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lunedì, 12 ottobre 2009

Premiati i segnali in America latina?

Speranze obamiste nel cortile di casa, l'America latina: aperture a Cuba ma basi militari in Colombia, disgelo in Bolivia ma prudenza con il golpe in Honduras.

Gianni Minà sul Nobel preventivo a Obama. Da il manifesto.

 

Onestamente appare un pò forzato il Nobel per la pace assegnato a Barack Obama perchè sembra quasi che si sia voluto premiare preventivamente l'inusuale realtà, negli ultimi anni, di un nuovo presidente degli Stati uniti che non annunci o minacci una guerra.

Fa tristezza dover fare questa riflessione per il paese leader delle democrazie occidentali, ma nello stesso tempo questa constatazione regala speranza, per un futuro che solo un anno fa era segnato dalle politiche guerrafondaie di George W. Bush e del suo vice Cheney, grande azionista della Halliburton, la multinazionale che ha ottenuto più appalti nei conflitti in Iraq e in Afghanistan.

Senza contare che l'anno scorso negli Stati Uniti era ancora vigente la legge che autorizzava la tortura per i sospetti di terrorismo e la legge che aboliva l'habeas corpus, cioè un adeguato diritto alla difesa, due orrori sospesi (ma non ancora cancellati) proprio da Obama, come primo atto del suo mandato.

L'impressione, quindi, è che i membri dell'Accademia svedese, che hanno deciso di premiarlo anche se le candidature al Nobel erano scadute a febbraio, quando il neo presidente nordamericano era solo al secondo mese del suo incarico, abbiano voluto esprimere un auspicio, premiare una buona volontà, annunciata dal primo presidente afroamericano ancora prima di sapere se potrà conseguire l'obiettivo.

E' un cambio profondo nei meccanismi che hanno caratterizzato le scelte dei Nobel per la pace, anche quando puzzavano di politica come nel caso di Kissinger che, mentre trattava la pace in Vietnam, autorizzava il terribile colpo di stato in Cile, con l'unica raccomandazione che «tutto succedesse rapidamente», altrimenti non sarebbe riuscito a tenere a bada il Congresso di Washington.

Insomma, quasi sempre si è premiato basandosi su un fatto, questa volta, in un mondo diseredato, prigioniero degli interessi delle industrie dell'energia e della guerra, si è pensato fosse giusto dare riconoscimento ai segnali di pace che Barack Obama ha lanciato fin dall'inizio.

E, in verità, Barack non si è risparmiato, almeno in dichiarazioni di buona volontà, sentendo forse più di altri leader il cambio che la sua stessa persona e la sua storia facevano sperare, in un mondo dove nazioni della vecchia Europa non si fanno scrupolo di respingere l'umanità che scappa dai conflitti, dalle miseria, perfino dai genocidi, gente che spesso arriva da quel ventre di mamma Africa, da dove è partito suo padre.

Obama, è vero, fin'ora non ha praticamente fatto molto, ma ha avuto il coraggio, per esempio, di chiedere ai propri generali, che volevano più truppe, quanto realmente, nei numeri, nella quotidianità, cambierebbe la guerra in Afghanistan e quella mai terminata in Iraq se le concedesse.

E poi non ha solo rinunciato allo scudo spaziale, che doveva essere attivato in Polonia e nella Repubblica Ceca, si è rivolto, invece, direttamente al governo iraniano proponendo un dialogo, e si sta spendendo in prima persona per trovare una via d'uscita all'irrisolvibile incomprensione fra Israele e Palestina.

E' interessante anche constatare il nuovo tratto nei rapporti con i paesi dell'America latina, il vecchio «cortile di casa» affrancatosi in buona parte in questi anni dall'influenza del governo di Washington, distratto dalle guerre del petrolio.

Certo, le contraddizioni delle strategie lasciategli in eredità da Bush nel continente sono molto pesanti. Dalle sette basi militari concesse dal presidente Uribe in Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico, alla patata bollente rappresentata dal colpo di stato in Honduras, che Hillary Clinton, il suo segretario di stato, non è stata capace, fin'ora, di qualificare come «militare», un'accortezza per non sospendere alcuni aiuti strategici ed economici accordati alla repubblica centroamericana da un vecchio patto con l'ex ministro della difesa Rumsfeld.

Ma le relazioni con tutti gli altri paesi, anche quelli indigeni come Bolivia ed Ecuador, dove è in atto una profonda rivoluzione sociale, non sono più tese, subdole, come quando Bush junior inviava ambasciatori che trescavano con le oligarchie e con chi lavorava addirittura per progetti eversivi e di secessione, come nella regione boliviana di Santa Cruz.

Perfino la politica verso Cuba si sta sgelando, malgrado fin'ora ufficialmente siano state aggiustate solo questioni riguardanti i viaggi nell'isola e l'invio di rimesse di parenti. Una delegazione di funzionari del dipartimento di stato e del servizio postale degli Stati uniti, guidata dal sottosegretario aggiunto per l'America latina, la nera Bisa Williams, è volata all'Avana per risolvere una delle tante assurdità dell'embargo, il ripristino delle relazioni postali con Cuba.

Bisa Williams è rimasta poi cinque giorni in più nell'isola e, oltre ad assistere al grande concerto pop tenuto a Plaza de la Revolucion da artisti di tutto il mondo, ha incontrato il vice ministro degli esteri di Cuba Dagoberto Rodriguez.

Ma, realtà sorprendente, l'ufficio di interessi degli Stati Uniti, simbolo dei dispetti fra queste due nazioni da cinqunt'anni nemiche, ha offerto un party al quale hanno partecipato artisti e intellettuali vicini alla Revolucion, ma non sono stati invitati quelli che, da Reagan in poi, sono stati chiamati dissidenti. Questa apertura non è piaciuta a Miami, ma forse rappresenta una svolta.

Può essere che Obama abbia letto attentamente Le vene aperte dell'America latina di Eduardo Galeano che Hugo Chavez, con il solito anticonformismo, gli regalò nel summit di Trinidad perchè lo aiutasse a capire il continente.

I giurati di Stoccolma sono sicuri, evidentemente, che questi sono segnali di chi ha deciso di cambiare la vecchia logica del mondo. Speriamo che siano stati lungimiranti.

postato da: mammamoni alle ore 09:54 | link | commenti
categorie: mondo, america latina
venerdì, 21 agosto 2009

Nel Salar de Uyuni sull’altipiano

Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza

Mentre nel mondo ci si danna l'anima per trovare un'alternativa credibile ai veicoli a petrolio e l'opzione dell'etanolo quale combustibile «verde» non convince affatto, la Bolivia confida nelle sue riserve di litio per lanciare una nuova fonte energetica. E, di lì, dopo il secolare saccheggio dell'argento e dello stagno (oltre a quelli sventati dalle lotte popolari, dell'acqua e del gas), fruire di una nuova (e preziosa) risorsa e di un nuovo peso politico. Come la recente scoperta di enormi depositi di petrolio al largo della costa di San Paolo potrebbe cambiare la storia del Brasile, così le grandi riserve di litio sull'altipiano boliviano potrebbero cambiare la storia della poverissima (per quanto ricchissima) Bolivia. Per verificare l'attendibilità di queste speranze, la Bbc ha spedito il suo inviato Peter Day nel Salar de Uyuni, la più grande e famosa delle distese di sale di cui è costellato l'altipiano.

 

A Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra, perfettamente piana, è di un bianco accecante, fino alla linea lontana dei vulcani sullo sfondo.

Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progetto potenzialmente enorme su cui la Bolivia sta puntando le sue speranze di riscatto.

Ai 3700 metri dell'altipiano andino, nel sud-ovest del paese, le notti sono sotto zero ma i giorni sono caldi anche nel pieno dell'inverno. Il sole nel cielo senza nubi si riflette sulla superficie della più grande distesa saline del mondo: il Salar de Uyuni.

E' un deserto spettacolare. Da decenni ha attratto giovani e avventurosi saccopelisti di ogni parte del mondo, capaci di sobbarcarsi un viaggio lungo e sfiancante in bus, in treno o in veicoli 4x4 per arrivare in quel vasto nulla.

Ma da qualche tempo a fare quel viaggio complicato è altra gente: sono ingegneri e businessmen di alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche al mondo.

Arrivano ormai ogni settimana. E sono attratti verso quella distesa salina da ciò che si trova sotto la crosta di sale e fango, dura come il ghiaccio.

Là sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato, i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio.

Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole anti-depressive. Ma improvvisamente oggi c'è una nuova ed enorme domanda potenziale.

Negli ultimissimi anni molti hanno avuto l'occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molti costruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procurati all'ambiente, stanno cercando di trovare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandi speranze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare e scaricare potenza - dicono - di qualsiasi altra batteria convenzionale.

Se questo tipo auto prendesse piede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica.

E proprio nel Salar de Uyuni, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra, gli esperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio nel mondo.

Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso di costruire un impianto-pilota per imparare come si fa a estrarre il litio da queste distese di sale e poi come far evaporare l'acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale.

Tutto ciò sta provocando grandi aspettative in un paese come la Bolivia privo di sbocchi al mare (persi nella Guerra del Pacifico di fine '800 con Cile e Perù e mai più recuperati nonostante i tentativi e i proclami di tutti i presidenti boliviani).

Per uno straniero la Bolivia è un ben strano paese, il secondo più povero del Sudamerica dopo la Guyana, una società spaccata da grandi linee di divisione - enormi gap fra ricchi e poveri, grandi differenze geografiche fra il lussureggiante est e le alte montagne andine dell'ovest, profonde fratture razziali fra gli ex-immigrati europei che hanno fatto fortuna e la maggioranza di poveri popoli indigeni.

Sono loro che hanno votato in massa per il primo presidente indigeno nel dicembre 2005, portandolo alla presidenza. Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cui proviene.

Ha nazionalizzato i vertici dell'economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso per rompere i grandi latifondi di terra.

Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non sarà preda dalle «multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori», ma sarà sfruttata dallo Stato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas).

