Speranze obamiste nel cortile di casa, l'America latina: aperture a Cuba ma basi militari in Colombia, disgelo in Bolivia ma prudenza con il golpe in Honduras.
Gianni Minà sul Nobel preventivo a Obama. Da il manifesto.
Onestamente appare un pò forzato il Nobel per la pace assegnato a Barack Obama perchè sembra quasi che si sia voluto premiare preventivamente l'inusuale realtà, negli ultimi anni, di un nuovo presidente degli Stati uniti che non annunci o minacci una guerra.
Fa tristezza dover fare questa riflessione per il paese leader delle democrazie occidentali, ma nello stesso tempo questa constatazione regala speranza, per un futuro che solo un anno fa era segnato dalle politiche guerrafondaie di George W. Bush e del suo vice Cheney, grande azionista della Halliburton, la multinazionale che ha ottenuto più appalti nei conflitti in Iraq e in Afghanistan.
Senza contare che l'anno scorso negli Stati Uniti era ancora vigente la legge che autorizzava la tortura per i sospetti di terrorismo e la legge che aboliva l'habeas corpus, cioè un adeguato diritto alla difesa, due orrori sospesi (ma non ancora cancellati) proprio da Obama, come primo atto del suo mandato.
L'impressione, quindi, è che i membri dell'Accademia svedese, che hanno deciso di premiarlo anche se le candidature al Nobel erano scadute a febbraio, quando il neo presidente nordamericano era solo al secondo mese del suo incarico, abbiano voluto esprimere un auspicio, premiare una buona volontà, annunciata dal primo presidente afroamericano ancora prima di sapere se potrà conseguire l'obiettivo.
E' un cambio profondo nei meccanismi che hanno caratterizzato le scelte dei Nobel per la pace, anche quando puzzavano di politica come nel caso di Kissinger che, mentre trattava la pace in Vietnam, autorizzava il terribile colpo di stato in Cile, con l'unica raccomandazione che «tutto succedesse rapidamente», altrimenti non sarebbe riuscito a tenere a bada il Congresso di Washington.
Insomma, quasi sempre si è premiato basandosi su un fatto, questa volta, in un mondo diseredato, prigioniero degli interessi delle industrie dell'energia e della guerra, si è pensato fosse giusto dare riconoscimento ai segnali di pace che Barack Obama ha lanciato fin dall'inizio.
E, in verità, Barack non si è risparmiato, almeno in dichiarazioni di buona volontà, sentendo forse più di altri leader il cambio che la sua stessa persona e la sua storia facevano sperare, in un mondo dove nazioni della vecchia Europa non si fanno scrupolo di respingere l'umanità che scappa dai conflitti, dalle miseria, perfino dai genocidi, gente che spesso arriva da quel ventre di mamma Africa, da dove è partito suo padre.
Obama, è vero, fin'ora non ha praticamente fatto molto, ma ha avuto il coraggio, per esempio, di chiedere ai propri generali, che volevano più truppe, quanto realmente, nei numeri, nella quotidianità, cambierebbe la guerra in Afghanistan e quella mai terminata in Iraq se le concedesse.
E poi non ha solo rinunciato allo scudo spaziale, che doveva essere attivato in Polonia e nella Repubblica Ceca, si è rivolto, invece, direttamente al governo iraniano proponendo un dialogo, e si sta spendendo in prima persona per trovare una via d'uscita all'irrisolvibile incomprensione fra Israele e Palestina.
E' interessante anche constatare il nuovo tratto nei rapporti con i paesi dell'America latina, il vecchio «cortile di casa» affrancatosi in buona parte in questi anni dall'influenza del governo di Washington, distratto dalle guerre del petrolio.
Certo, le contraddizioni delle strategie lasciategli in eredità da Bush nel continente sono molto pesanti. Dalle sette basi militari concesse dal presidente Uribe in Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico, alla patata bollente rappresentata dal colpo di stato in Honduras, che Hillary Clinton, il suo segretario di stato, non è stata capace, fin'ora, di qualificare come «militare», un'accortezza per non sospendere alcuni aiuti strategici ed economici accordati alla repubblica centroamericana da un vecchio patto con l'ex ministro della difesa Rumsfeld.
Ma le relazioni con tutti gli altri paesi, anche quelli indigeni come Bolivia ed Ecuador, dove è in atto una profonda rivoluzione sociale, non sono più tese, subdole, come quando Bush junior inviava ambasciatori che trescavano con le oligarchie e con chi lavorava addirittura per progetti eversivi e di secessione, come nella regione boliviana di Santa Cruz.
