diritto ad una vita dignitosa.
 
Ospite, il “guerriero dell’acqua” Boris Rios Brito, coordinatore della Fundacion Abril, il braccio istituzionale e operativo della Coordinadora de Defensa del Agua y la Vida.
Con Boris Rios, andremo nei centri sociali per un confronto sulle forme di autonomia e sulla condivisione delle battaglie sociali fra movimenti italiani e latinoamericani.
Parteciperemo ad iniziative che parlano di difesa del bene comune acqua e raccontano dei progetti di solidarietà e delle nuove forme di cooperazione internazionale.
Incontreremo gli studenti che manifestano contro la legge Gelmini e per l’autogoverno universitario.
Parteciperemo al Secondo Forum Nazionale dei Movimenti per l’Acqua, ad Aprilia il 22 e 23 novembre, che dopo due anni sente urgente la necessità di un seminario collettivo e di un confronto fra tutte le realtà in lotta per la difesa dell’acqua pubblica, in opposizione ad una politica nazionale che vuole sempre più l’acqua una merce.
 
C’è un “certo” John Holloway (sociologo, economista e altro ancora, irlandese), che dice:
«Come possiamo scrivere poesia, dipingere quadri, o dare conferenze quando sappiamo quello che sta succedendo intorno a noi? E quindi? Il brutto contro il brutto, la violenza contro la violenza, il potere contro il potere, tutto questo non significa nessuna rivoluzione. Rivoluzione, la trasformazione radicale del mondo non può essere simmetrica: se lo è, non vi è nessuna trasformazione, semplicemente la riproduzione dello “stesso” con altre “facce”. L’asimmetria è la chiave del pensiero e della pratica rivoluzionaria. Se stiamo lottando per creare una “cosa altra” allora la nostra lotta deve essere una “cosa altra”»
 
Secondo noi il popolo boliviano è un esempio di tutto questo. Un esempio che ci è di aiuto e ci rafforza. Un esempio della naturalità della ribellione che esplode nella quotidianità della vita di ogni essere umano. Ecco perché “gente normale, cioè ribelle”.
 
Nel momento storico e politico che sta vivendo il nostro Paese, il confronto, lo scambio, la solidarietà, con il rappresentante di un movimento che ha saputo lottare per l’autodeterminazione, contro autoritarismo e prevaricazione.
 
Leggi la scheda su Boris Rios Brito
 
Per il calendario degli incontri guardate qui.
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