Questa è una posizione che provoca orgoglio e entusiasmo fra i sostenitori di Morales. Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi più di un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni '90 la gente del posto abbia marciato per centinaia di chilometri verso la capitale La Paz per bloccare lo sfruttamento straniero di queste distese di sale e sorride a tutti denti accennando alla strategia di Morales per lo sfruttamento «domestico» di questa ricchezza.

Una volta tornati a La Paz, facendo notare, con il filo di fiato lasciato dall'altitudine, al ministero delle miniere Luis Echazu che la Bolivia si prende un bel rischio se davvero vuole diventare, come dice qualcuno, «l'Arabia saudita del litio», la risposta è stata un secco «no»: «Noi vogliamo molto di più. Non vogliamo soltanto processare il metallo, vogliamo anche costruire le batterie»

Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise, che la Bolivia dovrà prendere da fuori, e le multinazionali tradizionalmente diffidano dei paesi socialisti che danno un grosso ruolo allo Stato.

Intanto però, nella distesa del Salar de Uyuni, il «manager» dell'impianto in costruzione per il trattamento del litio Marcelo Castro, allevatore di galline e conigli, nonostante la fatica, si sente molto orgoglioso di essere parte in un grande progetto boliviano.

Se il mondo andrà verso le automobili elettriche, e se il litio sarà davvero il metallo che le farà muovere, e se i boliviani riusciranno a mantenere le aspettative, potremmo presto sentire parlare molto di più di ora della grande distesa salata di Uyuni.

Fonte il manifesto

postato da: anticap alle ore 07:46 | link | commenti
categorie: mondo, informazioni, america latina, bolivia
martedì, 23 giugno 2009

Chomsky califica de "verdadera" democracia boliviana y de "espectacular" proceso de cambios


Noam Chomsky

    Boston (EEUU), 22 jun (ABI) - El filósofo estadounidense Noam Chomsky dijo que en Bolivia se vive actualmente una democracia "verdadera" y destacó, por "espectacular", el proceso de cambios que impulsa el presidente indígena Evo Morales.

    "En Bolivia los temas principales estaban en primer plano y venían del movimiento popular. Eran temas importantes como el control de los recursos, los derechos culturales en una sociedad multiétnica y multilingüe. Eso es democracia verdadera, que puede conducir a algo", afirmó en una entrevista interactiva verificada en Boston, EEUU, donde fue fechada el lunes por la agencia BBC Mundo británica.

    Al subrayar que "por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa", destacó que el sistema democrático boliviano ha incluido a los más oprimidos.

    "Se trata de la población más oprimida del Hemisferio, la población indígena, que ha estado luchando por años sobre asuntos muy importantes", destacó.

    Dijo que la iniciativa del proceso boliviano, que demoró casi una década en cuajar, la tomaron las mayorías indígenas bajo el liderazgo de su primus inter paris.

    "Hace una década lograron correr de Bolivia a la Corporación Bechtel cuando se trató de privatizar el agua (en la ciudad central de Cochabamba, al este de la capital La Paz) lo que significó que mucha gente no podía tener acceso a la misma. Fue una victoria sangrienta y grande. Siguieron adelante y finalmente en el 2005 entraron al campo político y eligieron a alguien de sus mismas filas, un campesino pobre, en una elección en la que se habló de temas muy serios sobre los que la gente estaba informada", ponderó el intelectual, uno de los más reputados de su país.

     Crítico agudo de la política exterior de su país, significó que Washington se alió con la oposición regional al gobierno de Morales, en un intento por socavar su base.

    "Las élites de la zona este de Bolivia están tratando de minar el proceso y, naturalmente, EE.UU. los está apoyando", afirmó al tiempo de identificar a la oposición boliviana.

    Chomsky se deshizo en elogios para el proceso popular boliviano, al que otorgó el calificativo de "bastante espectacular" al enmarcarlo en los tiempos de cambio que soplan en la desperezada Sudamérica.

    "Tomemos, por ejemplo, el caso de Bolivia, el país más pobre de Sudamérica, donde hay un movimiento popular que ha sido bastante espectacular, si lo comparamos con otros", afirmó.

    Al analizar el proceso de integración sin procedntes que se registra en Latinoamérica, después de ocho años de la administración estadounidense del republicano George W Bush (2000-2008), Chomsky valoró de "inspiradores" los cambios que fraguan en la región.

    "En Sudamérica se han dado cambios muy interesantes. Por primera vez en 500 años los países sudamericanos han comenzado a integrarse en forma significativa, tras haber estado separados a lo largo de su historia", relievó.

    Agregó, en la misma corriente de análisis, que "también están comenzando a encarar algunos de sus grandes problemas internos y en este sentido pienso que algunos de los cambios que se están dando son inspiradores" en la región.

    En momentos en que analistas internacionales hablan de una América Latina antiestadounidense, especialmente después de la administración Bush, dijo que el presidente brasileño Inacio Lula da Silva es, pese a su tendencia progresista, el último enclave para reproducir en Sudamérica la influencia política en picada de Washington.

    "El presidente Lula en Brasil es ahora, de alguna manera, el favorito de Washington, pero esto es así porque casi toda la región se ha movido tanto a la izquierda que Lula es su única esperanza. Y el de Lula es el tipo de gobierno que EE.UU. habría derrocado hace 40 años", expuso.

    Chomsky respondió desde Boston, donde enseña desde hace más de medio siglo en el prestigioso Instituto de Tecnología de Massachussetts, en una entrevista en la que destacó que lo mejor que le pudo pasar a América Latina fue que la administración Bush no le prestara demasiada atención.
ABI

postato da: anticap alle ore 17:35 | link | commenti
categorie: mondo, bolivia
venerdì, 08 maggio 2009

Scusate IL DISTURBO

di Eduardo Galeano, il manifesto del 7 maggio 2009

Chi è terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Perché non sono in carcere gli autori delle stragi più feroci? Queste e tante altre domande sulla giustizia ingiusta nel mondo che funziona alla rovescia
Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.
È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell'Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell'Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra? Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti. Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?
Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?
Walmart, l'impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald's pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?
Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?

Gli intoccabili delle cinque potenze

Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti? Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci. Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un'origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra? È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?
Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro. Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l'ingiustizia sociale? È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile? Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale? Contro la povertà o contro i poveri?

Il crimine della pubblicità

Perché mai i fervidi sostenitori della pena capitale non chiedono la pena di morte contro i valori della società dei consumi, che quotidianamente attenta contro la pubblica sicurezza? O non invita forse al crimine il bombardamento della pubblicità che stordisce milioni e milioni di giovani disoccupati, o mal pagati, ripetendogli giorno e notte che essere è avere, avere un'automobile, avere scarpe di marca, avere, avere, e che chi non ha non è?
E perché mai non si stabilisce la pena di morte contro la morte? Il mondo è organizzato al servizio della morte. O non fabbrica forse morte l'industria militare, che divora la maggior parte delle nostre risorse e buona parte delle nostre energie? I padroni del mondo condannano la violenza solo quando la esercitano altri. E questo monopolio della violenza si traduce in un fatto inspiegabile per gli extraterrestri, e anche insopportabile per noi terrestri che, contro ogni certezza, vogliamo ancora sopravvivere: noi uomini siamo gli unici animali specializzati nello sterminio reciproco, e abbiamo sviluppato una tecnologia della distruzione che, en passant, sta distruggendo il pianeta e tutti i suoi abitanti.

I dittatori della paura

Quella tecnologia si alimenta di paura. È la paura che fabbrica i nemici che giustificano lo spreco militare e poliziesco. E già che ci siamo con la pena di morte, perché mai non condanniamo a morte la paura? Non sarebbe forse sano farla finita con questa dittatura universale degli spaventatori professionali? Coloro che seminano il panico ci condannano alla solitudine, ci proibiscono la solidarietà: si salvi chi può, schiacciatevi reciprocamente, il prossimo è sempre un pericolo in agguato, occhio, fa' molta attenzione, questo ti ruberà, quello ti violenterà, quella carrozzina nasconde una bomba musulmana e se quella donna ti guarda, quella vicina dall'aspetto innocente, di sicuro ti attacca la peste suina.
Nel mondo alla rovescia, fanno paura anche i più elementari atti di giustizia e il buon senso.

L'ordine razzista tradizionale

Quando il presidente Evo Morales iniziò la rifondazione della Bolivia, perché questo paese di maggioranza indigena smettesse di avere vergogna di guardarsi allo specchio, provocò il panico. Questa sfida era catastrofica dal punto di vista dell'ordine razzista tradizionale, che diceva di essere l'unico ordine possibile: Evo portava con sé il caos e la violenza, e per colpa sua l'unità nazionale sarebbe esplosa in mille pezzi. E quando il presidente dell'Ecuador Rafael Correa annunciò che si rifiutava di pagare i debiti non pertinenti, la notizia diffuse il panico nel mondo finanziario e l'Ecuador venne minacciato di castighi terribili per aver dato un esempio così cattivo. Se le dittature militari e i politici ladri sono stati sempre coccolati dalla Banca Mondiale, non ci siamo forse ormai abituati ad accettare come fatalità del destino che il popolo paghi il bastone che lo colpisce e l'avidità che lo saccheggia?
Ma non sarà che il buon sen so e la giustizia hanno divorziato per sempre?
Ma non erano forse nati per camminare insieme, vicini vicini, il buon senso e la giustizia?
Non è forse giusta e di buon senso quella frase delle femministe per cui se noi maschi rimanessimo incinta, l'aborto sarebbe libero? Perché mai non si legalizza il diritto all'aborto? Sarà forse perché allora smetterebbe di essere il privilegio delle donne che possono pagarlo e dei medici che possono farlo pagare?

Perché non si legalizza la droga?