Perfino la politica verso Cuba si sta sgelando, malgrado fin'ora ufficialmente siano state aggiustate solo questioni riguardanti i viaggi nell'isola e l'invio di rimesse di parenti. Una delegazione di funzionari del dipartimento di stato e del servizio postale degli Stati uniti, guidata dal sottosegretario aggiunto per l'America latina, la nera Bisa Williams, è volata all'Avana per risolvere una delle tante assurdità dell'embargo, il ripristino delle relazioni postali con Cuba.
Bisa Williams è rimasta poi cinque giorni in più nell'isola e, oltre ad assistere al grande concerto pop tenuto a Plaza de
Ma, realtà sorprendente, l'ufficio di interessi degli Stati Uniti, simbolo dei dispetti fra queste due nazioni da cinqunt'anni nemiche, ha offerto un party al quale hanno partecipato artisti e intellettuali vicini alla Revolucion, ma non sono stati invitati quelli che, da Reagan in poi, sono stati chiamati dissidenti. Questa apertura non è piaciuta a Miami, ma forse rappresenta una svolta.
Può essere che Obama abbia letto attentamente Le vene aperte dell'America latina di Eduardo Galeano che Hugo Chavez, con il solito anticonformismo, gli regalò nel summit di Trinidad perchè lo aiutasse a capire il continente.
I giurati di Stoccolma sono sicuri, evidentemente, che questi sono segnali di chi ha deciso di cambiare la vecchia logica del mondo. Speriamo che siano stati lungimiranti.
Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza
Mentre nel mondo ci si danna l'anima per trovare un'alternativa credibile ai veicoli a petrolio e l'opzione dell'etanolo quale combustibile «verde» non convince affatto,
A Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra, perfettamente piana, è di un bianco accecante, fino alla linea lontana dei vulcani sullo sfondo.
Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progetto potenzialmente enorme su cui
Ai
E' un deserto spettacolare. Da decenni ha attratto giovani e avventurosi saccopelisti di ogni parte del mondo, capaci di sobbarcarsi un viaggio lungo e sfiancante in bus, in treno o in veicoli 4x4 per arrivare in quel vasto nulla.
Ma da qualche tempo a fare quel viaggio complicato è altra gente: sono ingegneri e businessmen di alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche al mondo.
Arrivano ormai ogni settimana. E sono attratti verso quella distesa salina da ciò che si trova sotto la crosta di sale e fango, dura come il ghiaccio.
Là sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato, i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio.
Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole anti-depressive. Ma improvvisamente oggi c'è una nuova ed enorme domanda potenziale.
Negli ultimissimi anni molti hanno avuto l'occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molti costruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procurati all'ambiente, stanno cercando di trovare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandi speranze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare e scaricare potenza - dicono - di qualsiasi altra batteria convenzionale.
Se questo tipo auto prendesse piede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica.
E proprio nel Salar de Uyuni, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra, gli esperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio nel mondo.
Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso di costruire un impianto-pilota per imparare come si fa a estrarre il litio da queste distese di sale e poi come far evaporare l'acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale.
Tutto ciò sta provocando grandi aspettative in un paese come
Per uno straniero
Sono loro che hanno votato in massa per il primo presidente indigeno nel dicembre 2005, portandolo alla presidenza. Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cui proviene.
Ha nazionalizzato i vertici dell'economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso per rompere i grandi latifondi di terra.
Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non sarà preda dalle «multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori», ma sarà sfruttata dallo Stato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas).
Questa è una posizione che provoca orgoglio e entusiasmo fra i sostenitori di Morales. Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi più di un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni '90 la gente del posto abbia marciato per centinaia di chilometri verso la capitale
Una volta tornati a
Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise, che
Intanto però, nella distesa del Salar de Uyuni, il «manager» dell'impianto in costruzione per il trattamento del litio Marcelo Castro, allevatore di galline e conigli, nonostante la fatica, si sente molto orgoglioso di essere parte in un grande progetto boliviano.
Se il mondo andrà verso le automobili elettriche, e se il litio sarà davvero il metallo che le farà muovere, e se i boliviani riusciranno a mantenere le aspettative, potremmo presto sentire parlare molto di più di ora della grande distesa salata di Uyuni.
Boston (EEUU), 22 jun (ABI) - El filósofo estadounidense Noam Chomsky dijo que en Bolivia se vive actualmente una democracia "verdadera" y destacó, por "espectacular", el proceso de cambios que impulsa el presidente indígena Evo Morales.
