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Lava, plancha, se ocupa de la limpieza de las casas, da una ojeada a la abuelita que está en la otra habitación o al bebito que está jugando, riega las flores, es decir, hace las mil cosas que los dueños de casa no pueden por encontrarse en el trabajo. Todo esto en trece casas distintas. Dos horas en una casa, tres en otra, y así por toda la semana. Gana de
El 1° de Septiembre ha iniciado la "legimitación" de las domésticas "clandestinas". Tienen que presentar toda una serie de documentos, y, sobre todo, se tiene que hacer una aportación "forfait" de 500 € (700 $), que debería ser abonado por el empleador.
La señora Lourdes empieza por este último detalle: "Los 500 € los pago yo" -dice- "el problema es que trabajo en 13 casas distintas y no llego a las 20 horas semanales en una sola casa, que es requerido como condición principal para salir de "clandestina". De sus 13 "dueños de casa" ninguno tiene la intención de hacerle un contrato por las 20 horas semanales.
"Y pensar -dice- que son personas buenas, amables, por Navidad me hacen regalos, en verano me dejan las llaves de casa, soy casi como una persona de familia, se fían de mi, pero no me quieren hacer un contrato y en estas casas trabajo desde hace años".
"El tiempo pasa -continúa- y el 30 de Septiembre caducará la 'legimitación', trabajo más de 20 horas por semana, a veces hasta 30, pero no tengo la posibilidad de ser una persona 'normal' sin miedo de ser repatriada por 'clandestina'".
Lourdes vive en una casa en alquiler, agradece a Italia, gana lo bastante para poder ayudar a su familia en Bolivia, pero no sabe cómo terminará esta odisea. Espera, es lógico, que se resuelva positivamente. Su condición de "clandestina", hace, incluso, que no pueda ser visitada por un médico por miedo de ser denunciada.
Todo esto gracias a un pequeño partido xenófobo y racista establecido en el Norte de Italia, estrecho y fiel aliado del partido de Berlusconi que ha emanado un decreto severo con los "migrantes clandestinos" y que ha sido criticado por los partidos de oposición, por
*Periodista boliviano. Actualmente vive y trabaja en Italia como corresponsal de medios de comunicación latinoamericanos. Desde 1975 es miembro de
Il Chavez che conosco e i media italiani
Gianni Minà, Il manifesto
La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Hugo Chavez, per la prima del film-documentario South of the Border a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perché.
La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.
Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perché il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Hugo Chavez appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argentina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguayano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.
Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come ’non democratici’, perché le loro nuove scelte economiche e politiche nuocciono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la forza di denunciarlo”.
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.
Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.
Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso.
In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti, distratti da due guerre inventate in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continente, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati uniti. Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità. Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.
Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava: ”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati uniti, della tragedia dei desaparecidos, è infatti fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perché oltretutto Chavez, come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv “Chavez non ci piace”. Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace?
A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. "Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio" - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione. "Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’Opec, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati uniti?”.
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.
Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento le tv, per il 95% in mano all’imprenditoria privata ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.
Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente il permesso non è stato rinnovato.
Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.
Qui un’altra risposta da parte di Gennaro Carotenuto al pressappochismo dei media italiani.
| Il terremoto raccontato dalla Bolivia, tratto da La Razon. | ||||
La tierra volvió a temblar hoy en Italia, 24 horas después del fuerte sismo que arrasó partes del centro del país matando a 228 personas y dejando sin hogar a 17.000. El último saldo de víctimas difundido por medios italianos y elaborado en consulta con los hospitales de la región daba cuenta de 228 muertos. El peor terremoto de los últimos 30 años causó también 1.000 heridos, 100 de ellos de gravedad, según el saldo difundido por el jefe de gobierno italiano Silvio Berlusconi en L'Aquila, capital de la montañosa región de los Abruzos, donde se situó el epicentro del temblor de magnitud 6,2. El terror se apoderó de nuevo de la región el martes en dos ocasiones. La primera por la mañana, cuando se produjo una fuerte réplica de magnitud 4,7 en la escala de Richter que volvió a provocar la caída de piedras, muebles y enseres de los edificios agrietados. La segunda entrada la noche, cuando una réplica alcanzó una magnitud 5,5 a 5,7 en la escala Richter, casi la misma que la del sismo del lunes, que fue de 5,8 en la misma escala. Berlusconi garantizó que los siete mil hombres movilizados para la operación de rescate continuarían sus tareas al menos 48 horas más, "hasta que tengamos la seguridad de que no hay nadie más vivo bajo los escombros". Hasta el momento, unas 150 personas fueron rescatadas vivas de los escombros. La última cuando ya había oscurecido. Se trata de una joven de 21 años que llevaba 42 horas entre las ruinas. Pero el caso más excepcional fue el de María D'Antuono, una mujer de 98 años que ha sobrevivido a dos guerras mundiales y varios sismos y que fue rescatada tras pasar 30 horas atrapada. "Me puse a tejer", contó la señora. Berlusconi, que rechazó la ayuda de emergencia ofrecida por más de una treintena de países, anunció que sí aceptará asistencia, en particular de Estados Unidos, para la reconstrucción y restauración del inmenso patrimonio artístico perdido, entre monumentos, frescos, iglesias góticas y barrocas. La decisión fue anunciada tras una "larga conversación" con el presidente estadounidense Barack Obama, explicó el primer ministro. Las autoridades instalaron tiendas de campaña en campos de fútbol, gimnasios y cuarteles para albergar a unas 15.000 personas. El centro de coordinación de los socorros revisó a la baja la cifra de quienes perdieron sus hogares, ubicándola en 17.000 personas y no en 70.000 como se había dicho inicialmente. El servicio de defensa civil calcula que más de 10.000 casas y edificios sufrieron daños. L'Aquila, abandonada por la mayor parte de sus 60.000 habitantes, se encuentra sin agua y luz y sólo funcionan algunos baños de emergencia instalados por los bomberos. Muchos se quejaron de la lentitud con que se instalaron las tiendas de campaña y de las condiciones de su primera noche. "Ni un café nos han ofrecido. Nadie se ocupa de nosotros. Pasé mucho frío", se quejó Giovanni, padre de un bebé de tres meses. En el casco histórico de L'Aquila ninguna calle se salvó del temblor y todas están cubiertas de piedras y de tejas. En esta zona repleta de monumentos barrocos, numerosas iglesias y un castillo del siglo XV resultaron dañados por el sismo. AFP, Roma. |