La stessa cosa accade con un altro scandaloso caso di negazione della giustizia e del buon senso: Perché mai non si legalizza la droga? Non è forse, come l'aborto, un tema di salute pubblica? E il paese con più drogati che razza di autorità morale possiede per condannare coloro che riforniscono la sua domanda? E perché i grandi mezzi di comunicazione, così consacrati alla guerra contro il flagello della droga, non dicono mai che proviene dall'Afghanistan quasi tutta l'eroina che si consuma al mondo? Chi governa in Afghanistan? Non è forse quello un paese militarmente occupato dal messianico paese che si attribuisce la missione di salvarci tutti?
Perché mai non si legalizzano le droghe una volta per tutte? Non sarà forse perché forniscono il pretesto migliore per le invasioni militari, oltre a fornire i guadagni più succulenti alle grandi banche che di notte lavorano come lavanderie?
Adesso il mondo è triste perché si vendono meno auto. Una delle conseguenze della crisi mondiale è la caduta della prospera industria dell'automobile. Se avessimo qualche briciola di buon senso, e un pochettino di senso della giustizia non dovremmo forse celebrare quella buona notizia? La diminuzione delle automobili non è forse una buona notizia, dal punto di vista della natura, che sarà un po' meno avvelenata, e da quello dei pedoni che moriranno un pochino meno?

Ma la Storia non finisce

Secondo Lewis Carroll, la Regina spiegò ad Alice come funziona la giustizia nel paese delle meraviglie:
È là - disse la Regina-. È rinchiuso in prigione, scontando la sua condanna; ma il processo non inizierà fino a mercoledì prossimo. E, naturalmente, il crimine sarà commesso alla fine.
Nel Salvador, l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero constatò che la giustizia, come il serpente, morde solo gli scalzi. Lui morì a colpi d'arma da fuoco, per aver denunciato che nel suo paese gli scalzi nascevano condannati in partenza, colpevoli di esser nati. Il risultato delle recenti elezioni nel Salvador non è forse in qualche modo un omaggio? Un omaggio all'arcivescovo Romero e alle migliaia che, come lui, morirono lottando per una giustizia giusta nel regno dell'ingiustizia?
A volte finiscono male le storie della Storia; ma lei, la Storia, non finisce.
Quando dice addio, dice arrivederci.

Copyright IPS
traduzione Marcella Trambaioli
postato da: anticap alle ore 07:31 | link | commenti
categorie: mondo, america latina, bolivia
martedì, 20 gennaio 2009

DICIAMO SI ALLA NUOVA COSTITUZIONE!!

SI A LA CPE!!Domenica 25 gennaio si vota in Bolivia per la nuova Costituzione.
E’ una svolta storica per questo paese e per l’America Latina. La Bolivia dopo secoli di sottomissione e sfruttamento è riuscita a darsi una costituzione democratica e avanzata, un documento sicuramente non perfetto ma assolutamente all’avanguardia su molti temi, sui quali è molto avanti anche rispetto alle carte costituzionali europee. Per darvi un altro esempio vi segnalo l’articolo che riporto di seguito, dove si parla di tutela dell’ambiente e della madre terra.
Questo ovviamente, succederà se domenica prevarranno i SI, come noi ci auguriamo e come dicono i pronostici.
Alcuni nostri amici saranno in Bolivia domenica e noi li invidiamo parecchio per avere la possibilità di vivere questo momento fondamentale. Non possiamo votare, ma vorremmo convincere quante più persone possibile a dire un forte e chiaro SI!!.
In bocca al lupo Bolivia.
 
 
La Madre Tierra en la Constitución
Miguel Lora Fuentes, Bolpress
Es periodista. Trabajó en los matutinos Presencia, La Prensa, Los Tiempos y el semanario Pulso. Fue profesor en la Universidad Pública El Alto. En la actualidad es editor de Bolpress.com
 
El proyecto civilizatorio moderno formulado por filósofos iluministas del siglo XVIII es que el hombre se "emancipe" de la magia, los mitos y la fe y conquiste la sabiduría y el mejoramiento social "infinitos" de la mano de una ciencia "objetiva", "universal" y "emancipadora", para dominar todos los espacios de la naturaleza. 1
 
Desde Descartes, Newton, Bacon y Comte, la cultura humana y la naturaleza son dos mundos separados y opuestos entre sí. La razón científica binaria despojó a la naturaleza de sus valores mitológicos y religiosos inherentes a la identidad de la especie humana, al tiempo que confutó la imaginación del hombre, separó la mente del cuerpo y el saber de los sentimientos.
La tierra, la vida, el trabajo, los sueños y las esperanzas del ser humano se han convertido en accesorios desechables de la maquinaria del capital, y se desvalorizan en relación directa con la valorización del mundo de las cosas o fetiches. (Marx)
Las criaturas de la modernidad ajenas a su propio cuerpo y trabajo, a su esencia humana, a su vida genérica y a la naturaleza fuera de ellas (Marx) libran una feroz competencia por ventajas, beneficios e intereses antagónicos, única forma de relacionamiento humano. (Adorno)
La desenfrenada "voluntad de desear" y las "exigencias irrazonables" de "desarrollo" y "bienestar" del "súper hombre" moderno sin Dios, aparentemente "relajado, tolerante y civilizado" y perpetuamente insatisfecho y perdido de "sí mismo", desencadenaron los peores desastres mundiales del siglo XX, entre ellos la debacle medioambiental irreversible. (Heidegger)
La ciencia hegemónica supuestamente neutral, ajena a las relaciones de poder y "siempre benéfica" inventó la bomba atómica, ultra tecnificó la expoliación capitalista y ahora contempla impotente la destrucción de la tierra.
El super especializado conocimiento occidental es inútil y periclita ante la sinrazón del desarrollo económico, producción, consumo y acumulación de propiedad privada individual "infinitos" en un planeta con recursos naturales limitados. 2
Lo paradójico es que al comenzar el Siglo XXI, fulguran en la oscuridad los saberes milenarios y los valores colectivos de las "primitivas" y "salvajes" "tribus" indígenas del hemisferio Sur despreciadas por la "superior y más intensa" (Hegel) filosofía "iluminista" del siglo XVIII.
 
Nuevo paradigma
El régimen social de la Constitución Política del Estado Unitario Social de Derecho Plurinacional Comunitario de Bolivia se destaca como uno de los más exhaustivos, completos y progresistas del mundo.
La Constitución Plurinacional protege como nunca antes al individuo con un amplio menú de derechos y garantías ciudadanas de la normativa internacional de derechos humanos; y al mismo tiempo garantiza el "vivir bien" de todos los habitantes en sus múltiples dimensiones, un valor colectivo de la filosofía comunitarista indígena incorporado a la Constitución por primera vez en la historia.
La sociedad plurinacional boliviana privilegia la dimensión intersubjetiva y la identidad esencialmente comunal de los seres humanos, "incompletos" como individualidades aisladas en tanto existen en una relación de interdependencia con la colectividad y el entorno natural. 3
Ahora el derecho a la libertad individual es tan fundamental como la redistribución justa de la riqueza y de los excedentes económicos. La eliminación de la exclusión social y económica, el desigual acceso a recursos productivos y las inequidades regionales se han convertido en deberes prioritarios del Estado plurinacional con carácter de mandato constitucional.
El modelo económico plural reconoce la forma económica privada capitalista, y también garantiza las economías colectivas (comunitaria, estatal y social cooperativa), todas ellas iguales ante la ley, y articuladas por principios de complementariedad, reciprocidad, solidaridad, redistribución, igualdad, sustentabilidad, equilibrio, justicia, transparencia y seguridad jurídica.
El Estado Plurinacional constitucionaliza a la "Pachamama" como categoría filosófica esencial del nuevo modelo civilizatorio boliviano. Los pueblos indígenas de todo el mundo veneran a la Madre Tierra no como una deidad a la que se teme y se suplica misericordia -como el Dios cristiano-, sino como el útero y casa común de todas las especies de organismos vivos que "existen" "abiertos al mundo" a través de sus ojos, boca, nariz, oídos y poros de su piel, intercambiando materia y energía con el entorno natural.
En cierta forma, "pertenecen" a la Pachamama las diversas formas de vida y la especie humana, la cual no "está sobre" la Tierra sino que "es" en la Naturaleza desnuda donde desarrolla culturas diversas y sistemas de relacionamiento con el medio ambiente.
La sociedad plural boliviana establece que las riquezas naturales son bienes comunes de propiedad social, y por eso sólo reconoce derechos de "uso" y "aprovechamiento" de recursos naturales, y múltiples -y no "absolutos"- derechos propietarios de la tierra, siempre y cuando ésta cumpla una función económica social, es decir que produzca en beneficio de la sociedad, del interés colectivo y de su propietario.
Son deberes primordiales del Estado y del ciudadano industrializar y aprovechar los recursos naturales de forma responsable y planificada; conservar el medio ambiente para el bienestar de las generaciones futuras, y sobre todo proteger y respetar a la Pachamama.
Merecen la máxima sanción penal los delincuentes traidores a la patria que por afán de lucro individual se apropian, sobreexplotan y contaminan la Tierra como un factor económico productivo cualquiera.
 
Notas:
1. Jürgen Habermas, Modernidad: un proyecto incompleto; Revista Punto de Vista, N 21, Buenos Aires, agosto de 1998. Theodor Adorno y Max Horkheimer, Dialéctica del iluminismo, Editora Nacional, Madrid, 2002.
2. La grave enfermedad de la Tierra se manifiesta con lluvias prolongadas, inundaciones y sequías, alteración de las estaciones agrícolas, huracanes, terremotos, desglaciaciones, aumento del nivel del mar, expansión de enfermedades endémicas y hambrunas. Se agotan los recursos naturales e innumerables especies de fauna y flora se extinguieron o están al borde de la desaparición. La revolución verde y el explosivo crecimiento urbano devastó la biodiversidad. La temperatura media se elevará de 1.8 C a 4.0 C. en el siglo XXI.
3. Raúl Prada y Carlos Romero, ex asambleístas del MAS.
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mercoledì, 26 novembre 2008

DE ORINOCA A WASHINGTON

Evo a WDCIl Washington Post (come si dice più avanti, il giornale del Pentagono) si conferma un quotidiano conservatore e attento esclusivamente alle elite politiche che hanno clamorosamente perso con la elezione di Obama a Presidente. Ricalca i peggiori stereotipi della politica nazionalista USA che considera l’America Latina il suo giardino di casa. Utilizza aggettivi che palesemente vogliono mettere in cattiva luce Evo (“il controverso” Presidente della Bolivia? Ma controverso per chi? Per la redazione del WP forse...), a riprova che, il giornalismo ha l’esplicita funzione, nella nostra società, di condizionare il pensiero, creare falsa coscienza e senso comune. Senza considerare la solita lagna sulla vicinanza con Hugo Chavez (ricordiamo che in Venezuela ci sono appena state delle elezioni amministrative, dove Chavez ha stravinto, in piena democrazia, si legga a proposito Carotenuto qui).
Affermiamo questo perché abbiamo scoperto l’ennesimo articolo del succitato WP, a firma della giornalista Pamela Constable, articolo che potete trovare in originale in inglese qui e che noi riportiamo tradotto in spagnolo assieme ad un commento del giornalista Adolfo Condarco, tutto scovato sul gruppo di discussione di Yahoo Bolivia-Llayta.
 