"En Bolivia los temas principales estaban en primer plano y venían del movimiento popular. Eran temas importantes como el control de los recursos, los derechos culturales en una sociedad multiétnica y multilingüe. Eso es democracia verdadera, que puede conducir a algo", afirmó en una entrevista interactiva verificada en Boston, EEUU, donde fue fechada el lunes por la agencia BBC Mundo británica.
Al subrayar que "por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa", destacó que el sistema democrático boliviano ha incluido a los más oprimidos.
"Se trata de la población más oprimida del Hemisferio, la población indígena, que ha estado luchando por años sobre asuntos muy importantes", destacó.
Dijo que la iniciativa del proceso boliviano, que demoró casi una década en cuajar, la tomaron las mayorías indígenas bajo el liderazgo de su primus inter paris.
"Hace una década lograron correr de Bolivia a la Corporación Bechtel cuando se trató de privatizar el agua (en la ciudad central de Cochabamba, al este de la capital La Paz) lo que significó que mucha gente no podía tener acceso a la misma. Fue una victoria sangrienta y grande. Siguieron adelante y finalmente en el 2005 entraron al campo político y eligieron a alguien de sus mismas filas, un campesino pobre, en una elección en la que se habló de temas muy serios sobre los que la gente estaba informada", ponderó el intelectual, uno de los más reputados de su país.
Crítico agudo de la política exterior de su país, significó que Washington se alió con la oposición regional al gobierno de Morales, en un intento por socavar su base.
"Las élites de la zona este de Bolivia están tratando de minar el proceso y, naturalmente, EE.UU. los está apoyando", afirmó al tiempo de identificar a la oposición boliviana.
Chomsky se deshizo en elogios para el proceso popular boliviano, al que otorgó el calificativo de "bastante espectacular" al enmarcarlo en los tiempos de cambio que soplan en la desperezada Sudamérica.
"Tomemos, por ejemplo, el caso de Bolivia, el país más pobre de Sudamérica, donde hay un movimiento popular que ha sido bastante espectacular, si lo comparamos con otros", afirmó.
Al analizar el proceso de integración sin procedntes que se registra en Latinoamérica, después de ocho años de la administración estadounidense del republicano George W Bush (2000-2008), Chomsky valoró de "inspiradores" los cambios que fraguan en la región.
"En Sudamérica se han dado cambios muy interesantes. Por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa, tras haber estado separados a lo largo de su historia", relievó.
Agregó, en la misma corriente de análisis, que "también están comenzando a encarar algunos de sus grandes problemas internos y en este sentido pienso que algunos de los cambios que se están dando son inspiradores" en la región.
En momentos en que analistas internacionales hablan de una América Latina antiestadounidense, especialmente después de la administración Bush, dijo que el presidente brasileño Inacio Lula da Silva es, pese a su tendencia progresista, el último enclave para reproducir en Sudamérica la influencia política en picada de Washington.
"El presidente Lula en Brasil es ahora, de alguna manera, el favorito de Washington, pero esto es así porque casi toda la región se ha movido tanto a la izquierda que Lula es su única esperanza. Y el de Lula es el tipo de gobierno que EE.UU. habría derrocado hace 40 años", expuso.
Chomsky respondió desde Boston, donde enseña desde hace más de medio siglo en el prestigioso Instituto de Tecnología de Massachussetts, en una entrevista en la que destacó que lo mejor que le pudo pasar a América Latina fue que la administración Bush no le prestara demasiada atención.
ABI
Il Washington Post (come si dice più avanti, il giornale del Pentagono) si conferma un quotidiano conservatore e attento esclusivamente alle elite politiche che hanno clamorosamente perso con la elezione di Obama a Presidente. Ricalca i peggiori stereotipi della politica nazionalista USA che considera l’America Latina il suo giardino di casa. Utilizza aggettivi che palesemente vogliono mettere in cattiva luce Evo (“il controverso” Presidente della Bolivia? Ma controverso per chi? Per la redazione del WP forse...), a riprova che, il giornalismo ha l’esplicita funzione, nella nostra società, di condizionare il pensiero, creare falsa coscienza e senso comune. Senza considerare la solita lagna sulla vicinanza con Hugo Chavez (ricordiamo che in Venezuela ci sono appena state delle elezioni amministrative, dove Chavez ha stravinto, in piena democrazia, si legga a proposito Carotenuto qui).
Pubblichiamo questo articolo, tratto da "il manifesto" del 7 ottobre, perché riesce a mostrare chiaramente quale può essere il collegamento tra l’attuale crisi del sistema capitalista e il momento storico che sta attraversando l’America del Sud.
Oggi non potevano mancare: due articoli del il manifesto di domenica 7 ottobre.