DE ORINOCA A WASHINGTON
Por Adolfo Condarco
 
Evo Morales cada vez más cotizado y codiciado por muchos medios informativos en EEUU. Muy a los pesares de algunos que lo asocian con alguna mitología, lo cierto es que el revuelo que causa a su paso, es una realidad y así nos muestran los hechos....cada día más querido en el mundo. Columbia University es un prueba, esta tan neoyorquina casa de estudios no pierde oportunidad para tener en su mejor salón a nuestro presidente...perdón al presidente de los bolivianos.
La debacle del sistema financiero, los cambios políticos y sociales en Latinoamérica, la elección de un presidente negro en EEUU han contribuido al interés por el presidente boliviano que ha sido un firme crítico del sistema económico mundial. Suficientes razones para que los portavoces del imperio como el Washington Post, El Times de NY, Los Ángeles Times, Wall Street Journal, CNN, Fox etc., que por lo general, brindan una escasa, pobre e influenciada (élites en estos países) cobertura sobre Latinoamérica, desde su asunción a la presidencia, Bolivia no ha sido indiferente en sus paginas y eso de por sí es un triunfo.
CNN, el otrora gran emporio periodístico con Ted Turner a la cabeza, hoy supeditada a las órdenes del monopolio imperial de Time Warner, por lo tanto sigue muy de cerca las directrices que dicta la Casa Blanca, como lo vimos durante la invasión a Irak. Donde sus periodistas se convirtieron en soldados mismos de un bando, claro el norteamericano. Vestidos con ropa de campaña y arropados por toda la parafernalia técnica de la "primera guerra en directo" al mejor estilo de Hollywood donde los héroes, los enviados de Dios, ya sabemos quienes son.
De esta manera, esta "invasión televisada" la cubrieron siguiendo los libretos establecidos por el Pentágono. Mostrando al mundo la peor de las miserias humanas de manera surrealista y convirtiendo a los espectadores en seres apáticos ante la tragedia y pidiendo más “show time”, igual que en un circo romano. Esta alienación es el producto del bombardeo mediático que se encarga de sembrar la semilla de la cojudez en el inconsciente colectivo. En Bolivia también existe el terrorismo mediático, el mismo que ha inducido a muchos hacia la intolerancia y el racismo en su máxima expresión.
El reflejo de ese estado emocional, puede observar en el vendaval de notas sobre ciertos hechos y escasez sobre otros. Las NUMEROSAS notas que se han escrito, en su mayoría críticas sin fundamento sobre los hechos en Achacachi. y la casi inexistente denuncia sobre la masacre de Pando, humillaciones y agresiones en Santa Cruz y en Sucre.
Nos olvidamos que este pueblito, Achacachi, en el altiplano paceño sufrió en carne propia todas las perversidades del colonialismo durante siglos hasta nuestros días. Basta con recordar la cavernaria manera en que se expuso la mano izquierda de Túpac Katari en su plaza, para delirio de los españoles y desgracia y humillación de nuestros pueblos indígenas.
Hablando de salvajismo, así fue la forma de su ejecución con caballos partiendo a los cuatro puntos cardinales. Su cuerpo descuartizado fue expuesto por todo el territorio de Kollasuyu. Su cabeza en el cerro de K'ili K'ili (La Paz); la mano derecha en Ayo Ayo, la izquierda en Achacachi; su pierna derecha en Chulumani y la izquierda en Caquiaviri. Posteriormente su esposa Bartolina Sisa, moriría estrangulada por los mismos verdugos. En nuestros días, como ayer los pueblos indígenas son víctimas de los mismos verdugos simbolizados en la ejecución de Túpac Katari.
Toda violencia es repudiable, pero debemos saber que el derramamiento de sangre no se limita a tan solo la violencia física, el asesinato o masacre también se refiere a la humillación, a la vergüenza o pena que causamos a la gente provocando que la sangre se agolpe en sus mejillas (sonrojándolos) cuando les denigramos, humillamos o flagelamos frente a otros. Ese colonialismo salvaje ha estado plagado de hechos como los como los vistos en Sucre, Santa Cruz y Pando. Sucedieron desde tiempos inmemoriales en estas tierras benditas de América, ha sido la trágica siembra. Hoy podemos apreciar la cosecha, en la actitud de nuestros pueblos indígenas, en su desconfianza, su rebeldía, su rechazo, su desafío a la muerte misma o los hechos como los de Achacachi. Es decir, la germinación de la semilla que se plantó desde hace siglos. CAUSA y EFECTO.
Pero bueno sigamos con Evo y su visita a EEUU y los medios informativos. Respecto a CNN, cuyo arsenal apunta hacia Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina, Nicaragua, Brasil, claro muy sutilmente, son maestros en eso. Las razones las conocemos todos. Así Patricia Janiot una periodista que gana cerca al milloncito (dólares) anualmente, no pierde ninguna oportunidad para lanzar sus darditos a Evo Morales y así lo hizo en estos días, pero Evo juega con ella, permítanme sonreír un poco. Por la plata baila el mono dicen y por el gas perdón, por el oro, dueño y todo. La CNN no es un simple canal de noticias. Tras de estos generadores de noticias se esconde una agencia del Gobierno de los EEUU que se encarga de limpiar el buen nombre del imperio en decadencia.
Si se me permite, a continuación la nota del Washington Post sobre Evo Morales, para traducirla sacrifiqué mi tardecita de domingo (no soy tan bueno con el ingles), la inserto abajo, pero antes me tomé la libertad de realizar algunos apuntes para que no sean agarrados desprevenidos.
Pamela Constable autora de la nota del Washington Post no especifica que "la activista" como expresa de Elena Abolnik, quien organizo una singular protesta en las afueras de la Organización de Estados Americanos. Ella es una señora fascista del barrio alto (por el cual se derribaron las 200 casitas del barrio bajo en Santa Cruz). Pero ojo eh! no porque a mi me da la gana, sino por lo visto en la protesta que organizó esta dama.
Así mismo la reportera del WP, se olvidó (?) o no quiso hacer público que las 30 (poco más o poco menos) personas no solo insultaron a Evo Morales, también lo hicieron a otros bolivianos que salían orgullosos con sus trajes típicos de la OEA. Este vil asalto verbal y RACISTA hacia bolivianos y al presidente, es el espejo de la intolerancia “Made in Santa Cruz”, creada por un grupo pequeño con mucho dinero. Tremenda oportunidad para el Washington Post que muestra un fotito de un ángulo imposible de apreciar que los verboreacios no eran numerosos.
“Abajo Unasur”, “indios de mierda”, “indígena hijo de puta”... (indio e indígenas fue la palabra más repetida y la periodista ni fu ni fa) entre otras frasecitas con acento clase-mediano y bastante cruceño (mayormente) las que se escucharon.
Pamela Constable famosa por presentar notas polémicas en este tabloide del Pentágono, tampoco se molestó en especificar el tipo de activista que es la señora Elena Abolnik, ¿Un activista? ¿Huummm? La libertad de prensa que hoy está vigente, le da la potestad de confundir. La agresión de este grupúsculo contenía idénticos rasgos del Ku Klux Klan, con la diferencia de que no llevaban la famosa capucha y mascara blanca y en vez de cruces estos amigos con acento oriental, tenían en manos carteles que decían La Paz presente, Sucre presente...no vi el de Oruro, que lastima. Debe ser porque Evo es de Orinoca.
Así mismo a la reportera se le olvido decir que Elena Abolnik es la vicepresidente del capítulo de Virginia (estado colindante de Washington) Comité Pro-Santa Cruz, organización criptofascista dirigida por el terrateniente rico y enemigo mortal de Evo y de Bolivia, Branko Marinkonbich. Elena Abolnik y los maleantes de la Unión Juvenil Cruceñista siguen el mismo libreto fascista: La violencia verbal y física, salvaje e intolerante en contra de todo lo que huela a Bolivia.
Pamela Constable del WP deliberadamente le resta importancia al apoyo multitudinario que recibió Evo Morales en la American University o en Columbia en NY, así como al centenar de dirigentes de las diferentes asociaciones de bolivianos que representan a una comunidad de cerca de medio millón de bolivianos establecidos en Washington D.C., que estuvieron presentes brindando su apoyo total a Evo Morales en la residencia de la Embajada de Bolivia en esta capital. En cambio resalta sospechosamente sobre un grupito bullicioso y racista convocado por la representante del comité cívico Pro-Santa Cruz. Quienes agredieron verbalmente con megáfonos en mano y que en número no pasaban de unas 3 decenas. Eso sí tenían una broncaaaa bárbara!
Jorge Gestoso el mejor periodista latinoamericano en EEUU en mi opinión, además de no haber sido presa del "Pacto de Fausto". Gestoso realizó una notable entrevista (por calidad e imparcialidad), seguramente la podrán ver a través de televisión por cable en estos días. Ah!, hablando de televisión por cable, aprovecho para recomendar el superdocumental grabado por televisión española sobre la Masacre de Pando. Yo lo grabé ayer, me parece un tremendo trabajo periodístico.
 
DESAFIANTE VISITA DIPLOMATICA DE EVO MORALES DE BOLIVIA (que titulito se gasto la Constable)
Bolivia's Morales Diplomatic, Defiant in Visit to D.C.
Por Pamela Constable
 
Evo Morales el carismático y polémico presidente de Bolivia, esta semana estuvo en Washington por primera vez, con el deseo de reiniciar relaciones en un nuevo y fresco contexto con Barak Obama. Arremetiendo contra las políticas que han llevado a un colapso político entre Bolivia y el gobierno de Bush.
Morales, quién no habló con ningún funcionario del actual gobierno y que recientemente ordenó que agentes de la DEA salieran de Bolivia, siendo el principal productor de la coca, materia prima para fabricar la cocaína. También expulso al embajador estadounidense acusándole de conspirador junto a algunos opositores. De la misma forma el gobierno de Bush expulsó al embajador de Bolivia y suspendió las preferencias comerciales, retirando a los voluntarios de los "Cuerpos de Paz" de esta nación pobre en los Andes.
Dado ese contexto oficial mordaz, la presidencia de Morales cuya política causó profundo antagonismo, la misma envolvió a la numerosa comunidad inmigrante boliviana en Washington. La combinación de unos masivos movimientos de apoyo popular a su gobierno, así como de un retórico, áspero, intolerante, y rabioso grupo de estudiantes manifestantes.
En discursos ante la OEA y la "American University", así como en reuniones con los medios informativos, Morales declararó firmemente que él no permitiría que Estados Unidos vuelva a Bolivia, argumentando que este había sido usado para realizar "revanchismo político" contra su gobierno. Por otra parte, dijo que realizó esfuerzos serios para contener el tráfico de drogas, protegiendo a pequeños agricultores de coca. De quienes fue su líder por muchos años.
"Estamos todos obligados a luchar contra el narcotráfico. Sabemos que la cocaína hace daño a la humanidad, pero la hoja de coca no es el veneno," él dijo una reunión de diplomáticos latinoamericanos ayer en la oficina central de OEA. "Incluso una superpotencia," añadió él, no tiene el derecho de castigar o espiar a otro gobierno "en el pretexto de enfrentamientos contra el narcotráfico."
Mórales también descartó a los críticos que lo retratan como un títere de líderes latinoamericanos izquierdistas, como Fidel Castro de Cuba y el Presidente venezolano Hugo Chávez, describiéndose como un autentico cr
eyente de la democracia. Su elección de 2005 como el primer presidente indígena de Bolivia fue ratificada en un referéndum en agosto, adquiriendo aún mayor protagonismo. Así la nueva constitución es un esfuerzo para crear un estado igualitario donde la propiedad privada sería respetada pero los servicios públicos, "un derecho humano."
Morales, de 48 años, fue aclamado por una desbordante muchedumbre en la "American University" la noche de este martes, cuando, en un paseo con tinte emocional, él contó la trayectoria de su vida. Desde la pobreza de su niñez hasta su liderazgo de una mayoría indígena que a por mucho tiempo "había sido odiada, humillada y discriminada."
Pero ayer, un grupo de manifestantes en las afueras de la OEA le esperaban portando carteles y vociferando frases como -comunista, dictador, traficante y títere de Chávez. Claramente la mayoría de este grupo eran bolivianos de clase media en su mayoría de Santa Cruz, una región rica, bastión de la oposición en Bolivia.
La fractura ha marcado mayor distanciamiento entre Morales y algunos prefectos (gobernadores), grandes terratenientes, la mayoría propietarios de los periódicos privados más importantes y cadenas nacionales de televisión.
"Debemos denunciar aquí lo que Evo hace a nuestra democracia, a nuestra libertad de prensa, a nuestra constitución, a nuestros derechos humanos," dijo Elena Abolnik, una inmigrante boliviana y “activista”
(¿?) de Virginia del Norte, usando un megáfono cerca de la limusina de Morales.
Los funcionarios de la Administración no tuvieron comentarios de la visita de Morales. El presidente boliviano dijo que no se encontró con ningún consejero a Obama, pero visitó a varios legisladores estadounidenses, con los cuales conversó sobre la expulsión del Embajador estadounidense Philip S. Goldberg y la DEA. Sin embargo, varios legisladores prominentes intentaron públicamente reparar las relaciones con Morales, quién vino a Washington después de dar a un discurso el lunes en las Naciones Unidas.
Evo Mórales dijo “… que él y Obama tenían mucho en común como líderes emergentes de grupos mucho tiempo oprimidos en sus países respectivos. ¿"Quién habría creído hace 10 o 15 años que yo podría hacerme el presidente de Bolivia? ¿Quién habría creído hace 20 o 30 años que un hombre negro podría hacerse el presidente de los Estados Unidos?..." él dijo a la sesión extraordinaria de la OEA, hablando en español.
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martedì, 04 novembre 2008

Morales sospende le attività della Dea e accusa: 'Cospira contro il mio governo'

Nel giorno in cui si vota negli USA, registriamo un'altra tappa decisiva nel rapporto USA-Bolivia: l’espulsione dal territorio boliviano della DEA, l’agenzia antidroga del governo USA. Sulla democrazia negli USA, per smorzare un po’ l’entusiasmo pro-Obama, si legga invece questo post . Mentre sui rapporti USA-America Latina si legga qui Gennaro Carotenuto.
 
Il presidente boliviano, Evo Morales, ha deciso di sospendere a tempo indeterminato tutti i programmi della Dea (Dipartimento antidroga degli Stati Uniti) nel paese andino.
 
Motivo scatenante della decisione presidenziale sarebbe la presunta implicazione degli uomini della Dea in azioni di spionaggio e cospirazione contro il suo esecutivo.
"A partire da oggi sarà sospesa a tempo indeterminato qualsiasi attività della Dea nel nostro Paese" ha spiegato Morales dal Chapare, zona di alta concentrazione delle coltivazioni di pianta di coca da cui si ricava la cocaina, dove si trovava per una riunione che per tema aveva i risultati dell'eradicazione delle coltivazioni di coca nella zona. "Gli uomini della Dea negli ultimi mesi hanno cospirato insieme ai gruppi dell'opposizione contro il nostro governo" ha ribadito il presidente indio. Morales ha picchiato duro con le accuse e ha evidenziato come la Dea abbia finanziato gruppi civici allo scopo di sabotare uffici pubblici e anche gli aeroporti per evitare che le autorità statali potessero raggiungere i luoghi delle proteste nella regione orientale del Paese.
C'è dell'altro. Dalle indagini governative sarebbe emerso che un aereo Usa avrebbe sorvolato i cieli del Paese andando a curiosare nelle zone delle proteste e lo avrebbe fatto senza alcun permesso. Così come sarebbero state create delle "case della sicurezza" che sarebbero servite come basi di appoggio dello spionaggio Usa e che sarebbero anche state utilizzate come studio per le procedure di intercettazione delle telefonate fra membri del governo.
Dagli Usa, però, le accuse boliviane vengono rigettate totalmente. "Rifiutiamo categoricamente le accuse a noi rivolte da Morales" dicono alcuni alti funzionari del Dipartimento di Stato Usa. "Nessuna agenzia del governo Usa ha mai appoggiato l'opposizione boliviana così come non ha mai partecipato a cospirazioni contro il governo di Morales. Le accusa rivolteci sono false e assurde" (Non ridete per favore).
Tratto da PeaceReporter
a
Purtroppo anche i giornalisti boliviani non sono da meno dei nostri. Un editoriale del quotidiano di Cochabamba Los Tiempos prende posizione contro la decisione di cacciare la DEA dimostrando così quella che in questo bel post di BoliviaSol viene chiamata la mentalità colonizzata.
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giovedì, 09 ottobre 2008

L'altro dio che è fallito

EVO MORALESPubblichiamo questo articolo, tratto da "il manifesto" del 7 ottobre, perché riesce a mostrare chiaramente quale può essere il collegamento tra l’attuale crisi del sistema capitalista e il momento storico che sta attraversando l’America del Sud.
 
L'articolo pubblicato in questa pagina è un'anticipazione del numero 104 di Latinoamerica, il trimestrale edito da Gianni Minà che da domani sarà distribuito nelle librerie Feltrinelli e indipendenti. In questo numero, tra l'altro: la ribellione dei «civicos» in Bolivia contro Evo Morales dopo il referendum revocatorio stravinto dal presidente, l'insediamento di Fernando Lugo alla presidenza del Paraguay, il sostegno degli intellettuali argentini alla «presidenta» Cristina Fernandez, i tentacoli latinoamericani del gruppo Prisa, editore di El Pais, un articolo di Frei Betto sulla IV Flotta degli Stati uniti (quella che pattuglia il continente americano), che ha ripreso il mare.
A
di Gianni Minà
Adesso voglio vedere se fra i sostenitori del capitalismo a qualunque costo - umano, sociale, etico - ci sarà qualcuno che avrà l'onestà di dire che questa idea di società è miseramente fallita così com'era successo nell'89 al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati uniti a banche e assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di milioni di cittadini, è per l'Occidente uno sconquasso della stessa drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si ispirava ai principi del marxismo.
Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità dell'economia di mercato era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano a sottolineare la «fine delle ideologie». Ma se scavavi tra le pieghe del discorso, scoprivi che in realtà l'unica ideologia che questi ultrà reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti crudeli genocidi (come in Africa o in America latina), con aria falsamente ingenua erano pronti a chiederti: «Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste un'alternativa».
E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre, vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e le sovvenzioni ai contadini di Stati uniti, Francia o Italia, o ancora si poteva continuare a rapinare le ricchezze dell'umanità meno attrezzata, meno pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.
Perché annientare l'80% dell'umanità per le logiche dell'economia capitalista era ed è evidentemente più accettabile, più democratico, meno scandaloso che morire in un gulag o non avere abbigliamento firmato o McDonald's.
Così come non è inquietante se a controllare l'informazione, a ideologizzare e indirizzare la tua vita non sono ottusi burocrati di partito, ma la concentrazione dei mezzi nelle mani di pochissimi, che hanno il controllo di apparecchiature degne del Grande fratello di Orwell.
Ci avevano detto, e quasi stavamo per crederci, che il capitalismo era l'unica salvezza dell'umanità, un sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l'infallibile mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l'economia non funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.
Così quando il governo di Washington dell'ineffabile Bush e del suo vice, l'affarista Cheney, ha deciso, fregandosene dell'ideologia liberista fino a ieri Vangelo, di salvare, nazionalizzandoli, i due colossi dei mutui Fannie Mae e Freddy Mac (l'8 settembre) e pochi giorni dopo (il 17 settembre), con un intervento della Banca centrale ha tolto dal gorgo dal fallimento l'Aig (American International Group), il gigante delle assicurazioni, è stato chiaro che tutta la retorica del «più mercato - meno stato» era una burla, un escamotage dei mercati finanziari per privatizzare, quando c'erano, i guadagni e socializzare le perdite.
Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come Giulio Tremonti, il ministro dell'economia di un governo come quello di Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito adeguato come un burocrate sovietico: «Dalla crisi si esce con più intervento pubblico. Se il male è stato l'assenza di regole, la cura può essere solo nella costruzione di regole». Neanche un ministro democristiano dell'epoca della Cassa del mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così in fretta.
Ma lo stesso atteggiamento hanno tenuto i più prestigiosi giornali europei: La Repubblica, quotidiano italiano un tempo di sinistra, titolava il 20 settembre in prima pagina, con assoluta disinvoltura: «Terapia Bush, Borse in festa». Di fatto presentando in positivo quello che fino a ieri, nel capitalismo, era considerata un'eresia: l'intervento in extremis dello stato nel mercato, ovvero l'ultima, disperata mossa politica di quello che molti cittadini nordamericani giudicano da tempo come il peggior presidente che il paese abbia avuto nell'ultimo secolo. La decisione del governo Bush scarica sui contribuenti americani, come fa rilevare sempre su La Repubblica Federico Rampini, un onere oggi incalcolabile e potenzialmente illimitato, pur di frenare la catena di crac delle maggiori istituzioni finanziarie e le conseguenti pericolose ondate di panico.
Ma quest'analisi onesta e realistica non ha suggerito un titolo meno trionfalistico per il piano da mille miliardi di dollari (in proporzione più del piano Marshall varato nel 1947 dal presidente Truman per aiutare l'Europa a rialzarsi) messo in marcia dal ministro del tesoro Usa. D'altronde, il mondo della finanza neoliberista ha sempre preferito illudere, nascondere e mascherare, sperando follemente che nulla alla fine cambiasse.
Pochi anni fa, la benemerita Fondazione Ambrosetti che organizza le giornate di Cernobbio, sul lago di Como, dove si incontra ogni anno la creme de la creme dell'economia liberale (o presunta tale) mi contattò perché sentiva l'esigenza di far ascoltare, per una volta, una voce dissonante a una compagnia di giro dove i primi attori erano quasi sempre Shimon Peres, Henry Kissinger o perfino l'ex premier spagnolo Aznar, nemico giurato di tutte le ricette sociali antiliberiste.
Avrebbero voluto invitare il presidente cubano Fidel Castro: «Non condividiamo la sua linea intransigente - mi dissero - ma forse è arrivato il momento di confrontarsi con le ragioni di chi, prima di papa Wojtyla, affermò, fin dalla metà degli anni 80, che il debito estero di molte nazioni del Sud del mondo era immorale e impagabile». Una scelta fuori dal pregiudizio. Li misi in contatto con l'ambasciatore cubano in Italia, anche se ero scettico sulla possibilità che quel idea sarebbe stata accettata dagli abituali frequentatori del meeting di Cernobbio.
Il presidente cubano non aveva spazio nella sua agenda per aderire a quel invito e allora io consigliai ai dirigenti della Fondazione Ambrosetti di chiedere aiuto a Eduardo Galeano, coscienza critica dell'America latina e di quello che chiamano il Terzo mondo, che proprio in quei giorni usciva anche in Italia con un libro emblematico, «A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia». Eduardo accettò l'invito e inviò in anticipo il testo del suo intervento, basato su alcune delle brevi e paradossali composizioni, spesso intrise di ironia, che si susseguono nei suoi saggi e sono tipiche del suo modo di raccontare la storia e il mondo. Concedette anche un'anteprima al giornale La Stampa di Torino, che uscì la mattina in cui Galeano avrebbe dovuto intervenire.
Avrebbe. Perché, con un certo imbarazzo quelli della Fondazione avvisarono la sera prima lo scrittore de «Le vene aperte dell'America latina» e ora di «Specchi, una storia quasi universale» che, per l'obbligatorio inserimento nel programma di un ospite politico fino a quel momento in forse, non ci sarebbe stato più spazio per il suo intervento. Galeano la prese con un sorriso disincantato: «Quelli dell'economia neoliberale considerano le loro convinzioni un dogma che non può essere discusso. Per questo li hanno definiti 'i paladini del pensiero unico'. Ma non si illudano, sarà la storia a smentirli».
Così a quanto pare è stato, anche se finora è mancato il coraggio di dire, chiaro e tondo, che nel mese di settembre del 2008 è crollato anche il muro del capitalismo. D'altronde non poteva che finire così. Il neoliberismo si regge in piedi continuando ad ammucchiare bugie, con i giornalisti, incapaci, la maggior parte delle volte, di tenere la schiena dritta, e invece tesi pateticamente a sostenere argomenti che non stanno in piedi e a scrivere parole in libertà per giustificare l'ingiustificabile.
È sufficiente dare uno sguardo alla Direttiva del Rientro, approvata lo scorso 18 giugno dal Parlamento europeo, per capire quanto sia in decomposizione la democrazia in un'Europa pavida e impaurita, mentre in altri continenti, come l'America latina, fino a ieri carente di diritti per tutti, spira un'aria nuova, dove il riscatto di nazioni indigene come Bolivia ed Ecuador comincia proprio da una riscrittura rigorosa e seria di una Costituzione che rispetti tutti. Non solo, come avveniva fino a pochi anni fa, le oligarchie bianche e predatrici.
Proprio Galeano, nella cerimonia in cui, in Paraguay, il giorno dell'assunzione dell'incarico di presidente da parte di Fernando Lugo, è stato dichiarato Cittadino illustre del Mercosur, non ha evitato il sarcasmo riguardo all'ipocrisia delle nazioni del Vecchio continente: «L'Europa ha approvato da poco la legge che trasforma gli immigrati in criminali. Paradosso dei paradossi», ha aggiunto. «L'Europa, che per secoli ha invaso il mondo, sbatte la porta sul naso degli invasi una volta che questi ricambiano la visita».
Per capire quanto è grande questa crisi di credibilità dell'Occidente, è sufficiente considerare come, negli ultimi tempi, dai media di casa nostra è stato raccontato il braccio di ferro che il giovane presidente della Bolivia, Evo Morales, ha intrapreso contro i prefetti secessionisti delle ricche province orientali del suo paese, per ora bloccati, senza mortificare la democrazia, nelle loro strategie eversive sostenute, oltre che dalla Cia e dalla peggiore diplomazia nordamericana, dagli eredi dei vecchi ustascia croati, riparati, dopo la seconda guerra mondiale, nella Bolivia delle dittature militari e delle centinaia di colpi di stato.
Con questi figuri ci sarebbero perfino vecchi attrezzi del neofascismo golpista italiano come Marco Marino Diodato, che nella notte tra l' 11 e il 12 settembre, avrebbe organizzato gli squadroni della morte legati ai gruppi civici che si battono, con la scusa dell'autonomia regionale, contro l'idea di nazione e di democrazia di Evo Morales. Nel massacro di El Porvenir (nella provincia di Pando) sono stati uccisi quindici contadini che si recavano ad una manifestazione di appoggio al presidente.
Con chi dovrebbe stare la stampa democratica dell'Occidente? Sarebbe facile rispondere con il giovane presidente boliviano. E invece, per non dispiacere alle spericolate politiche dell'amministrazione Bush in America latina come in altre parti del mondo, i media non sanno nascondere una certa condiscendenza per la secessione, per il tentativo di destabilizzazione che l'ex ambasciatore Usa Goldberg, ora rispedito a Washington, ha perseguito, finora senza risultati concreti, in questi mesi intensi e sofferti del paese in cui si immolò Che Guevara.
E così hanno parlato di «paese diviso in due», di «pareggio», di «stallo», pubblicando cartine geografiche sul consenso politico del presidente nel paese chiaramente fuori dalla realtà, come dimostra l'annuncio di avvio di un dialogo da parte dei prefetti secessionisti ribelli (a questo proposito osservo che attualmente la vicenda è ora nelle mani del Congresso boliviano che dovrà definire come integrare il progetto di costituzione e quando andare a votare per il referendum confermativo).
La linea da tenere sull'argomento, come su tutta la febbre di riscatto che cresce in America latina, sempre più lontana dall'essere il «cortile di casa» degli Stati uniti, la dà El País, il potentissimo quotidiano spagnolo che ha ramificazioni e interessi in tutto il Cono sud. E lo fa quasi sempre con le parole astiose di Mario Vargas Llosa, uno scrittore straordinario che però, come tanti, non si dà ancora pace di essere stato in gioventù un militante comunista, e quindi non apprezza il vento di cambiamento che soffia nel continente.
Dario Fertilio, che lo ha intervistato sul Corriere della Sera, e Angelo Panebianco che gli ha dedicato la sua rubrica sul magazine dello stesso giornale, si dolgono così del fatto che, al contrario di quanto succede con gli scritti politici di García Marquez, di Luis Sepúlveda e di Eduardo Galeano, quelli di Vargas Llosa non vengano fatti conoscere in Italia. La colpa viene data ovviamente a una cronica malattia della nostra editoria che, secondo Panebianco «continua a essere convinta che 'cultura' sia sinonimo di 'sinistra'». Perché, non è così professore? E, mi perdoni, l'editoria italiana, a cominciare dal colosso Mondadori, a chi è in mano? Forse, nella logica neoliberista ora improvvisamente in crisi, il Vargas Llosa saggista non è pubblicato solo perché non è ritenuto interessante per il mercato. So che è sconveniente, ma forse è proprio questa la ragione di questa dimenticanza, anche se lei parla di «offerta politicamente monocorde che influenza e plasma la domanda». Tanto per la verità, professore, e per non prendere per i fondelli i lettori...
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martedì, 19 febbraio 2008

Kosovo, Bolivia

A due giorni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, i cui effetti destabilizzanti si fanno già sentire, colpiscono alcune cose che la vicenda balcanica ha con la situazione politica boliviana. In entrambi i casi ci sono di mezzo prepotentemente gli Stati Uniti (Goldberg, l’Ambasciatore USA è stato ambasciatore in Kosovo, e l’indipendenza del Kosovo è stata fatta dagli USA), e in entrambi i casi il movimento autonomista è appoggiato dagli USA o comunque ben visto e affine agli USA (l’elite bianca di Santa Cruz, ha evidentemente molte cose in comune con l’ideologia USA del libero mercato e dell’iniziativa privata, nonché gli stessi interessi da tutelare…). Per ora gli USA stanno avendo un basso profilo, anzi, qui sotto viene riportato come nella vicenda Cooper l’ambasciata Usa abbia “dato ragione” al governo Morales. Evidentemente, con la Bolivia non possono fare nessun dispetto a Putin.
 
L'ambasciatore Usa Goldberg: dal Kosovo alla Bolivia
Rapporti burrascosi fra Stati uniti e Bolivia dal 2005 quando il cocalero Evo Morales è diventato presidente. Via lo spione Cooper, scuse ufficiali ma la storia non finirà qui
Pablo Stefanoni, il manifesto del 15-02-2008
 
 Nuova crisi fra il governo boliviano e l'ambasciata degli Stati uniti, dopo che si è saputo che uno degli responsabili della sicurezza ha chiesto a diversi borsisti e volontari statunitensi di riferire sui movimenti di venezuelani e cubani in Bolivia. Ciò che il presidente Evo Morales ha denunciato come un evidente caso di spionaggio.
Martedì il governo ha presentato una denuncia penale contro l'attaché alla sicurezza del Dipartimento di stato Usa in Bolivia, Vincent Cooper: la prima denuncia penale contro un diplomatico degli Stati uniti per spionaggio. Contemporaneamente il ministero degli esteri ha convocato - una volta di più - l'ambasciatore Philip Goldberg esigendo spiegazioni sulla violazione della convenzione di Vienna. Mercoledì il ministro degli esteri, David Choquehaunca, si è incontrato con Goldberg e, una volta concordato che Mr. Cooper «non ritornerà più in Bolivia», ha accettato «le spiegazioni date dall'ambasciatore» e l'ambasciatore l'ha ringraziato «per aver accettato le spiegazioni su questo incidente».
Ma le due parti sanno che questo episodio lascerà il segno. Perché la richiesta dell'ambasciata di «apportare dati» alla intelligence Usa, sarebbe stata rivolta anche ai Peace Corps, i Corpi della pace di kennediana memoria che dovevano portare aiuti «umanitari» ai paesi del Terzo mondo.
Il nuovo fronte della «guerra fredda» fra Morales e Goldberg, che pensa ancora di essere «il vicerè» come veniva chiamato l'ambasciatore Usa a La Paz prima della vittoria del presidente indigeno, si è aperto il 10 febbraio, quando il borsista della Fondazione Fullbright, John Alexander Van Schaick, ha denunciato che Cooper gli aveva chiesto di spiare i cittadini venezuelani e cubani con cui si fosse imbattuto nel corso della sua permanenza in Bolivia.
Attualmente centinaia di medici cubani svolgono la loro attività di cooperazione in zone rurali del paese, specie nel campo della medicina preventiva, degli interventi agli occhi e dell'alfabetizzazione. Anche la cooperazione venezuelana è molto aumentata dall'arrivo al potere di Evo, ciò che ha prodotto tutta una serie di fantasmi - diffusi dalla destra e soprattutto a Santa Cruz, nell'oriente ricco e anti-Morales - circa l'atterraggio notturno di aerei per scaricare armi destinate alle milizie campesinas e indigene simpatizzanti di Evo. A sinistra, il fatto che Goldberg abbia prestato servizio nel Kosovo, prima di arrivare a La Paz, alimenta fantasmi analoghi sulle sue intenzioni di appoggiare l'ala radicale dell'autonomismo di Santa Cruz, il cui obiettivo ultimo potrebbe essere la secessione. In un clima molto teso per la decisione degli autonomisti cruceños di indire il 4 maggio prossimo un nuovo referendum per l'autonomia - considerato un atto di sedizione dal governo centrale - è circolata un'intervista della rivista di Zagabria Globus al leader autonomista del Comitato civico di Santa Cruz, Branko Marinkovic (di origine croata) intitolata «Un croato contro gli indigeni», in cui afferma che Evo è un ammiratore di Stalin e vuole imporre un regime comunista che in Bolivia prende il nome di «indianismo».
«Dal momento in cui il signor Vincent Cooper ha riconosciuto di aver usato alcuni cittadini Usa come spie, questo signore ha violato non solo i diritti dei suoi concittadini ma ha violato, offeso e aggredito la Bolivia. Quel signore è una persona non grata», ha detto Morales. Con linguaggio più diplomatico, l'ambasciata Usa ha riconosciuto in un comunicato che Cooper ha fatto «una richiesta non corretta» a cittadini degli Stati uniti impegnati in funzioni accademiche e umanitarie in Bolivia, e lamentato il «malinteso» provocato dall'incidente.
Il senatore del Mas Antonio Peredo ha ricordato che già nel 1970 il Peace Corps fu espulso dalla Bolivia perché sospetto di svolgere funzioni di intelligence. Mentre ripartiva aiuti alle vittime delle forti inondazioni in corso, Goldberg ha garantito che gli Usa rispettano «la sovranità e la dignità della Bolivia». Ma a peggiorare le cose ci sono i sospetti - su cui è in corso un'indagine - che alcuni settori di intelligence della polizia boliviana riferiscano direttamente all'ambasciata Usa e non al governo.
Dal suo arrivo nel 2006 Goldberg ha avuto i suoi problemi per convivere con il nuovo clima nazionalista che si vive in Bolivia. Così si alzò e se ne andò quando Morales, nel suo discorso celebrativo del primo anno di governo, ricordò il caso del giovane cittadino Usa, uno psicopatico, che nel 2006 mise due bombe in un hotel popolare di La Paz provocando due morti e per questo fu condannato a 30 anni. In Bolivia non è piaciuta per niente la battuta dell'ambasciatore che l'anno scorso disse che Morales forse voleva cambiare anche la sede di Disneyland dopo che il presidente si era lamentato degli «abusi» subiti nel suo viaggio a New York per l'assemblea dell'Onu e aveva proposto che le Nazioni unite «potessero cambiare di sede». Goldberg aveva dovuto scusarsi per iscritto ma a denti stretti.
Ammiratore di Fidel e Chavez, Morales ha costruito la sua carriera di sindacalista cocalero sugli scontri frequenti con «i gringos» che spingevano per lo sradicamento delle piantagioni di coca. Nel 2002 le accuse di essere «un narcotrafficante» dell'allora ambasciatore Usa Manuel Rocha quasi fecero vincere le elezioni presidenziali a Evo: «L'ambasciatore è il capo della mia campagna», disse allora. Quando vinse nel 2005, festeggiò con lo slogan tradizionale dei cocaleros in lingua quechua: «Causachun coca, Wañuchun yanquis», viva la coca, morte agli yankees. Non finirà qui.
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martedì, 09 ottobre 2007

La Bolivia di Morales celebra San Ernesto

Anniversario del CheOggi non potevano mancare: due articoli del il manifesto di domenica 7 ottobre.
 
La Bolivia di Morales celebra San Ernesto
Partono le celebrazioni nel paese dove trovò la morte il guerrigliero argentino. E dove, quarant'anni dopo, il potere è nelle mani di un presidente guevarista.
Pablo Stefanoni, La Paz
 
Rivendicazioni politiche, crescita del «turismo rivoluzionario» sulla strada del Che e progetti di sviluppo cubano-venezuelani si mescolano nella celebrazione di un nuovo anniversario della morte del guerrigliero argentino, che quest'anno ha due ingredienti speciali: da una parte, l'attrattiva esercitata delle cifre tonde - quaranta anni - e dall'altra l'elemento nuovo costituito dal fatto che, per la prima volta, al Palacio Quemado è arrivato un «presidente guevarista».
Evo Morales rivendica come punto di riferimento la «lotta anti-capitalista» di Guevara e sostiene di voler «portare a termine la sua opera inconclusa». A quarant'anni dal suo assassinio da parte del sergente Mario Terán, in seguito all'ordine impartito dall'allora presidente militar-populista e filo-americano René Barrientos, e dieci anni dopo che i suoi resti sono stati ritrovati in una fossa segreta, il Che continua a suscitare in Bolivia passioni contrastanti. Dopo due decenni di neo-liberismo selvaggio, la sua figura continua a essere identificata come punto di riferimento per la costruzione di un modello economico nazionalista. Alla fine e dopo decenni, le urne hanno vinto sulla lotta armata e la sinistra è giunta al potere attraverso il voto popolare. Se i contadini boliviani portavano su di sé lo stigma di essere stati i «traditori» del Che, oggi un contadino è diventato il primo presidente della Bolivia a proclamarsi esplicitamente seguace di Guevara. Ciò nondimeno, Morales è ben lungi dal voler realizzare il «programma» del Che. Paradossalmente, promuove un capitalismo controllato e improntato allo sviluppo più simile a quello che esisteva in Bolivia quando il Che lanciò la sua rivolta armata destinata alla sconfitta a un socialismo che oggi nemmeno i funzionari cubani che vengono oggi in visita nel paese consigliano di applicare.
Nessuno dei guerriglieri che negli anni Sessanta scartarono il Chapare come sede e fulcro della rivolta armata avrebbe mai sospettato che decenni dopo in questa regione produttrice di coca, nel mirino degli Stati uniti (che la definiscono «zona rossa del narcotraffico»), sarebbe nato un movimento contadino che avrebbe portato la Bolivia a un'alleanza inedita con Cuba, il cui presidente Fidel Castro è considerato da Evo Morales un «comandante delle forze liberatrici dell'America Latina».
Ieri sono cominciate le commemorazioni a La Higuera - il luogo dove il Che è stato assassinato - e a Vallegrande - il luogo dove è stato portato il cadavere - che si concluderanno lunedì alla presenza di Evo Morales. Lì, molti contadini hanno ribattezzato il comandante guerrigliero «San Ernesto de la Higuera» e arrivano a sostenere convinti che il santo può fare miracoli. Per l'intanto, in seguito alla cooperazione cubana attuata dopo l'arrivo di Evo Morales alla presidenza della Bolivia, La Higuera è stata dichiarata territorio libero dall'analfabetismo, mentre a Valle Grande 1.566 persone sono state alfabetizzate e oggi riceveranno i loro certificati, mentre la comune sarà dichiarata anch'essa libera da analfabeti l'ultimo giorno di ottobre. A livello nazionale, fino al 2 ottobre 268.644 persone sono state alfabetizzate e 290.004 stanno prendendo lezioni per imparare a leggere e a scrivere. Nel frattempo, va avanti la «operación milagro», con la quale più di duemila «medici di Fidel» - come li chiamano i contadini - stanno operando di cataratta più di 100mila persone. I cubani hanno addirittura operato Terán, l'ex sergente che quarant'anni fa sparò al Che e ricevette quell'invettiva poi diventata famosa: «Miri bene e spari. Lei sta uccidendo un uomo».
Ma questi giorni, come negli anni passati, anche gli ex combattenti dell'esercito boliviano che sconfissero la guerriglia guidata dal Che preparano omaggi ai propri caduti nella zona, soprattutto nella località di Camiri, da cui sono partite le operazioni militari culminate poi con l'unica «guerra» vinta nella storia dall'esercito boliviano.
 
 
Guevara, l'eroe che continua a nascere
Senza il sacrificio di tanti come il Che, non sarebbe germogliata, in poco tempo, in America Latina una coscienza dei propri diritti come quella che ha spinto negli ultimi anni molti paesi a rifiutare l'Alca, respingere l'arroganza di Fmi e Banca mondiale e uscire dall'impasse in cui li avevano stretti gli Usa
Gianni Minà
 
Quando due anni fa, Evo Morales, indigeno aymara, ex leader dei contadini coltivatori della foglia di coca, i cocaleros, vinse con il Mas (Movimento al Socialismo) le elezioni in Bolivia, scrissi per il manifesto un articolo che fu intitolato Il Che non era un visionario. Perché aveva un valore sicuramente simbolico il fatto che questa elezione fosse avvenuta nella terra dove Ernesto Guevara si era immolato, solo trentotto anni prima, per tenere fede ai suoi ideali di giustizia sociale. Una terra che nella sua storia più recente aveva vissuto la realtà grottesca e tragica di più di cento colpi di stato, una terra che era stata spesso governata (si fa per dire), fino agli anni '90, da impresentabili militari, assassini e corrotti, quasi tutti istruiti nella famigerata Escuela de las Americas, gestita dagli Stati Uniti, prima a Panama e poi a Fort Benning (Georgia).
Dopo l'elezione di un aymara in Bolivia, che ora molti Nobel della Pace hanno indicato come degno di questo riconoscimento per il 2007, è venuta quella di un quechua, Rafael Correa, in Ecuador, un economista formatosi all'Università di Lovanio, in Belgio, quella dove per anni ha insegnato sociologia François Houtart, il religioso, ora ottantaquattrenne, che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre, il laboratorio politico che, a partire dal 2000, ha battuto il tempo dei cambiamenti sociali, progressisti, in corso in America Latina.
Dunque, il continente che sta a sud degli Stati Uniti poteva essere liberato, come sognava il Che, o almeno avviato ad un riscatto, ad una riappropriazione delle risorse, saccheggiate per tanto tempo dalle politiche predatrici delle multinazionali del nord del mondo.
Credo che, a quaranta anni dal suo assassinio, bisogna riconoscere a Ernesto Guevara questa intuizione e questa fede. Molti, specie quelli che il subcomandante Marcos ha definito, in un suo recente intervento all'Enah (Scuola Nazionale di Antropologia di Città del Messico), «la sinistra mediatica», quella di moda, insomma, obbietteranno che non c'era quindi bisogno, come sosteneva il Che, della lotta armata. Questo «beautiful people», come lo chiamava ironicamente Manolo Vasquez Montalban, dimentica però, con assoluto cinismo, le migliaia e migliaia di vittime fatte dalla politica ufficiale, anche quando era definita democratica. E specie quando questa politica è diventata un vero e proprio «terrorismo di stato», come avvenne per il genocidio autorizzato dagli Stati Uniti in Guatemala negli anni Ottanta. O come la mattanza ordinata proprio in Bolivia nell'ottobre del 2003, dall'ex presidente Sánchez de Losada, solo perché gli indigeni (la maggioranza del paese, che però allora non governava), bloccavano le strade della capitale La Paz, perché si negavano alla svendita a un cartello di multinazionali, del gas naturale, ultima risorsa di un paese depredato.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, che «sentivano come una ferita aperta sulla propria pelle ogni prepotenza o ingiustizia commessa ai danni di un essere umano», in un continente in ostaggio come l'America Latina, non sarebbe germogliata, in poco tempo, una coscienza dei propri diritti come quella che, negli ultimi anni, ha portato Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, oltre a Bolivia ed Ecuador, a rifiutare l'Alca (il trattato del libero commercio voluto dagli Stati Uniti), a respingere l'arroganza di organismi come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, o a sognare addirittura, attraverso il MercoSur, di costruire una comunità latinoamericana, autonoma e indipendente.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, eroi silenziosi ed ignorati di una guerra civile continentale, pianificata dal Plan Condor voluto da Nixon e combattuta per anni contro feroci dittature militari, sconce oligarchie, politici corrotti, ma elusa o manipolata dai media, forse neanche il Cile della Concertazione avrebbe trovato il coraggio di processare Pinochet e la sua gang familiare, e di eleggere presidente, in un paese machista e militarista, una donna, Michelle Bachelet, che aveva conosciuto sulla propria carne gli oltraggi della dittatura militare.
E forse, senza l'esempio del Che, un movimento come quello zapatista non avrebbe costretto la politica messicana a riscrivere la propria agenda, decretando la prima disfatta in ottant'anni del Pri, il partito stato, e obbligato l'oligarchia di quel paese a ricorrere all'ennesimo broglio per non far vincere le elezioni, per la prima volta, a una coalizione di centro sinistra.
Ogni paese, ovviamente, ha scelto la sua via a seconda delle circostanze, dell'autonomia e del coraggio dei propri nuovi leader, ma in tutto il continente spira ora un'aria nuova, se perfino in Paraguay è nato un fronte progressista guidato da un vescovo, Fernando Lugo, che ha lasciato l'abito talare per inseguire un sogno politico di giustizia ed equità.
Ma, ora lo riconoscono in molti, tutto è nato con la presunta utopia del Che e della Rivoluzione cubana, esempio incredibile, pur fra tanti limiti e contraddizioni, di «resistenza e dignità», come ha dichiarato il presidente brasiliano Lula. Quell'imperdonabile popolo cubano, come ha ricordato recentemente il subcomandante Marcos, che è stato anche l'ultimo nel continente a rendersi indipendente ma il primo a liberarsi.
Per questo lascia perplessi, fra i tanti volumi usciti in questi giorni per approfittare della ricorrenza della morte dei Ernesto Guevara, che anche un diplomatico colto come Ludovico Incisa di Camerana, scriva nel suo appassionato libro I ragazzi del Che, di una rivoluzione mancata, che non è riuscita a cambiare un continente. E che dovrebbe ancora succedere in America latina, visto che a seguire alla lettera la politica che conviene agli Stati uniti sono rimasti solo la Colombia, terra di paramilitari senza legge, il Messico, sempre sull'orlo di un'esplosione sociale e -in parte- il Perù dell'impresentabile Alan Garcia?
Ma c'è anche chi tenta, come Dario Fertilio, un romanzo, La via del Che, ambientato in una Cuba «inquieta e spettrale, al crepuscolo del regime di Fidel Castro». Un'ambientazione che appare francamente improbabile. Vorrei umilmente ricordare a Fertilio che Cuba è stato sempre un paese allegro e bailarino, anche nei momenti più duri, come quelli che segnarono gli anni Novanta, quando il paese dovette affrontare, oltre all'embargo americano, anche la fine dei rapporti economici con gli ex paesi comunisti dell'Est europeo. Figuriamoci adesso, con un Pil che supera il 9%, tutto il nichel estratto che viene venduto a un prezzo conveniente alla Cina, e il problema energetico risolto con l'aiuto del Venezuela di Chavez in cambio di un consistente sostegno alla sanità di quel paese.
Purtroppo per la credibilità dell'informazione, da quarant'anni il Che e Cuba sono quasi sempre raccontati come gli Stati uniti e i tanti supporters della loro politica vorrebbero che fossero, non come sono stati in realtà. Così, mentre in Occidente si cercava di capire cosa sarebbe stata la transizione nell'isola, dopo l'infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica, Cuba è già entrata nel suo futuro, senza scosse e senza tensioni. E il Che, quarant'anni dopo che un agente della Cia, Felix Rodriguez, sotto le mentite spoglie di Felix Ramos, capitano dei rangers boliviani, gli dette il colpo di grazia al cuore in una scuola di Las Higueras in Bolivia, continua ad essere un protagonista della comunicazione del nostro tempo e, per molti, un indiscutibile punto di riferimento etico.
Ricordo sempre una riflessione di Eduardo Galeano: «Per quale motivo il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più egli nasce. E' il maggior nascente del mondo. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere così straordinario in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano perché non si conoscono?»
g.mina@giannimina.it
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